I due storici giornalisti ticinesi ci raccontano le prime impressioni dopo la nomina di Papa Francesco. Entrambi concordano: è stata una sorpresa

LUGANO - Chi è Jorge Mario Bergolio, Papa Francesco, 266esimo vescovo di Roma? In altri tempi si sarebbe dovuto attendere qualche giorno per avere un quadro completo. Oggi - ma questa ormai è un'ovvietà - ancor prima del "buonasera" pronunciato dal nuovo Pontefice alla folla riunita in Piazza San Pietro, i media di tutto il mondo, su questo cardinale venuto dalla fine del mondo, avevano già tracciato un profilo già abbastanza completo del successore di Benedetto XVI. Dalle abitudini spartane, passando per le origini piemontesi e la squadra di calcio del cuore, fino ai punti critici riguardanti i rapporti con la dittatura dei generali in Argentina, il giorno dopo di Papa Francesco si ha un quadro abbastanza completo. Ciò che ancora è ignoto è che pontificato sarà il suo.
Ne abbiamo parlato con due giornalisti in pensione ma ancora parecchio attivi e che da tempo si occupano - anche per vicinanza spirituale - delle tematiche riguardanti la Chiesa: Enrico Morresi, già giornalista per la RSI e Corriere del Ticino e dal 1999 presidente della Fondazione del Consiglio svizzero della stampa, e Michele Fazioli per vent'anni capo dell'informazione della RSI.
Enrico Morresi lo raggiungiamo al telefono e per prima cosa chiediamo cosa ha pensato dopo l'annuncio dell'avvenuta elezione di Papa Francesco. "È stata una sorpresa perché sapevo bene che nel conclave che scelse Benedetto XVI, il cardinale Bergoglio era stato candidato ma aveva espressamente chiesto di non essere votato. Quindi essere eletti anni dopo è quantomeno una stranezza. Non voglio arrivare a dire che non avevano di meglio perché sarebbe irrispettoso. Ad ogni modo devo dire che il Papa si è presentato molto bene. Anche la scelta del nome trovo sia moto positiva: in tutti questi secoli nessuno ha osato farlo ed è importante perché San Francesco è un santo scomodo ma al tempo stesso esemplare per la fedeltà al Papa. Adottare quel nome in passato poteva essere rischioso, quindi è segno positivo".
Cosa rappresenta per un laico cattolico l'elezione di un nuovo Papa sudamericano? "Al comune credente le specificazioni geografiche non importano molto. Il credente vede comunque nel Papa un punto di riferimento. Diverso invece per chi si occupa di storia della Chiesa, che si rende conto che il Concilio Vaticano II avrebbe dovuto modificare qualcosa. In questo caso le pretese salgono. Insomma ci sono vari livelli: quello comune che ha fiducia nel Papa e lo rispetta al di la di tutto, e quello più attento a certe dinamiche e quindi anche più critico anche nei confronti di una figura come quella del Pontefice".
Enrico Morresi, in alcuni recenti contributi per la stampa, non ha nascosto le sue critiche nei confronti della curia romana. "La riforma della curia non si è realizzata. Io non contesto il Primato petrino, però ci sono vari modi per esercitarlo. Ad esempio la centralizzazione per la nomina dei vescovi è qualcosa che non è mai esistita prima. Pensate che a Roma conoscessero Ambrogio? Non sapevano nemmeno chi fosse. Per saperlo avrebbero dovuto viaggiare dalla Santa sede a Milano. Ambrogio vescovo di Milano fu eletto dal popolo. Ritengo sia necessario rivedere le competenze del Papa rispetto alle conferenze episcopali. E questo non è in contrasto con il rispetto del ruolo del Pontefice. Le diocesi sono migliaia in tutto il mondo, come fa una burocrazia centrale a sapere quello che succede fuori da Roma?"
