Il numero uno di UBS a liberatv.ch: "Continuo a credere in Rubik. Non dobbiamo rinunciare alla nostra indipendenza accettando lo scambio automatico di informazioni. Spero in una mediazione che riapra le trattative con la Germania. Intanto avanti con la st

di Marco Bazzi
ZURIGO – Tra una conferenza telefonica e l’altra il numero uno di UBS, Sergio Ermotti, trova qualche minuto per dire la sua a liberatv.ch sulla bocciatura di Rubik da parte della Germania.
Telegraficamente, il suo pensiero: “Io continuo a credere che Rubik sia la soluzione migliore. Spero che una mediazione potrà riaprire il discorso. E ribadisco un fermo no allo scambio automatico e unilaterale di informazioni fiscali”.
D'altra parte, Ermotti, il no tedesco era un copione già scritto. Non crede?
“Chiaro, c’era da aspettarsi una decisione del genere. Era abbastanza chiaro che si sarebbe andati verso una bocciatura dell’accordo. Adesso speriamo che il processo di mediazione avviato tra i due Paesi, se verrà confermato, permetta di trovare una nuova soluzione sugli accordi fiscali. Siamo in una fase molto delicata, non solo per la Svizzera, ma anche per Germania, visto che si tratta di un contratto stipulato tra due governi che non è stato ratificato”.
Insomma, secondo lei bisogna insistere su Rubik?
“Certo, continuo a pensare che Rubik sia, e non solo nei confronti della Germania, la soluzione migliore per risolvere i problemi del passato, per dare alle nazioni quello che ci chiedono e per permettere alle banche e ai clienti di regolarizzarsi e di voltare definitivamente pagina. È chiaro però che se si vuole perseguire una politica che non risolve i problemi le banche non possono farci nulla. Credo di poter dire che noi la volontà di giungere a una soluzione l’abbiamo ampiamente dimostrata”.
E se Rubik fallisse definitivamente?
“Guardi, se non passa il modello Rubik andremo incontro a un lungo processo che non so dove porterà. Dico solo, sicuramente, la soluzione alle vertenze fiscali non potrà essere lo scambio automatico di informazioni, che sarebbe un grave danno per l’intera economia svizzera”.
Eppure la tendenza sembra essere proprio quella…
“Bene, allora io dico: facciamo lo scambio automatico di informazioni quando lo faranno anche gli altri paesi del mondo. Ma per ora la Svizzera deve limitarsi a fare esattamente quello che fanno gli altri paesi, vale a dire fornire informazioni soltanto in casi di reati penali imputati ai clienti esteri”.
Insomma, lei ritiene che non ci sarebbe reciprocità nell’ambito dello scambio automatico…
“Accettare uno scambio automatico significherebbe chiaramente per la Svizzera farlo in modo unilaterale. Questa richiesta è infatti mirata unicamente a minare la nostra posizione e non sarebbe di sicuro un accordo alla pari. Inoltre, sono convinto che sarebbe un fattore negativo non solo per la piazza finanziaria elvetica ma anche per la nostra indipendenza nazionale. Non capisco proprio perché dovremmo fare una concessione del genere e recitare il ruolo di primi della classe. Non dobbiamo cedere alle pressioni esterne. Sono cose che non si sono mai viste in nessuna parte del mondo. Ma ripeto: se il mondo si muoverà seriamente in questa direzione lo faremo anche noi”.
E nel frattempo?
“Per il momento il nostro dovere è quello di consolidare una piazza finanziaria fondata su capitali dichiarati e di attenerci agli standard internazionali. Noi questo processo, fondato sulla strategia del denaro bianco, lo abbiamo iniziato e intendiamo portarlo avanti”.
Nei giorni scorsi si è parlato, in merito alle trattative su Rubik con l’Italia di aliquote fino al 35% per i clienti che intendono regolarizzare la loro posizione fiscale. E in molti hanno detto che un’aliquota simile sarebbe improponibile e che i capitali italiani fuggirebbero. Lei che ne pensa?
“Sulle trattative con l’Italia non ho informazioni precise, ma un’aliquota del 35% non mi pare realistica. Noi come banche non siamo parte coinvolta nelle negoziazioni. Spetta ai governi trattare. Noi possiamo solo immaginare quale sarebbe la reazione dei clienti”.
Di più il numero uno di UBS non vuol dire su questo tema, anche perché non vi è nulla di concreto e confermato in merito alle ipotetiche aliquote in discussione con l’Italia. Ma si capisce qual è il suo pensiero.