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Serbia e Bosnia lottano contro alluvioni, almeno 50 morti
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Una cinquantina di morti, decine di migliaia di persone costrette a lasciare le proprie case, danni incalcolabili all'agricoltura e alle infrastrutture: Serbia e Bosnia-Erzegovina sono in ginocchio per le inondazioni più estese e devastanti mai subite finora.

Il bilancio delle vittime - almeno trenta morti in Bosnia-Erzegovina e una ventina in Serbia - è purtroppo ancora provvisorio e destinato quasi certamente ad aggravarsi con il progressivo ritirarsi delle acque. Si teme infatti l'affiorare di altri cadaveri. Nei due Paesi balcanici, dove oggi per la prima volta da una decina di giorni non si sono registrate piogge e in vaste regioni è tornato a splendere il sole, continuano senza sosta le operazioni di soccorso alle popolazioni.

A migliaia vengono messi al sicuro in alberghi, centri sportivi, case dello studente, spazi fieristici nelle maggiori città, a cominciare dalla capitale Belgrado. In tanti vengono ospitati da parenti e amici. Con unità dell'Esercito appoggiate da elicotteri sono mobilitati nei soccorsi migliaia di giovani volontari che hanno risposto ai ripetuti appelli delle autorità.

In Serbia, dove gli evacuati sono stati finora circa 30 mila, le situazioni più critiche restano lungo il corso del fiume Sava, in particolare a Obrenovac, andata completamente sommersa e i cui 20 mila abitanti sono stati in gran parte tutti evacuati. Oggi in quella località si è recato il premier Aleksandar Vucic, che ha annunciato il ritrovamento di 12 corpi.

Sempre in Serbia sono forti le apprensioni per due grandi centrali termiche assediate dalle acque - la 'Nikola Teslà sulla Sava presso Obrenovac (sudovest di Belgrado, produce il 50% dell'energia elettrica di tutta la Serbia), e quella di Kostolac, sul Danubio non lontano da Pozarevac (est di Belgrado).

La situazione è leggermente migliorata, ha detto Vucic, ma la minaccia delle acque non è ancora passata, soprattutto per le piene di grandi fiumi Sava e Danubio attese a Belgrado e in altre grandi città. Secondo la Camera di commercio, circa l'11% di tutte le imprese registrate in Serbia si trova in Comuni colpiti dalle alluvioni, si parla di oltre 11 mila aziende e 26 mila negozi.

Il settore agricolo è in ginocchio: distrutti migliaia di ettari coltivati a mais, soia, girasole, fragile, lamponi, verdure, prodotti che hanno una voce significativa nell'export della Serbia.

Anche le infrastrutture hanno subito un colpo mortale, in Paesi non certo all'avanguardia in fatto di strade e autostrade. Anche in Bosnia-Erzegovina, dove gli sfollati sono non meno di 20mila, la situazione più critica resta quella lungo la Sava, che ha rotto gli argini in vari punti.

Una grande minaccia è costituita dal moltiplicarsi di frane e smottamenti, mentre è reale il pericolo dei campi minati travolti e cancellati dalle acque, con gli ordigni e residuati di guerra trasportati chissà dove. E mentre il premier serbo Vucic con orgoglio elogia la macchina dei soccorsi che a suo avviso ha funzionato "meglio che in altri Paesi più sviluppati del nostro", continua e si intensifica l'afflusso di aiuti dall'estero.

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