Il Federalista.ch intervista l'ex ministra delle finanze: "Il dissesto è nato negli anni: cresciuto votazione dopo votazione, peggiorato con numerose decisioni, aggravato quasi a ogni bivio. Eppure è sempre stato sminuito, direi addirittura rimosso"

di Claudio Mésoniat (Il Federalista.ch)
Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie… in attesa che il Governo cantonale sveli il preventivo 2027 e l’aggiornamento del piano finanziario (nel corso del mese di ottobre). Brutti presagi? Non siamo forse abituati alle cifre rosse nei conti del Cantone? Sì certo, è un leitmotiv che abbiamo tutti nell’orecchio, ma con l'accento che, finora, batteva su “milioni”. Ora, da un orizzonte non troppo lontano, giunge l’eco del… miliardo. Conviene guardare le cose da vicino. Lo facciamo con qualcuno che di finanze cantonali se ne intende, avendole dirette per 12 anni, Marina Masoni.
In un panel organizzato dalla SUPSI lo scorso 4 maggio, Renato Mondada, della Divisione delle contribuzioni del Canton Ticino, e Samuele Vorpe, ordinario di diritto tributario presso la SUPSI, hanno lanciato un allarme sulle prospettive delle finanze cantonali. Il piano finanziario 2029 prevede un disavanzo ordinario – ossia al netto di nuovi aggravi – di oltre 200 milioni. All’orizzonte, si addensano sul nostro erario le seguenti nubi: la riforma del finanziamento delle strutture sanitarie (EFAS): 106-147 milioni l’anno dal 2028; la soppressione del valore locativo: 55 milioni dal 2029; un pacchetto di attese misure federali di risparmio: tra i 10 e i 28 milioni annui; il mancato adeguamento della perequazione intercantonale: 9 milioni.
A tali disavanzi (in totale circa 230 milioni l’anno) occorrerà aggiungere i costi di applicazione delle due iniziative sulle casse malati approvate dal popolo il 28 settembre 2025. Il Consiglio di Stato ne prevede l’attuazione in due tappe, nel 2027 e nel 2029: a regime, la fattura per il Cantone si aggirerà attorno a 140 milioni (altri 40 saranno a carico dei Comuni). Insomma, nel 2029 -ammoniva nel corso dell’evento SUPSI il professor Marco Bernasconi-, qualora stessimo a scrutare il cielo senza procurarci l’ombrello (nuove entrate o tagli alle spese), il nostro disavanzo si avvicinerebbe ai 600 milioni. Siccome poi “un disavanzo strutturale non è una buca da riempire una volta: si ripresenta ogni dodici mesi”, c’è chi -come la Camera di Commercio cantonale in un comunicato odierno- fa diligentemente i calcoli: “Due anni fanno 1,2 miliardi” [saremmo nel 2030]. “Tre anni 1,8 miliardi. Una legislatura intera 2,4 miliardi”.
Marina Masoni fu a capo del Dipartimento delle finanze e dell'economia dal 1995 al 2007. A fine anni ’90 il Ticino attraversava un momento di grave crisi, con un tasso di disoccupazione, ad esempio, che nel 1997 toccava il 9,7%, il triplo di quello odierno. Nel corso della sua prima legislatura furono elaborate linee direttive per realizzare un piano di risparmio di 450 milioni di franchi, nel momento in cui muoveva i suoi primi passi l’Università, si varavano gli assegni famigliari integrativi e si attuava una riforma dell’amministrazione.
Masoni, liberale, ha sempre indicato il “segreto” di una certa efficacia governativa nella ricerca del confronto e dell’accordo con il rivale politico Pietro Martinelli, socialista. Aggiungendo, in un’intervista al collega Righinetti sul CdT: “Trovare accordi è il mezzo per realizzare progetti e risolvere problemi; oggi, invece, andare d’accordo sembra il fine, l’obiettivo della legislatura”.
Signora Masoni, perché gli allarmi sulle prospettive di una voragine nei conti pubblici, allarmi lanciati da esperti, docenti SUPSI come pure da alti funzionari della stessa Amministrazione, sono passati in cavalleria?
È davvero difficile spiegarselo: il dissesto è nato negli anni: cresciuto votazione dopo votazione, peggiorato con numerose decisioni, aggravato quasi a ogni bivio. Eppure è sempre stato sminuito, direi addirittura rimosso. È vero che questa legislatura è stata particolarmente difficile, con incidenti e inciampi istituzionali prima quasi trascurabili, poi di importanza sempre crescente, al punto da diventare per finire paralizzanti per il Governo e il Parlamento e offuscanti per l’opinione pubblica. Ma il silenzio sui conti viene da più lontano: già nella passata legislatura, gli allarmi lanciati da parlamentari avveduti sono stati ignorati. Forse perché il baratro che si prospettava creava vertigine in chi lo guardava.
