CRONACA
L'assassino: "Alla Stampa faccio il sarto e scrivo un libro"
Hans Peter Maier racconta in aula quel che ricorda, confusamente, della tragedia avvenuta l'11 novembre 2010. Una girandola di immagini: "Mi sembrava di essere su una giostra. So solo che dove finire...". Poi il racconto del giorno successivo, i quaranta

di Marco Bazzi

LUGANO - Terminata la deposizione di M.C. l'istruttoria è ripresa oggi pomeriggio con la ricostruzione del delitto. Il giudice Mauro Ermani ha chiesto ad Hans Peter Maier cosa ha fatto, quando ha aggredito Matteo Diebold, la sera dell'11 novembre 2010.

"Da quello che ricordo ho impugnato il coltello. Dopo gli insulti di Matteo. Il coltello era lì per me. L'ho preso e ho incominciato ad accoltellare Matteo. Il tutto é durato pochi secondi. Mi ricordo solo di una cosa: che è stato veloce per me, che è stato intenso, che è stato un impulso, e mi sono reso conto di quello che era successo quando eravamo per terra in corridoio".

"È stata come una giostra tra di noi, non ricordo altro. Vedo i suoi occhi ogni tanto, anche nei sogni, lo vedo davanti a me, vedo che ci giriamo. Deve esserci stata una specie di battaglia. L'unica cosa certa che so è che quando ero vicino a lui eravamo in corridoio e lui era per terra".

Il giudice: "Dove le ha dato le prime coltellate?"

Maier: "Davanti".

Il giudice: "Ma non aveva ferite davanti, sono tutte dietro quelle che hanno provocato la morte".

Maier: "Era impossibile capire per me cosa stava succedendo, l'avrei giurato che non fossero così gravi. Ricordo di aver preso il coltello, di aver accoltellato Matteo, ma i dettagli no".

Il giudice: "Un accoltellamento che possiamo definire barbaro? Ieri il medico legale ci ha spiegato che la lama è stata addirittura mossa all'interno del corpo. Doveva essere qualcuno che provava odio".

Maier: "In quel momento sì, provavo odio".

Il giudice: "Maier, prima che lei confessasse, disse, era il 26 novembre 2010: non ho sospetti su nessuno, ma sapendo come è stato ucciso Matteo e sapendo quante coltellate ha subito dev'essere stato un atto di grande odio. Insomma, lei diceva alla polizia di andare a cercare una persona che poteva odiarlo così tanto".

Maier: "So solo che doveva finire, anche se dovevamo finire noi. Il primo pensiero, quando l'ho visto per terra è stato di uccidermi, ma non ne ho avuto la forza. Così, come ho condannato a morte Matteo ho condannato me a vivere. L'ho odiato quanto l'avevo amato. Lo vedo davanti a me in quella posizione stranissima, poi mi rendo conto pian piano, vedo il sangue, poi viene il panico, penso a mia madre, alla famiglia di lui, al suo compagno. Dovevo essere proprio io a distruggere tutto? Inconcepibile. C'era sangue dappertutto, su tutte le cose. Poi arriva il panico, comincio a pulire, non sapevo nemmeno cosa stavo facendo. Con una velocità... mi ricordo solo che dovevo mettere a posto alcune cose mi sono reso conto che disastro avevo fatto. Non avevo più una scintilla di forza, non riuscivo ad alzare le braccia, e oggi mi chiedo 'perché proprio e me è successa una cosa del genere?'. Avrei anche potuto chiamare la polizia. C'era una totale mancanza di logica in tutto"...

E ancora: "Mi ricordo di quelle maledette lettere d'amore che avevo scritto anni fa a Matteo... Le ho cercate. Erano la prova della mia vergogna e dovevo distruggerle. Tremavo al punto da non riuscire nemmeno a tenere in mano gli stracci. Poi ho messo tutto quello che ho usato per pulire, insieme alle cose che ho trovato in giro sporche di sangue, in tre sacchi dell'Ikea".

Il giudice: "E la vaselina di cui parlava questa mattina M.C., il compagno di Matteo?".

Maier: "Non c'entra niente con me. Non l'ho mai usata. Odio quella porcheria".

Il giudice: "E il preservativo sul comodino?".

"Nemmeno quello c'entra con me".

Il giudice: "Quando lei, dopo il delitto, lascia l'appartamento di via Sorengo percorre un pezzo di strada in scooter a luci spente, come sembra di capire da una foto scattata dopo l'una di notte da un impianto semaforico...".

Maier: "Ero debole, distrutto, non so neanche come ho fatto ad arrivare a casa mia a Villa Luganese. Può darsi che non avessi acceso le luci".

Il giudice: "Poi, dopo aver gettato i sacchi in un cassonetto che fa?"

Maier: "Mi sono fatto una doccia".

Il giudice: "Ha dormito quella notte?".

Maier: "Sì ho dormito, ero completamente distrutto. Ho dormito come un morto".

Il giudice: "A che ora è tornato a casa e cosa ha fatto?".

Maier: "Non ricordo a che ora, ho verificato che Maurinio (ndr. il giovane portoghese che viveva in casa di Maier a Villa Luganese) dormisse. I miei cani sono venuti a salutarmi. Non so a che ora mi sono svegliato il giorno dopo. Mi sono mosso come uno zombie, non so cosa ho fatto durante tutta la giornata".

