CRONACA
Modenini: "Juncker marxista? non credo proprio!"
Il direttore dell'AITI ritorna sulle dichiarazioni del presidente di centro destra del'Eurogruppo secondo il quale è necessario introdurre in Europa un salario minimo legale

LUGANO - Una volta si diceva che coloro che avevano letto e capito meglio Karl Marx erano i capitalisti (ai tempi si chiamavano così, oggi si definiscono manager, imprenditori, ecc). Ma anche i rappresentanti del centro-destra a volte dimostrano di aver letto e studiato i testi del filosofo ed economista Karl Marx. 

È il caso ad esempio del presidente dell'Eurogruppo (l'organismo che riunisce tutti i ministri dell'economia dei paesi che adottano l'euro) al parlamento europeo Jean Claude Juncker, membro del Partito popolare europeo, che forse spaventato per la preoccupante situazione del mercato del lavoro nell'UE ha lanciato un grido d'allarme citando un concetto espresso nella teoria marxista e storicamente rivendicata soprattutto dalla sinistra radicale e dal movimento sindacale.   

“Quando è stato introdotto l’Euro avevamo promesso che avrebbe avuto effetti positivi anche sugli equilibri sociali“, ha detto Juncker rilanciando la proposta di un “salario minimo legale in tutti i paesi dell’Euro, altrimenti si rischia di perdere la credibilità e il sostegno dei lavoratori”, aggiungendo che a livello europeo serve “un accordo per definire una base sui diritti minimi dei lavoratori”.

Di salario minimo se ne parla a scadenze regolari anche alle nostre latitudini. Lo scorso hanno l'Unione sindacale svizzera (USS) e il Partito socialista hanno depositato un'iniziativa popolare che propone l'introduzione di un salario minimo di 4'000 franchi per tutti a livello nazionale. Iniziativa da sempre osteggiata dai partiti borghesi e dal padronato. Del tema abbiamo parlato con il direttore dell'Associazione delle industrie ticinesi (AITI) Stefano Modenini, il quale si sofferma anche sulle dichiarazioni di Juncker.

Direttore ha sentito che hanno dato del marxista a Jean Claude Juncker?

"Francamente non credo proprio che Juncker sia diventato paladino delle rivendicazioni sindacali".

Sì ma fa comunque un certo effetto sentire un politico di centro-destra esprimersi sulla necessità di introdurre un salario minimo.

"Si riferiva alla situazione dell'Unione Europea che vede un'alto tasso di disoccupazione e dove non ci sono sistemi sociali sviluppati come il nostro che prevede ad esempio un assicurazione disoccupazione che garantisce indennità per due anni". 

Però per il Ticino e le sue industrie che esportano sul mercato europeo, l'introduzione di un salario minimo potrebbe essere un vantaggio per combattere il dumping. Molti oggi si lamentano che se i frontalieri vengono in Ticino è perché il salario più basso da noi è comunque più alto che in Italia.

"Il numero dei frontalieri nell'industria è rimasto invariato negli anni, a prescindere dalla questione salariale. Il problema oggi è piuttosto del settore dei servizi dove si assiste all'effetto sostituzione della manodopera residente con quella frontaliera. La necessità attuale non è quella di introdurre salari minimi, piuttosto è di creare posti di lavoro. Il salario è importante ma va lasciato alla contrattazione tra le parti sociali".

Eppure la questione del dumping salariale rimane.

"In Svizzera il sistema che abbiamo ha dimostrato di reggere rispetto ad altri paesi. Piuttosto bisogna evitare che ci siano i furbi". 

A chi si riferisce?

"Io faccio parte della Commissione tripartita e i salari scandalosi gli abbiamo visti nel terziario".

Quindi ribadisce il no ai 4000 franchi per tutti dell'iniziativa popolare?

"È una proposta troppo rigida. Molte piccole imprese, ma penso anche al commercio al dettaglio, ai bar e ristoranti, non riuscirebbero a far fronte a un obbligo del genere".

In generale però non pensa che ci sia un problema con la questione salriale. Molte imprese durante la crisi cercano di recuperare gli utili. Forse bisognerebbe chinarsi sul problema della redistribuzione dei profitti.

"La crisi del 2008-2009 ha portato molte imprese a dover attingere alle proprie riserve. Per questo molte aziende oggi sono in difficoltà anche con le cifre nere. Si pensa che in un periodo di crisi ci siano solo le perdite senza pensare che bisogna pensare anche al cash flow. Se non si crea liquidità non si può investire. Ma se non c'é liquidità bisogna attingere alle riserve e quindi tenere sotto controllo i costi. In Ticino le aziende si sono preoccupate giustamente di tenere sotto controllo il proprio capitale anche quando le cose andavano meglio. Non bisogna immaginare il datore di lavoro che si mette i soldi in saccoccia e tiene tutto per se"

 

ItaCa. 

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