E qui arriva la votazione del 28 settembre 2025, che a noi comuni cittadini è parsa una boccata d’ossigeno, mentre per le casse pubbliche… un colpo di grazia.
Proprio così. In una situazione già ampiamente compromessa si è finiti per votare sulle iniziative popolari relative ai costi delle casse malati senza nemmeno un tentativo di risposta da parte delle autorità competenti; senza controprogetto e senza la consapevolezza della gravità della situazione finanziaria. In un contesto come questo, era prevedibile e quasi naturale che i cittadini e le cittadine chiamati alle urne finissero per sostenere gli unici provvedimenti che sembravano poter rispondere alle loro gravi e concrete difficoltà.
Come detto, il Governo cantonale, nel messaggio dello scorso 15 aprile, ha comunicato di voler procedere all’applicazione delle due iniziative sulle casse malati “parallelamente e in maniera proporzionata”, in due tappe. Contestualmente il Consiglio di Stato ha escogitato un mix salomonico di misure di rientro che, per la prima tappa (della seconda ancora non si parla), prevede tagli alla spesa per 25 milioni e aumenti delle entrate per 25 milioni. Quasi una soluzione mediana per non scontentare le due ali politiche… Una lettura troppo maliziosa?
Non so se la malizia abbia giocato un ruolo in questo messaggio: a me pare piuttosto un messaggio dettato dallo smarrimento e dall’urgenza. Tagli chi può e tassi chi può.
I risparmi più consistenti inciderebbero sui contributi al trasporto pubblico (5mio), i contratti di prestazione USI (5mio) e SUPSI (1,3 mio), il settore dei disabili e quello dei rifugiati. Cultura e socialità… Le paiono i punti giusti sui quali sforbiciare?
Certamente no, ma sarebbe troppo facile criticare le singole misure. Diciamo che si è intervenuti dove sembrava più facile, con colpi di penna, senza troppo meditare e approfondire. Ma questo è anche conseguenza del diniego degli anni precedenti, del rifiuto di accettare l’idea che i conti vanno tenuti sotto controllo costantemente, perché quando sono sfuggiti di mano è inevitabile intervenire con il machete, senza tempo per scegliere. Oggi si dovrebbe davvero ripartire con un lavoro da certosini, di approfondimento e di confronto politico anche duro, ma costruttivo. L’Università, per esempio, è un settore strategico fondamentale e prioritario, ma lavorando seriamente immagino che si possano trovare margini di risparmio anche lì. Occorre però un disegno organico, complessivo, con priorità ben chiare: tanto lavoro, tanta fatica, confronto con i tecnici, confronto con i diretti interessati e confronto politico. Le scorciatoie, per finire, non portano da nessuna parte.
Potremmo dire che portano all’incubo di una spada di Damocle di 600 milioni di franchi che ci penderà sopra la testa a partire dal 2029 e tenderà poi verosimilmente a ingigantirsi.
Secondo i dati ufficiali pubblicati in maggio, al più tardi dal 2029 il Cantone dovrà risparmiare 600 milioni di franchi l’anno (ogni anno). Abbiamo già elementi per presumere che la cifra sarà superiore, ma partiamo prudenzialmente da questa. È inimmaginabile pensare di porre rimedio a disavanzi di questa portata senza una fatica titanica da parte del Governo, dell’amministrazione e del Parlamento. Ad oggi, sono stati presentati numerosi atti parlamentari con proposte di risparmio, da anni non evasi, evasi sommariamente o addirittura decisi e non applicati: pensiamo per esempio al “decreto Morisoli” approvato dal Gran Consiglio nel 2021 e dal popolo nel 2022. Dimenticato e ignorato da chi avrebbe dovuto applicarlo. Questi atti e proposte potrebbero essere un buon punto di partenza. In ogni caso occorrerà un piano di lavoro con un progetto completo, anche da realizzare a tappe, ma nell’ambito di una strategia chiara.
Per rispondere a quali domande?
Cosa si vuole per il Cantone, per la cittadinanza, a che condizioni. Non si tratta di mettere i conti in ordine per il piacere di averli in ordine, si tratta della capacità di dare risposte ai problemi del Paese. Senza finanze sane e buongoverno non vi possono essere progetti politici. E per finire viene meno anche la fiducia nelle istituzioni, fondamento della nostra Svizzera.
Non sono mancate in tempi recenti le proposte di operare sul versante delle uscite. Per esempio, l’iniziativa popolare "Stop all'aumento dei dipendenti cantonali”, lanciata dall’UDC e sostenuta da Lega, Partito liberale e Centro, oltre che da Camera di Commercio e AITI. L’idea -in attesa di essere sottoposta a votazione- ruota attorno a quello che, popolarmente, si suole definire lo “sgonfiamento della rana di Bellinzona”, fissando un numero massimo di dipendenti cantonali all’1,3 % della popolazione residente in Ticino. Pura demagogia? Lei, che conosce bene la macchina dello Stato cantonale, cosa ne pensa?
