CRONACA
"Così abbiamo ucciso M13. Con tanta tristezza nel cuore"
Parla Arturo Plozza, capo dei Guardiacaccia della Val Poschiavo: "Abbiamo valutato tutte le alternative possibili. Io stavo dalla parte dell'orso. Il suo sacrificio servirà per il futuro"

di Marco Bazzi

BRUSIO – Divieto esplicito di scattare fotografie dell’orso ucciso. Rigoroso riserbo sul numero dei partecipanti all’operazione e sulla loro identità. Luogo e ora dell’abbattimento coperti da segreto.

L’eliminazione di Emme Tredici, martedì mattina, nei boschi di Poschiavo, ricorda per certi versi il blitz del 2 maggio 2011 contro il fortino pakistano di Bin Laden, con i guardiacaccia grigionesi nei panni del commando di Navy Seals. Fatte le debite proporzioni, ovviamente. Ma anche in questo caso si tratta di proteggere e tutelare chi ha partecipato all’operazione.

“Abbiamo eseguito un ordine a malincuore – dice Arturo Plozza (a sinistra nella foto, con il ministro Mario Gavigelli), sindaco di Brusio e Guardiano della selvaggina della Val Poschiavo, quindi capo dei Guardiacaccia -. È andata com’è andata. Personalmente sono triste, perché speravo in un finale completamente diverso”.

Ma lei c’era, martedì mattina?

“Volente o nolente ho dovuto partecipare anche alla fase finale. E non l’ho fatto certamente con piacere, come nessuno di coloro che erano con me. Ho una profonda tristezza nel cuore. Quando il Governo, su proposta della Commissione preposta alla gestione dei grandi predatori, ha deciso l’abbattimento di Emme Tredici, il compito è stato demandato ai guardiacaccia. Ci è stata data la precisa disposizione di non scattate fotografie, per evitare strumentalizzazioni. Nell’operazione sono stati coinvolti l’Ufficio caccia e pesca e gli organi di sorveglianza della caccia, ma non diciamo chi ha sparato. È stato un compito ingrato”.

Lei stava dunque dalla parte dell’orso?

“Tutto il dibattito attorno ai grandi predatori l’ho vissuto dalla parte dell’orso, cercando di capire questo animale, e mi ci sono anche affezionato. Ma a un certo punto la situazione è diventata insostenibile”.

Per quali motivi esattamente, al di là di quello che è stato detto e scritto?

“Guardi, Emme Tredici è stato definito ‘potenzialmente pericoloso’. Un orso non diventa pericoloso soltanto se aggredisce una persona, ma già prima se si comporta in un certo modo”.

Per esempio?

“Per esempio, quando entra regolarmente nei paesi e si avvicina alle case. Essendo un animale che non ha molta paura dell’uomo, ed essendo la ricerca di cibo la sua attività primaria, il fatto che si spinga nelle vicinanze delle abitazioni aumenta il livello di rischio. È chiaro che se ti trovi un orso in garage, mettiamo, la situazione può comportare un grave elemento di pericolo. Potenzialmente pericoloso un orso lo diventa anche quando non reagisce alle azioni di dissuasione messe in atto nei suoi confronti. Ci sono orsi che capiscono il messaggio e si allontanano dagli abitati. Emme Tredici, purtroppo, non ha reagito come speravamo. Quindi, anche se non ha mai aggredito nessuno e non si è mai dimostrato aggressivo nei confronti delle persone, il fatto che lo trovassimo regolarmente in paese ha creato un serio problema”.

Poi c’è stato l’incontro ravvicinato con una ragazza, qualche giorno fa…

“Esatto, sabato scorso l’orso si trovava lungo un sentiero vicino al paese e c’è stato quell’incontro. Si è quindi creata una reale situazione di pericolo”.

Quanti anni aveva Emme Tredici?

“Tra i tre e i quattro anni. Era un giovane maschio”.

Avete usato armi speciali?

“Sono state usate le armi in dotazione ai nostri collaboratori, quelle che usiamo normalmente per abbattere altri animali, come camosci o stambecchi, quando è necessario”.

È giustificato tanto segreto attorno all’operazione?

“Sì, per proteggere i nostri collaboratori. È un lavoro che abbiamo dovuto fare a malincuore. Basta vedere le reazioni veementi che ci sono state per capire che le precauzioni prese a tutela del nostro personale sono giustificate e necessarie”.

Ma non c’era davvero alcuna alternativa all’abbattimento?

“Tipo trasferirlo? Ma dove potevamo portarlo? Abbiamo chiesto in Trentino se erano disposti a riprenderlo, ma siccome era già classificato come pericoloso non lo voleva nessuno. Abbiamo perfino pensato di inoltrare una richiesta ufficiale e Roma, ma con la situazione politica che c’è in Italia, i tempi sarebbero stati lunghissimi, e forse avremmo potuto ‘piazzare’ il nipote di Emme Tredici. Abbiamo valutato la possibilità di portarlo nel parco nazionale, ma in due giorni sarebbe tornato qui. Trasferire un orso problematico è possibile in Finlandia, in Canada o in Alaska, dove ci sono superfici di migliaia di chilometri. Abbiamo scartato l’idea di rinchiuderlo in un recinto, perché sarebbe stato solo un modo per lavarci la coscienza. Se metti in gabbia un animale così, abituato a muoversi liberamente sulle montagne è come ammazzarlo due volte. Quindi, alla fine, e ripeto, con grande tristezza, è stato meglio abbatterlo”.

E al prossimo orso che arriverà in Svizzera toccherà la stessa sorte?

“Le dico una cosa: in vista del progetto ‘orso e grandi predatori’, nel quale io credo fermamente, non bisogna fissarsi troppo sul singolo individuo, per quanto possa dispiacere la sua morte. Sono convinto che il sacrificio di Emme Tredici potrà servire ad accelerare la ricerca di soluzioni concrete e condivise. Sarebbe un errore limitarsi all’emozione del momento, per quanto io possa comprenderla e io stesso l’abbia vissuta”.

Che sarà ora del corpo di Emme Tredici?

“In questo momento è a disposizione del Museo di storia naturale di Coira, dove verrà probabilmente imbalsamato. Poi c’è l’opzione di riportarlo qui, in val Poschiavo. Vedremo”.

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