A poche ore dalla grande sfida di Champion's Barcellona-Milan, parla Michele Dalai, autore del libro "Contro il Tiqui-Taca", un j'accuse contro il mito blaugrana

di Riccardo Corio
Come trascorrete queste ultime ore, amici appassionati di calcio, prima della partita di Champions’ League che solo fino a pochi mesi fa sarebbe stata impensabile? In attesa di sapere se il Milan riuscirà, anche in terra catalana, a ribaltare i pronostici che lo vedono nettamente sfavorito contro la (quasi) invincibile armata del Barcellona, abbiamo pensato di proporvi un… riscaldamento letterario a metà fra scaramanzia e filosofia del pallone. Il nostro interlocutore, infatti, è Michele Dalai, autore del recente volumetto Contro il Tiqui-Taca, edito da Mondadori: un ardimentoso tentativo di smascherare e demolire l’inconfondibile stile di calcio tutto passaggini e possesso palla – il tiqui-taca, per l’appunto – che ha guidato la squadra blaugrana alla conquista del Pianeta.
Michele Dalai, cominciamo dalla coda del suo pamphlet, ovvero il catalogo delle sconfitte storiche dei blaugrana in questi anni gloriosi; il recentissimo e inedito filotto di tre risultati negativi contro Milan e Real Madrid – che idealmente completa il suo elenco – può essere l’inizio della fine?
“Non credo. E lo dico alla vigilia della partita di stasera, comunque vada. Il gruppo di campioni che ha fatto la storia recente del Barcellona non è logoro – tolte poche eccezioni come Puyol – e la società ha mezzi e idee per rinnovarsi di continuo. Vada come deve andare questo finale di stagione, dubito che il modello Barcellona sia giunto alla fine della sua storia. Ma credo che sia necessario rimeditarlo almeno in parte e cercare di far evolvere il progetto di Guardiola, piuttosto che puntellarlo. La ripetitività ossessiva del gesto non paga, se cambiano gli interpreti. Questo mi pare chiaro”.
Staccandoci ora dall’attualità, veniamo al suo intervento letterario… a gamba tesa. Quanto coraggio ci è voluto per attaccare quella che è diventata, se non la prima, almeno la seconda squadra di quasi tutti gli appassionati di pallone del Mondo?
“Poco coraggio, molta voglia di divertirsi. La pamphlettistica è un genere di grande aiuto, anche quando si maschera da invettiva. Credo che il calcio scritto lasci spazio e conceda asilo a tutti, anche a un'opinione apparentemente isolata e provocatoria come la mia. L'unico piccolo fastidio sono gli insulti di chi non ha letto il libro e si ferma al titolo, ma lo mettevo in conto e lo accetto di buon grado”.
Visto che la prima scena del suo saggio è ambientata in un bar, può equipaggiarci con un rapido campionario di buoni argomenti anti-culé per una discussione fra amici pallonari, nel caso volessimo esporre le sue tesi senza finire sommersi dall’indignazione?
“Sono prevedibili (tutti tranne Messi e Iniesta), arroganti a intermittenza (quando perdono), simulatori (Busquets è un maestro)”.
Una scelta argomentativa controversa – ancorché obbligata, vista la posizione che lei sostiene – consiste nel prendere le parti di José Mourinho, nella faida personale che lo oppone da quasi un decennio al Barcellona. Come possiamo ribaltare la sua immagine di arci-cattivo, ormai saldamente fissata nell’immaginario calcistico?
“Mourinho non è cattivo. Mourinho è un attore straordinario, un politico memorabile, un capopopolo – ma soprattutto un allenatore eccezionale. La sua sbandierata ferocia anti blaugrana è un cavallo di ritorno; parlassimo di una lite in cortile ai tempi delle elementari, potremmo dire che non ha iniziato lui. Anzi. Mourinho, nell'intimo, rispetta profondamente il Barcellona, anche e non solo perché lo ha allenato (o meglio, è stato parte dello staff tecnico) abbastanza a lungo da imparare a conoscerne forza e fragilità. Non gli si perdona la mancanza di ipocrisia (che poi è comodissima ipocrisia al contrario), ma son cose che fanno parte della sua dimensione recitativa. A me comunque questi aspetti interessano poco: io trovo sia il miglior motivatore di sempre”.
