IMMIGRAZIONEMASSA
Immigrazione di massa, Cassis: “Questo risultato era prevedibile. Ed è ora che il Ticino sia finalmente ascoltato"
Il Consigliere nazionale PLR in un’esclusiva intervista si esprime a 360 gradi sull’esito della votazione dell’iniziativa UDC. Risultato, interpretazioni, responsabilità e riflessioni

LUGANO - “Il voto ticinese è andato come prevedevo. Il disagio in questo momento sul mercato del lavoro è palese e molto profondo e, purtroppo, le istituzioni non sono riuscite a contenere gli effetti negativi della libera circolazione”.

Il consigliere nazionale del PLR Ignazio Cassis, membro della delegazione parlamentare per i rapporti con l’Unione Europea, non aveva dubbi che in Ticino la votazione sull’immigrazione di massa sarebbe andata esattamente com’è andata.

Secondo lei di chi è la colpa?

“Di tutti e di nessuno – dice. Sicuramente del momento storico, della profonda crisi economica che ha colpito anche la Lombardia, crollata in poco tempo dal terzo posto al 120esimo nella classifica delle regioni più produttive d’Europa. Ci sono potenzialmente nove milioni di persone che premono sul nostro mercato del lavoro, migliaia di lavoratori che cercano di trovare uno sbocco professionale in Ticino”. 

Insomma, lei assolve la politica?

“Assolutamente no. Sappiamo che il Ticino è molto vulnerabile, ha un’ampia frontiera e le nostre condizioni economiche di standard svizzero lo hanno reso fortemente attrattivo. Il Ticino è una realtà unica a livello nazionale. Ed è quello che fatichiamo a far capire a Berna. In Francia non ci sono metropoli in profonda crisi vicine a Ginevra, e in Germania la crisi non è paragonabile a quella che sta vivendo l’Italia”.

Quindi da parte della politica federale non c’è stato sufficiente ascolto…

“Sicuramente, ma mi chiedo anche se le autorità politiche nazionali possano arginare il fenomeno con gli strumenti che hanno a disposizione. Una cosa è certa: Cantone e Confederazione non hanno agito sulla stessa lunghezza d’onda per porre rimedio alle evidenti distorsioni che si sono verificate sul mercato del lavoro. Anche perché il Ticino non genera nella maggioranza degli svizzeri tedeschi il sentimento di essere una regione importante quanto per esempio l’area zurighese. Ma è un fattore storico, che esiste da sempre”.

Insomma, non dobbiamo attenderci molto da Berna, dice lei…

“Forse ci vogliono degli choc come quello di domenica scorsa per smuovere qualcosa, anche se adesso ci avventuriamo su un percorso dall’esito estremamente incerto. Perché il nostro benessere è essenzialmente legato all’industria dell’esportazione. Su due franchi di ricchezza prodotta in Svizzera uno deriva dall’esportazione, e di quel franco 60 centesimi sono generati nei paesi dell’Unione Europea”.

Torniamo alle responsabilità…

“Senza dubbio ci sarebbe voluta una più attenta analisi della situazione. E qui l’Amministrazione federale mostra tutti i limiti della sua considerazione per il Ticino. Senza un proprio consigliere federale, la cosiddetta ‘terza Svizzera’ non ha sufficienti capacità di incidere sulle scelte politiche della Berna federale. La SECO, per esempio, ha una lunghezza d’onda nella lettura della realtà che è tipicamente svizzero tedesca. Credo che l’esasperazione che i ticinesi hanno testimoniato con il voto di domenica sia in buona parte dovuta a questo problema”.
 
Ma non solo il Ticino ha votato “sì”.

“Negli altri cantoni osservo un po’ il riemergere dalla Svizzera conservatrice. C’è sicuramente un timore legato all’aumento della popolazione straniera, un sentimento che ha sempre caratterizzato la coscienza della nostra popolazione. Che peraltro è anche sempre pronta ad utilizzare manodopera estera in funzione economica”.

È riemerso dunque un forte sentimento anti-straniero, secondo lei?

“Si, un sentimento principalmente legato alla paura di perdere il nostro benessere. In Svizzera tedesca per esempio è forte il timore che la nostra ricchezza sia un potente magnete per scrocconi e mantenuti sociali. E’ ovvio che di fronte a un’UE in profonda crisi il nostro paese rappresenta un Eldorado anche per molte persone che cercano di approfittare delle nostre prestazioni sociali. Secondo me il SI di diversi cantoni è legato al timore che la Svizzera diventi la rete sociale per gli emarginati europei. Credo che questo fattore abbia condizionato anche il voto di molti elettori ticinesi che non necessariamente sono preoccupati per il proprio posto di lavoro”.

In ogni caso alcune distorsioni erano oltre il limite dell’assurdo, come l’esenzione dall’IVA fino a 10'000 franchi per gli artigiani esteri…

“Certo, e ci sono voluti due anni e mezzo per risolvere la questione, senza mollare l’osso, per far capire a Berna che quella situazione gridava vendetta al cielo. Il successo della mia mozione è stato possibile grazie a un paziente lavoro di persuasione, cominciato fuori dalla politica, con l’Unione svizzera arti e mestieri (le PMI svizzere) e il mondo economico, passando dal Governo ticinese a tutta la Deputazione. Una grande azione concertata. Ma questi sono i tempi della nostra politica. Alla fine ero quasi esasperato”.

E adesso cosa dovrebbe fare il Ticino?

“Tutto meno che indossare l’abito di Calimero. Dobbiamo pretendere di parlare con i politici e i funzionari federali senza farci guardare dall’alto in basso. Se no ci daranno soltanto qualche biscottino. Il riflesso dello svizzero tedesco medio che ti sente parlare italiano è pensare che sei uno straniero”.

Il Consiglio federale è stato sconfessato dal popolo su un tema fondamentale. Qualcuno dovrebbe dimettersi secondo lei?

“No, ciò non fa parte della tradizione politica svizzera, fatta di continue votazioni per via della democrazia diretta. Se ogni volta qualcuno si dimettesse, dovremmo fare elezioni suppletive quattro volte all’anno! E poi in questo caso non vedo alcun capro espiatorio nel Governo. Possiamo criticare i singoli ministri, ma la loro è un’azione comune.. Piuttosto vorrei che l’UDC assuma ora la responsabilità, mandiamo Christoph Blocher a trattare con Bruxelles! Adesso bisogna mantenere sangue freddo e mente lucida e chiedersi come possiamo negoziare la miglior soluzione possibile con l’Europa. Ovvio che la strada è tutta in salita, ma non è la prima volta che ci succede. Ce la faremo”.

emmebi

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