I provvedimenti restrittivi non vanno allentati prima del ponte del Primo Maggio e di misure accompagnatorie adeguate. Un ultimo appassionato richiamo alla logica e al buonsenso

di Andrea Leoni
Scrivo come se questi pensieri fossero indirizzati al mio amico più caro. Ma è ai governanti di questo Cantone che mi rivolgo. Lo faccio nella piena consapevolezza che queste parole rimarranno scritte sull’acqua, se non diventeranno sillabe sulle bocche di molti. Non è più il tempo dell’invettiva, di gridare “Vergogna”, per scuotere le coscienze e sfogare l’angoscia e la collera per il dramma che stiamo attraversando e i lutti che ne scandiscono il cammino.
Oggi è il tempo della riflessione. Di un ultimo appassionato richiamo alla logica e al buonsenso, per scongiurare il pericolo che si sta facendo strada, di precipitare in un nuovo abisso, forse ancora più feroce e crudele di quello che stiamo vivendo dalla fine di febbraio.
Mi rivolgo a voi, signori Consiglieri di Stato, nella speranza che la forza dei fatti vi faccia ravvedere, vi instilli un ultimo dubbio in grado di arrestare l’incedere del vostro passo verso la scorciatoia frettolosa dell’allentamento delle misure restrittive.
Mi rivolgo anche ai deputati federali e cantonali, ai sindaci e ai municipali, a consiglieri comunali, agli imprenditori e ai sindacalisti, alle molte personalità della società civile che in queste settimane hanno dato un contributo prezioso di sostegno al Governo, affinché prendesse buone decisioni.
Un solo esempio
Desidero partire nel ragionamento da un fatto che sottopongo ai ministri e agli esperti, in primis il medico cantonale, che sostengono l’allentamento delle misure: chiedo loro d’indicarmi un sola regione del pianeta, con un tasso d’incidenza della malattia sulla popolazione paragonabile a quella del nostro Cantone, in cui non sia stata svolto un lockdown totale di almeno quattro-sei settimane e la cui riapertura non sia stata sostenuta attraverso incisive misure d’accompagnamento: test a tappeto, mappatura e tracciamento digitale, mascherine obbligatorie. Chiedo un solo esempio. E non si citi Ginevra che è prossima a raggiungerci sul primo gradino di questo macabro podio: non proprio un modello a cui ispirarsi.
Una spiacevole verità
Questa riflessione va accompagnata con una verità spiacevole, suffragata da numeri che fanno tremare i polsi (oggi siamo arrivati a 200 morti). Una verità che dobbiamo dirci, non per dar la caccia ai colpevoli, ma per non scivolare nella perseveranza diabolica. Il Ticino è una delle regioni più colpite di tutto il Mondo. Non esiste un modello ticinese, a meno che non si voglia parlare di un esempio bergamasco o bresciano. Ciò è avvenuto per due ragioni. La prima è perché le misure di contenimento sono state adottate troppo tardi, in particolare quelle sul Rabadan e la risottata di Lugano, sulle scuole, sui ristoranti, sui negozi, palestre, teatri e cinema, quindi anche sulle frontiere. Dobbiamo dirci che la politica della proporzionalità, con un’azione reattiva e non preventiva, è stata un errore che ha aiutato la diffusione del virus. La seconda ragione è geografica perchè, come scrivevamo a fine febbraio, ci trovavamo affacciati su quello che allora era il più grande focolaio di Coronavirus di tutto l’Occidente. Anche in quei giorni bastava solo la logica e il buonsenso, per comprenderlo. Non difettiamone di nuovo.
Non commettiamo gli stessi errori
Utilizziamo questi strumenti per non commettere gli stessi errori alla rovescia. Dopo aver chiuso troppo tardi, non possiamo aprire troppo presto. Invito chi è chiamato a decidere: non pecchiamo nuovamente di presunzione. Ciò che è successo in Cina è accaduto anche da noi. E abbiamo dovuto adottare le stesse misure, anche se solo qualche settimana fa ci sembrava impossibile.
Osserviamo con umiltà l’esperienza di chi ci è già passato. A Codogno, dopo un mese di quarantena stretta, i casi rasentavano lo 0, la stessa condizione in cui ci auguriamo di ritrovarci noi la settimana prossima. Ma a causa di una sovrapposizione tra la restrizioni regionali e nazionali, per qualche giorni vi fu una riapertura delle attività. Il risultato immediato fu una ripresa del contagio.