Fra le cartine di tornasole che lei utilizza per portare in evidenza le contraddizioni del modello catalano, una delle più importanti riguarda poi l’espulsione di tutti i “corpi estranei” al modello societario: su tutti, Zlatan Ibrahimovic.
“Mai divorzio fu più consensuale, nonostante le parole di circostanza di Ibrahimovic e del suo procuratore. Il tessuto del Barcellona sopporta un solista e uno solo: Lionel Messi. Zlatan avrebbe dovuto osservare con attenzione la parabola di Eto'o, altro giocatore sublime, immolato sull'altare dell'argentino. Non è un paese per centravanti, il Barcellona”.
In uno dei capitoli più spassosi, lei elegge un bersaglio inatteso a emblema del “Male calcistico” blaugrana: l’«esile quanto disonesto» Sergio Busquets, l’uomo più amato da Guardiola e colui che dalla squadra B del club catalano ha conquistato ogni trofeo conquistabile. Por qué, Dalai?
“Busquets è uno di quei giocatori per cui non vale la regola da bar “Se giocasse nella tua squadra lo ameresti”. No, impossibile. Appassionarsi alle sue simulazioni, alla sua totale assenza di espressione e talento e alla sua filastrocca noiosa di passaggi brevi mi riesce davvero difficile. Il calcio è uno sport sporco – in campo, intendo – perché prevede contatto e qualche astuzia. Ma c'è un limite a tutto: un calcio così speculativo e in malafede non può davvero piacere a qualcuno”.
Cercando di demolire il mito del Barcellona contemporaneo, un compito inaggirabile consiste infine nel riportare sulla terra la sua stella assoluta, Lionel Messi. Lei con quali argomenti si cimenta in questa impresa quasi disperata?
“Non mi cimento, infatti. Messi è il giocatore più forte, talentuoso ed efficace di questa generazione. Punto. Io però preferisco Cristiano Ronaldo, perché il calcio non è uno sport esatto e anche il goffo e corpulento Ian Marshall – neozelandese del Leicester – aveva dei fan che lo ritenevano il migliore del mondo (forse anche io, ma non ricordo bene…)”.
Nell’ultimo capitolo del libro, compare questa considerazione riassuntiva che sembra accostare l’impresa avviata sotto Guardiola ai sogni transumanisti; “È vero che il compito dell’uomo di Lumi è di comprimere l’influenza del caso e governare il proprio destino, o almeno provarci fino all’estremo anelito, ma costruire una macchina fredda e noiosa come il Barcellona, uno strumento di marketing gonfiato di buoni sentimenti è qualcosa che va molto al di là della (fragile) scienza calcistica”. Meglio lasciare il pallone ai mortali?
“Oppure comportarsi da mortali, cosa che Guardiola (uomo intelligentissimo) fa, ma che forse ha dimenticato di spiegare ad alcuni suoi giocatori. La mia tesi, discutibile per carità, è che il calore simulato dalla galassia Barcellona nasconda in realtà un algido progetto”.
Uscendo infine, per qualche paragrafo, dal ruolo di grande accusatore, lei cita anche alcuni elementi – il ruolo storico del Barcellona per la Catalogna durante gli anni della dittatura, il coraggio di Abidal e Vilanova di fronte alla malattia – che hanno rischiato di farla soccombere a una Sindrome di Stoccolma. Come è riuscito a guarire, tornando a detestare i blaugrana?
“Ricordandomi che il calcio è cosa grave ma non seria, che questo Barcellona è un tratto di discontinuità rispetto a una storia meravigliosa e che i calciatori sono per fortuna persone, ragazzi, dotati di un'umanità che non si esaurisce in duecento passaggi in orizzontale”.