Certo che se lo si definisce “sgonfiare la rana” può sembrare demagogia. Ma il contenimento del numero degli impiegati dello stato non è demagogia. Al contrario. È una parte molto importante del lavoro di legittimazione delle istituzioni. Il numero degli impiegati, che sembra quasi sfuggito di mano in questi ultimi anni, ha contribuito alla disaffezione e alla disillusione di molti cittadini e cittadine. Ogni persona, ogni famiglia, ogni azienda che deve affrontare un nuovo compito o una nuova spesa deve fare scelte di priorità e ridimensionare altre attività. Non può semplicemente aggiungere e cumulare attività e spese senza pensare che le energie hanno comunque un limite. Così deve fare lo Stato e deve fare l’amministrazione.
Tuttavia lo Stato, si suole dire, non è una famiglia.
Si sente spesso questa obiezione, ma lo Stato è finanziato con le energie e i soldi delle famiglie e deve tenerne conto. Aggiungiamo che oggi la tanto temuta e spesso vituperata digitalizzazione permette risparmi di unità di lavoro in molti ambiti: unità che potrebbero essere dedicate ad altre funzioni ritenute prioritarie, nell’ambito dell’attività dello Stato. L’iniziativa non chiede e non richiede licenziamenti. Nel Cantone vi sono attualmente circa 230-250 partenze spontanee ogni anno (per pensionamento o dimissioni): è sufficiente rivalutare regolarmente le necessità ed eventualmente riallocare le unità. Certo, questo richiede molto impegno, visione di lungo termine, flessibilità tra uffici e dipartimenti; certo, è più semplice sostituire automaticamente i partenti ed assumere nuovi collaboratori ove richiesti, ma a lungo andare questo non è sostenibile. Il Governo rappresenta la legittimazione democratica dell’amministrazione: come tale porta la responsabilità della sua efficienza, della sua capacità di rispondere alle esigenze della cittadinanza, del suo rispetto della e dalla cittadinanza. Lo strumento del controllo del numero dei dipendenti pubblici è essenziale anche da questo punto di vista. E, a medio termine, permette di evitare tagli improvvisati, drastici e dolorosi.
Tornando al messaggio del Consiglio di Stato, quanto alle misure ideate per aumentare le entrate -di 25 milioni- i nostri governanti pensano a un supplemento straordinario (qui l’aggettivo conta) dell’aliquota massima dell’imposta cantonale sulla sostanza, tra il 2,5 e il 3 per mille. In chiaro: l’aumento impositivo toccherà circa 9mila contribuenti con patrimoni superiori a 1,38 milioni. Un ritocco che frutterebbe 10 milioni l’anno alle finanze cantonali e che dovrebbe svanire dopo il 2029. Altra leva: un aumento delle tasse “sui trapassi immobiliari a titolo oneroso”, per 5 milioni di franchi di gettito extra. Le sembrano proposte adeguate? Se non fosse il caso, perché?
A me sembrano più che altro espedienti per rinviare le decisioni di fondo, nel frattempo continuando forse a sperare che qualcosa vada meglio di quanto oggi si prevede (con sopravvenienze fiscali o grazie a utili astronomici della Banca Nazionale). Come ha ben detto la Camera di Commercio: fin qui si è affrontata la situazione muovendosi su due binari: la speranza e l’espediente. Le misure qui citate fanno parte della seconda categoria.
Senza entrare ora nel ginepraio delle stime immobiliari (ci torneremo in un’altra occasione), i fautori dell’iniziativa “del 10%” suggerivano altri due ritocchi fiscali: quello di un aumento generalizzato del coefficiente d’imposta cantonale (+10 punti percentuali) e quello dell’imposizione di un’aliquota sulla sostanza (fino a una massima del 3,5 per mille; per la serie “già che ci siamo…”). Cosa ne dice? Lei vede altre modalità di intervento per accrescere il gettito fiscale?
A me pare che in questi anni le possibilità di aumento del gettito fiscale siano state ampiamente sfruttate, sia a livello di leggi e regolamenti, sia a livello di prassi. Inoltre, aumenti dell’ordine di quello necessario per coprire il disavanzo preannunciato per il 2029 non sarebbero del 10%, ma del 37% per tutti i contribuenti, secondo i calcoli ufficiali. Non occorre essere né liberisti, né liberali, per rendersi conto che sarebbero del tutto insostenibili. Il Canton Ticino è già oggi agli ultimi posti nella classifica della competitività fiscale intercantonale; ne vediamo già le conseguenze, e non tarderemo a toccarne con mano di più gravi. Occorre mettersi al lavoro adesso per costruire un piano di risanamento davvero sostenibile. I lavori dureranno anni? È probabile: quindi si deve iniziare oggi pomeriggio.