Il giudice: "Ma lei la mattina dopo scrive un sms a un suo amico dicendo: ho cenato con Matteo al grotto Flora, tutto bene, ha detto che vuole stare con me".

Maier: "Era tutto per mettere in scena una storia e allontanare da me il delitto".

Il giudice: "Mi dica quale finalità aveva questo sms".

Maier: "Volevo che si pensasse che io non c'entrassi".

Il giudice: "E che c'entrasse qualcun altro... Poi fa la sceneggiata del tagliaerba, porta la sua giacca in lavanderia...".

Maier: "Sì e mi vergogno per questo adesso. Ma facevo tutto in modo automatico, come se avessi un casco in testa".

Il giudice: "Maurinio l'accompagna all'ospedale dopo che lei dice di essersi ferito in giardino con il tagliaerba e lei lo inganna sulle circostanze, in quanto è convinto che lei si è fatto male tagliando la siepe".

Maier: "Non potevo confessargli quello che avevo fatto. Ho vissuto quel giorno come la fine della mia vita".

Il giudice: "Poi un suo amico si fa carico di informarla della morte di Matteo, venendo a casa sua nel tardo pomeriggio. Ma prima, alle 17,20 del 12 novembre, una sua amica le telefona per verificare se lei era già a conoscenza della tragedia. La donna dice che al telefono Maier era tranquillissimo. Anche l'amico che viene a casa sua crede alla sua sceneggiata. Lei inganna tutti, Maier, perfino il povero Maurinio, il suo convivente, che quando il 29 dicembre apprende della sua confessione si dice sorpreso, di non aver mai pensato prima che lei potesse essere l'autore del delitto".

Maier: "Se mi dice come si fa a dire una cosa del genere alle persone che ti sono vicine...".

Il giudice: "E poi resistere una quarantina di giorni a una dozzina di interrogatori... e cercare di gettare i sospetti sul compagno di Diebold".

Maier: "Dentro speravo che venisse il momento in cui tutto diventa chiaro. Visto che non avevano la forza di tirarmelo fuori, questa forza me l'ha data mia madre...".

Il giudice: "Cioè?"

Maier: "Dopo l'incontro con mia madre le ho detto di non preoccuparsi, che avrei messo a posto tutto. Anche se lei mi ha solo guardato, quando è venuta a trovarmi in carcere, e mi ha chiesto cosa stava succedendo... Questa è la vera condanna, la vera punizione, dal momento che l'hai detto ad alta voce, cambia tutto".

L'avvocato Carlo Steiger, difensore di Maier: "La mattina del 27 dicembre ho messo da parte il Natale, sono andato nel mio ufficio, ho preso la carta intestata e sono andato in carcere, convinto che avrei ottenuto la confessione. Saranno state le 9, le 9 e mezza, poi ho chiamato il procuratore e ci siamo incontrati nel pomeriggio per il verbale".

Il procuratore Moreno Capella: "Va bene la confessione, ma ricordiamo che il 23 dicembre è stato detto a Maier, nel corso di un verbale, che era stato trovato il suo sangue a casa di Diebold in diversi luoghi, e il sangue suo e di Diebold nella casa di Villa Luganese, che c'erano testimonianze che lo collocavano sul luogo dei fatti la sera del delitto, che erano arrivati i risultati degli esami scientifici".

Il giudice: "Ma lei ha visto sua madre il 23 dicembre e quel giorno, dopo la visita, è stato lungamente interrogato senza ammettere nulla".

Maier: "Avevo solo deciso: non puoi andare avanti a mentire".

Il giudice: "Ma il suo verbale di quel giorno è ancora una difesa strenua. Però sappiamo che lei ha un elevato quoziente di intelligenza e non può non aver capito da quel verbale che non aveva alternativa all'ammissione, che era stato messo con le spalle al muro".

L'avvocato Steiger: "Vede, signor Maier, siccome la conosco da parecchio tempo, le posso dire che l'importante è che lei abbia fatto la sua confessione. Ma questo elemento lo considero molto secondario, ci sono altri elementi per difenderla. In che modo è arrivata la confessione, se per merito del procuratore o mio non importa. Perché c'è di mezzo un morto e bisogna dire la verità".

Il giudice: "Leggendo gli atti fino al 26 dicembre 2010, si può pensare a un omicidio passionale, ma poi... Ora che fa alla Stampa, da quando ha lasciato la Farera?".

Maier: "Da quando sono stato trasferito alla Stampa ho iniziato a lavorare in stireria e dopo aver scoperto che c'erano delle vecchie macchine da cucire inutilizzate, ho messo in piedi un piccolo servizio di sartoria. Insomma, adesso faccio il sarto. Ogni giorno arrivano una quindicina di sacchi con abiti da riparare, non solo dal carcere. E ho iniziato a scrivere un libro sulle esperienze che i ragazzi mi raccontano e sono riuscito a entrare in relazione anche con i casi più difficili. Voglio capire cosa sta dietro la storia di questi ragazzi che sono finiti in carcere. E penso che in autunno al massimo dovrebbe essere pronto. Inoltre partecipo ai corsi di pittura, in particolare di pittura con il computer, e abbiamo fatto una mostra al Civico e raccolto fondi per beneficenza vendendo i quadri. Da quando ho capito che ero in grado di uccidere, e di farlo sulla persona che mi era più cara, ho deciso che come essere umano sono diventato una piccola utopia, che sono fallito. Avrò tempo, quello che mi rimane, per trovare una risposta".

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