Non ci sono scorciatoie
Non siamo diversi dagli altri. Non ci sono scorciatoie. Non possiamo accorciare i tempi. Per uscirne dobbiamo percorrere la stessa via Crucis e attrezzarci con misure d’accompagnamento analoghe, delle regioni in cui il Covid19 ha colpito più duramente. Noi cittadini ticinesi dobbiamo pagare lo stesso tributo di sacrifici di chi vive nel Lodigiano o a Whuan. Non coltiviamo altre illusioni che potrebbero rivelarsi come nuove testate contro il muro.
Non bluffiamo, per favore, sulle date. La nostra chiusura di tutte le attività non essenziali, risale al 19 marzo, in occasione del ponte di San Giuseppe. Sarà passato un mese venerdì prossimo, quando scadrà il termine della situazione straordinaria ordinata dalla Confederazione. Non possiamo condizionare il destino della Svizzera, ma il nostro sì, come abbiamo già dimostrato. Da quel giorno prendiamoci ancora una decina di giorni per stabilizzare i dati e mettere in atto alcune misure accompagnatorie, mascherine in primis.
Una malattia ancora sconosciuta
Le misure accompagnatorie sono decisive per una riapertura in sicurezza, perché questa malattia nasconde ancora molti segreti. Sarebbe utilissimo, ad esempio, avere una stima di quanti contagiati ci sono in Ticino, attraverso un’indagine sierologica su un campione rappresentativo. Così come sarebbe utilissimo un meccanismo di mappatura digitale per isolare tempestivamente i positivi e i loro contatti. Nella conferenza stampa di ieri delle autorità cantonali è sembrato tornare di moda l’idea dell’immunità di gregge. Attenzione però, come sottolinea oggi sul Corriere del Ticino il Professor Bernasconi “non sappiamo se le persone sono protette dopo che sono state contagiate dal COVID-19 e hanno sviluppato anticorpi. Magari sono protette per settimane o mesi, ma si teme che questa immunità vada persa molto rapidamente. Quindi un’immunità molto transitoria”. Preferiremmo evitare di essere di nuovo le cavie per dimostrare la teoria del gregge.
Molti punti di domanda presenta ancora il tema dei sintomatici e della loro contagiosità nel tempo. In Italia si calcolano almeno quattordici giorni dalla scomparsa dei sintomi. In Ticino solo due. Tante le incognite anche sugli asintomatici. Facciamo un esempio: per i 53 positivi certificati oggi in Ticino, potrebbero essercene il doppio, il triplo, il quadruplo senza sintomi. Se tutto fosse aperto, senza misure accompagnatorie, queste persone continuerebbero ad alimentare il focolaio del virus. Soprattutto nella misura in cui ci manca un parametro di riferimento: quanti se ne possono stimare dall'inizio dell’epidemia rispetto alla popolazione?
La rinascita del Primo Maggio
Impariamo a guardare oltre i nostri confini. Alla Lombardia, soprattutto. Non commettiamo nuovamente l’errore di scelte asimmetriche, come se la frontiera fosse il confine tra mondi diversi. Le nostre economia sono troppo dipendenti. È impensabile che un muratore di Bergamo non possa batter chiodo nella sua Regione, ma possa farlo a Mendrisio. Lo stesso vale per un operaio, un barista, un idraulico, un giardiniere. Cerchiamo di essere coordinati questa volta, il che significa riaprire la frontiera con grande cautela e giudizio.
Ascoltiamo quei medici che, all’inizio della pandemia, chiesero inascoltati per settimane che fossero adottate misure di contenimento, e oggi ci dicono di pazientare e tenere duro almeno fino a fine aprile, indicando il ponte del Primo maggio come data dopo la quale ricominciare. La festa dei lavoratori rinnoverebbe la sua carica simbolica, aggiungendo un elemento di rinascita e di speranza nel futuro. Appuntamento al 4 maggio dunque, la stessa data che viene indicata oggi dal Corriere della Sera per l’Italia.
Chi va piano va sano e va lontano
Chiedo ai governanti di legarsi al palo come Ulisse, per non cedere al canto seducente delle sirene. Che vi possa guidare la massima cautela. Non fate correre al Paese il rischio di una ricaduta che significherebbe gettare al vento settimane di sacrifici e sarebbe psicologicamente devastante, sia per i cittadini che per l’economia.
Se si sbaglia per prudenza perdiamo ancora qualche soldo, se si sbaglia per fretta, la gente muore.
Chi va piano, va sano e va lontano.