CRONACA
Biscossa: "Insostituibile". Botta: "Il mio maestro". Ciao Tita
L'architetto nel ricordo dell'ex presidente del suo partito, compagna di tante battaglie: "Era sempre al fianco dei più deboli, fossero uomini, idee o territorio". E del suo ex allievo, Mario Botta: "Un intellettuale dalle grandi contraddizioni"

ROVIO – “Tita Carloni? Un uomo insostituibile”, dice commossa l’ex presidente del Partito socialista Anna Biscossa, compagna e amica di tante battaglie. Ha saputo da poco della morte dell’architetto.

“Sono profondamente triste – dice -. Era davvero un uomo insostituibile, perché al di là delle sue grandi competenze e del suo rigore professionale, al di là della sua grande cultura, era sempre dalla parte dei più deboli: fossero persone, territorio, idee… Tita era sempre al fianco di chi faceva fatica a salvare se stesso”.

Lo definisce “un combattente onesto e leale, e una persona affidabile, sui cui potevi contare, perché se c’era, c’era sempre, contro qualsiasi potere e gruppo di pressione. Ha difeso con la stessa determinazione l’uso del territorio, le persone, le idee di libertà e democrazia in qualsiasi contesto. E a tutto questo aggiungeva un amore infinito per il suo paese e la sua terra. Era capace di raccontarli con un’emotività che sarà davvero difficile eguagliare. Penso che la perdita di Tita, per chi voleva capire il territorio, l’architettura e i meccanismi di questo paese sia davvero una perdita insostituibile”.

Anna Biscossa racconta che ultimamente ha lavorato insieme a Carloni nel gruppo dei cittadini a difesa del Laveggio e per il recupero della zona Valera: “Speriamo di poter costituire un parco urbano dove le persone di questo martoriato Mendrisiotto possano trovare un po’ di spazio verde e ricreativo, e che una parte della regione sia restituita all’agricoltura. Il territorio di pianura del Mendrisiotto e oggi uno dei soggetti sociali più deboli del Cantone. Noi facevamo insieme la battaglia per il Laveggio, che lui chiamava affettuosamente il fiumiciattolo”.

Il ricordo di Mario Botta

Il mio Tita Carloni – dice l’architetto Mario Botta – “l’ho incontrato nel ’58, quando sono andato a fare l’apprendista disegnatore nel suo studio. Avevo con lui un rapporto di allievo e maestro, anche perché Tita Carloni in quel momento rappresentava non solo la punta di diamante dell’intellettuale ticinese ma anche una speranza progettuale. Poi ci siamo divisi pur restando in contatto, e abbiamo anche avuto dei conflitti disciplinari”.

Avevo cercato inizialmente di coinvolgerlo nell’Accademia di Mendrisio, prosegue Botta, ma lui non aveva voluto, forse perché aveva vissuto le grandi contraddizioni degli anni di Ginevra.

“E qui, per spiegarmi, devo raccontare un po’ la sua storia. Carloni aveva vissuto, ancora giovane, l’esperienza dell’Expo ‘64 di Losanna, che era stato per lui un grande impegno, e che gli aveva permesso di spaziare nella cultura figurativa svizzera. Dopo quell’esperienza, che l’ha profondamente segnato, è rientrato in Ticino e poi è andato a insegnare alla facoltà di architettura di Ginevra e ne è diventato direttore. Era la facoltà più agitata e irrequieta tra le scuole svizzere. Si sentivano gli influssi del ’68, delle sovversioni studentesche, delle nuove discipline, come la sociologia e la semiologia, che venivano a influenzare l’architettura. A Ginevra Tita ha maturato la sua esperienza più importante e al tempo stesso deludente, credo, perché come direttore era dalla parte delle istituzioni ma cavalcava la contestazione”.

Tornato in Ticino, ricorda Mario Botta, Carloni matura l’esperienza politica, e diventa un uomo di partito prima col PSA, poi col Partito socialista. “Da allora ha dedicato maggior tempo alla politica che all’impegno disciplinare. Lui si considera un po’ ironicamente un architetto condotto, come un medico condotto, quindi un architetto che opera unicamente all’interno del suo territorio. Non aveva più uno studio importante, contava pochi collaboratori”.

Insomma, per Botta, Carloni è stato “un uomo dalle grandi contraddizioni e le ha vissute anche come architetto. Aveva una consapevolezza critica notevolissima, ma nell’operare era eclettico e avrebbe potuto essere anche un grandissimo pittore, seguendo le orme di suo padre Taddeo. Me era anche un ottimo scrittore. Un vero intellettuale, insomma, che operava su più campi ma non sapeva decidersi per un innamoramento totale per l’uno o per l’altro. Come archtietto veniva da una tradizione wrightiana, con i materiali naturali, la pietra, il legno, ma poi ha dovuto confrontarsi con il boom economico, con la modernità, che per lui erano come il fumo negli occhi”.

Greta Gysin su Facebook

Chiudiamo questo ricordo di Tita Carloni con le parole che la deputata Greta Gysin, di Rovio, come lui, ha affidato a Facebook: “Che bello quando da bambini ci intrufolavamo nel tuo ufficio per farci raccontare le leggende di Rovio... ciao Tita, buon viaggio”.

emmebi

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