Dopo la sconfitta per 7-1 dei brasiliani contro i tedeschi c'è chi straparla evocando la finale del 1950. Ma ieri sera non è accaduto nulla di eroico o di leggendario. Solo una partita da statistica

di Andrea Leoni
C'è chi in queste ore, causa ignoranza storico-calcistica, straparla di nuovo Maracanazo. Pure peggio, scrive qualcuno. In realtà l'unico punto di contatto tra la madre di tutte le partite, disputata a Rio de Janeiro nel 1950, è la caporetto di Belo Horizonte andata in scena ieri sera è il Brasile e il Mondiale. Brasile come paese ospitante del torneo e squadra protagonista della partita e Mondiale in quanto competizione in cui si sono svolti i fatti. Poi che ai brasiliani resterà la turba psicologica della Coppa del Mondo casalinga è fatto curioso ma francamente irrilevante da un punto di vista storiografico.
Anche solo accostare le due vicende è opera di blasfemia pallonara. Lo è da un punto di vista strettamente cronistico: Brasile-Uruguay era una finale e non una semifinale. E non è un dettaglio da poco. Allora, la Celeste era la squadra nettamente sfavorita al contrario di quanto avvenuto al Mineirão dove i tedeschi partivano con tutti i favori del pronostico. L'Uruguay è un paese di 3 milioni e mezzo di abitanti, la Germania è il più grande paese dell'Europa occidentale. La Seleção di oggi è ridicola da un punto di vista tecnico se paragonata a quella del '50, oltre ad essere una delle compagini brasiliane più deboli che mai presentata a una fase finale di un Mondiale.
Grossi limiti ampiamente prevedibili che avevamo messo in luce in fase di analisi prima dell'inizio del Mondiale: "Sarà un Brasile simile a quello vincitore in Corea, non bellissimo da un punto di vista estetico ma estremamente pratico nella ricerca del risultato. Rispetto alla squadra che si laureò campione del Mondo, tuttavia, il tasso tecnico sembra inferiore. Non ci sono Rivaldo e Ronaldinho (di allora), né Roberto Carlos e Cafù, e soprattutto manca il capo cannoniere di quella edizione: il Fenomeno Ronaldo. Non è una differenza da poco. I bravi giocatori non mancano ma quanti di questi sono davvero dei grandissimi? Luiz Gustavo, Paulinho, Ramires, Willian, Fernandinho, Oscar, Hulk, solo per citarne alcuni dal centrocampo in su, dovranno dimostrare per la prima volta in carriera di essere campioni. Neymar è l'unico furoiclasse sicuro". A questo va aggiunto che David Luiz ha confermato di non essere un buon difensore. D'altra parte a molti non era sfuggito che Mourinho per tutta la stagione lo aveva fatto giocare a centrocampo nel Chelsea. E che all'inizio dell'estate se ne è subito liberato, rifilando il "pacco" al PSG che lo ha strapagato 50 milioni di Euro.
Ma a parte queste evidenze fattuali, l'enorme differenza rispetto al Maracanazo sta tutta nell'epicità di quella partita. In quel match, combattutissimo, terminato 1-2, nacque la leggenda del calcio come gioco dove può accadere l'impossibile. Oggi siamo di fronte a una partita da pallottoliere, impressionante, certo, se guardiamo il punteggio, ma di più imbarazzante e per certi versi circense, dilettantesca, da oratorio. Tatticamente e tecnicamente ridicola. Non degna di una semifinale del Mondiale. Una gara da far arrossire, da compatimento, da sfottò. Non c'è stato nulla di eroico. Nulla di romantico o di emotivamente e carnalmente tragico. Nessuno tramanderà di generazione in generazione questo incontro con la "religiosità" con cui ancora oggi si narra di quanto successeil 13 luglio 1950 al Maracanà di Rio de Janeiro. Si parlerà di quanto accaduto ieri sera come citazione statistica o come aneddoto. E così deve essere. Non va scomodata nessuna mitologia.
A questo proposito va consigliata estrema cautela agli scommettitori che già hanno incoronato la Germania campione del Mondo. Sono una grandissima squadra che sta tentando di vincere il Mondiale tradendo visceralmente la propria storia calcistica. È una scommessa affascinante e perversa. Ma non l'hanno ancora vinta e la finale sarà tutta un'altra storia. Che sia Olanda o Argentina.