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"Furore", così Steinbeck raccontò la grande crisi americana e i "frontalieri" della California
LINEA D'OMBRA - “Le grandi società non sanno che la linea di demarcazione tra fame e furore è sottile come un capello”

The grapes of wrath, “i grappoli d’ira”, è un’immagine della poetessa americana Ward Howe. Fu da quel verso che John Steinbeck trasse il titolo del capolavoro che lo rese unico scrittore al mondo premiato con Nobel e Pulitzer. In italiano il titolo è Furore.

Il romanzo, divenuto simbolo della Grande Depressione americana, racconta – attraverso l’odissea della famiglia Joad, e del protagonista Tom, poi cantato da Woody Guthrie e Bruce Springsteen (GUARDA VIDEO) - situazioni, fenomeni e sentimenti che noi stessi oggi viviamo e vediamo.

“Le grandi società non sanno che la linea di demarcazione tra fame e furore è sottile come un capello”.
Steinbeck, che viveva a Salinas, in California, cittadina meta di grandi flussi migratori - anche dal Ticino, come testimoniano le vie intitolate a Locarno e Bellinzona – si ispirò al alcuni articoli apparsi nel 1936 sul San Francisco News: descrivevano le condizioni di vita di gente che aveva abbandonato il Midwest dopo le tempeste di polvere che avevano reso sterile la terra. E le banche si erano portate via le loro fattorie.

“Siamo le scene che abbiam vissute: siamo questa terra, questa terra rossa: siamo gli anni d’inondazione e gli anni di polvere creata dal vento e gli anni di siccità. Noi non si può ricominciare. Lo strozzino s’è preso con la roba anche le nostre maledizioni, ma l’amarezza ce l’ha lasciata dentro, l’amarezza che continuerà a roderci per tutta la vita”.

Questi uomini, queste famiglie disperate, si mettono in viaggio su auto d’occasione, che perdono pezzi per strada, verso una sorta di terra promessa, dove in realtà la manodopera è sfruttata e sottopagata. Sono gli Okies.

“Ed ecco che, d’un tratto, nel Kansas e nell’Oklahoma, nel Texas e nel Nuovo Messico, nel Nevada e nell’Arkansas, le trattrici e la polvere si alleano per spodestare i coloni e cacciarli nel West. Ed ecco formarsi ed apparire le carovane dei nomadi: ventimila, centomila, duecentomila. Varcando le montagne si riversano nelle ricche vallate: tutti affamati, inquieti come formiche in cerca di cibo, avidi di lavoro, di qualunque lavoro”.

Attraversano gli Stati Uniti lungo la mitica Highway 66.

“L’arteria 66 è il calvario dei popoli in fuga, di gente che migra per salvarsi dalla polvere e dall’isterilimento della terra, dal rombo della trattrice e dall’avarizia dei latifondisti”.
Molti disperati hanno in tasca un foglietto arancione. “Spiccava in grossi caratteri la scritta: OFFERTA D’IMPIEGO A 800 LAVORATORI IN CALIFORNIA. PAGHE OTTIME TUTTA LA STAGIONE”.

La California, il sogno di una terra ricca e florida, ancora oggi considerata “l’insalatiera d’America”, dove si stendono gli sconfinati vigneti della Napa Valley…
“La primavera è magnifica nelle vallate della California (…). I poggi verzicanti sono tondi e morbidi come mammelle, e sui vecchi tralci contorti i primi teneri viticci mettono un manto delicato tutto drappeggi”.

Marco Bazzi

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