Il ministro del DI si era distanziato dalla lettera redatta dal DECS, dichiarando che non era stata discussa: "Il Governo non avrebbe sottoscritto simili contenuti"

BELLINZONA – In queste ore si sta scaldando la discussione attorno nuova ordinanza sulla radiotelevisione. Non per i suoi contenuti però. Ad aprire il vaso di Pandora è stato Filippo Lombardi, ma ad aggiungere il carico da novanta e trasformare la bagarre in polemica ci hanno pensato le dichiarazioni di Norman Gobbi, smentito poi da Manuele Bertoli. Per cercare di capire quanto successo Liberatv ha quindi chiesto lumi al presidente ad interim Paolo Beltraminelli.
Ma andiamo con ordine. Il nuovo botta e riposta che infiamma l’Esecutivo ticinese nasce nell’ambito della consultazione federale per la revisione della legge Radio-Tv. Si trattava, insomma, di inviare al Dipartimento federale delle comunicazioni una presa di posizione da parte del Governo cantonale. Ed è quanto è stato fatto, appunto, con una lettera, redatta dal DECS, partita negli scorsi giorni all’indirizzo di Berna. Secondo Lombardi però, che ha tuonato il suo malcontento dalle pagine del Corriere del Ticino, la posizione del Consiglio di Stato sarebbe sbilanciata pro SSR a danno delle emittenti private.
Interpellato sulla questione da TeleTicino, il ministro Norman Gobbi ha dichiarato che quella lettera, in sostanza, non sarebbe dovuta partire: “Il Governo sicuramente non avrebbe sottoscritto questo tipo di contenuti”, ha detto scusandosi personalmente con Lombardi e prendendo le distanze da quanto scritto nella missiva.
“Le osservazioni inviate a Berna non sono state né discusse né condivise dal Governo, pertanto la questione dovrà ritornare in Consiglio di Stato”, ha spiegato aggiungendo che l’Esecutivo non era a conoscenza dei contenuti della lettera poiché questa non è stata presentata secondo il canonico iter. Tutto da rifare quindi, e in un clima di serena discussione perché, concludeva, “se non c’è una maggioranza all’interno del Consiglio di Stato questa lettera non può partire”.
No, così no! Lette le dichiarazioni del collega, Manuele Bertoli si affida a Facebook per mettere i puntini sulle i: “Mi spiace farlo pubblicamente, non sono io ad aver scelto questa strada, ma si tratta di una menzogna bella e buona”.
Il direttore del DECS precisa quindi che l’incarto “ha seguito l’ordinaria procedura, è stato regolarmente messo all’ordine del giorno e discusso il 21 ottobre scorso, mentre il breve complemento è stato discusso in primo giro (la fase in cui settimanalmente i Dipartimenti presentano dei progetti di lettera a nome del Consiglio di Stato) il 18 novembre scorso”.
Su questo dossier, aggiunge, “non c’è stato nessun problema di collegialità, non c’è stato alcun documento partito senza che il Governo si pronunciasse con cognizione di causa. Naturalmente bisogna che i documenti vengano letti prima delle sedute, cosa che fa parte delle incombenze della funzione di membro del Governo, ma questa è un’altra cosa”.
Se si vuole discutere, anche a posteriori, nel merito della posizione del Consiglio di Stato su questo dossier va bene, conclude Bertoli, “va bene anche farlo con chi se n’è lamentato pubblicamente, ma non si possono raccontare fandonie sulla procedura adottata, che è stata quella usuale per tutti i dossier governativi”.
Arriva quindi in campo la terza voce, quella del presidente ad interim Paolo Beltraminelli, che spiega: “Non voglio entrare in polemica con i miei colleghi. Rilevo unicamente che dal punto di vista procedurale Bertoli non ha torto, ma si tratta comunque di un tema la cui competenza decisionale non è del Consiglio di Stato ma del Consiglio federale. C’è stata, su questa consultazione, una doppia presa di posizione da parte del Consiglio di Stato: una era ordinaria e una no (la prima prevede che il dossier di competenza di un dipartimento venga sottoposto a tutti i consiglieri di Stato, ndr.). Entrambe hanno sollevato critiche da parte di Filippo Lombardi e credo che, alla luce di queste settimana, prossima varrà la pena rileggere quanto abbiamo scritto all’indirizzo dell’Ufficio federale delle comunicazioni”.
Insomma, il tema che ha scatenato la reazione di Lombardi in veste di presidente di TeleTicino è arrivato sì in Consiglio di Stato, almeno nella prima fase, ma è passato, come si dice, sottotraccia. Senza suscitare particolare attenzione da parte dei ministri.