Una riflessione quella di Morresi che riguarda da vicino il Ticino e la diocesi di Lugano che attende i nome del successore di monsignor Grampa. Potrà quindi Papa Francesco influire nella scelta del nuovo vescovo di Lugano? "È difficile dirlo - risponde Morresi - in Ticino di questa consultazione non si è saputo nulla perché è stato tagliato fuori il popolo di Dio. Per quanto ne so può darsi che sia già chiusa la consultazione, non lo sappiamo. Mi sembra tuttavia che la possibilità che il Papa influisca sarà minima. Il problema è che la procedura è talmente oscura che è difficile dare giudizi".
Michele Fazioli ci racconta le sue sensazioni subito dopo l'annuncio del nuovo Pontefice. "Come sempre l’annuncio del nome di un nuovo Papa (ricordo bene i Conclavi del 1978 e quello del 2005) sorprende per la novità imprevista, il passo sempre un po’ più in là, più “oltre”, rispetto a tutti i calcoli. Ogni volta uno stupore: questa volta un anziano cardinale argentino, dal sorriso mite, che prende il nome di Francesco. Bello. Al nesso generalmente sottolineato con il nome del celebre eamatissimo santo di Assisi, patrono d’Italia, io aggiungo anche quello con il Santo più caro ai gesuiti dopo Sant’Ignazio, loro fondatore: San Francesco Saverio, grande missionario, grande figura".
La scelta del nome, gesuita e argentino sono stati visti come elementi "rivoluzionari" nella scelta dei cardinali. Sono gli unici o Papa Francesco potrà essere un Pontefice, se non rivoluzionario, almeno riformatore, chiediamo pensando anche alla crisi della curia romana della quale si è lungamente parlato sui media? "Un Papa rivoluzionario? Mi pare una categoria politica, non ecclesiale. La Chiesa cammina adagio, con passi cauti ma solidi. E sta qui da duemila anni. Altre realtà che camminavano più in fretta e baldanzosamente (regni, ideologie, sistemi) sono morte da un pezzo. In quanto alle riforme, anche queste ci sono sempre state, dentro il cammino del tempo. Negli ultimi cinquant’anni, dal Concilio in poi, ogni Papa ha introdotto cambiamenti e riforme, mai in rottura con i predecessori ma aggiungendo. Papa Francesco continuerà quest’opera, con il proprio carisma, ascoltando e agendo".
Lei è vicino a Comunione e Liberazione. Dal suo punto di vista come ha accolto la nomina di un gesuita? "Che sia un Gesuita, a parte la novità della prima volta di un Gesuita Papa, non è rilevante, allo stesso modo che non lo sarebbe stato se si fosse trattato di un Cappuccino, di un Domenicano, di un Salesiano, di un esponente di un movimento ecclesiale. Un Papa non lo si valuta dalla provenienza specifica della sua appartenenza alla Chiesa universale. In quanto a Comunione e Liberazione, ho trovato un brano di una relazione fatta dall’allora cardinaleBergoglio quando, a Buenos Aires, il 27 aprile del 2001,egli volle presentare la traduzione in spagnolo di un libro del fondatore di Comunione e Liberazione, don Luigi Giussani:”…La prima ragione per cui sono qui è il bene che negli ultimi anni quest’uomo, Giussani, ha fatto a me, alla mia vita di sacerdote, attraverso la lettura dei suoi libri e dei suoi articoli. Sono convinto che il suo pensiero è profondamente umano e giunge fino al più intimo anelito dell’uomo”. Come minimo, una bella sintonia con il carisma di CL".
Anche a Michele Fazioli chiediamo se il nuovo Papa potrà influire sula scelta del nuovo vescovo di Lugano. "L’ultima istanza per la nomina di un Vescovo è quella del Papa, che decide in base al dossier che gli viene presentato dal capo della Congregazione dei Vescovi. Il Papa tiene conto delle proposte ma in ogni caso ha l’ultima parola. Per la successione di Lugano c’è da credere che Papa Francesco si fiderà molto di quello che il cardinal Ouellet (che era anch’egli un papabile) gli dirà. Ma la firma finale e la responsabilità saranno del Papa".
E in fine chiediamo un giudizio da giornalista sulla copertura mediatica riguardante il conclave e relativi toto-papa. "Come sempre, i media concitati hanno sbagliato tutto. Presi dalla smania di ridurre tutto a categorie di potere, o politiche, o di fazione, non sono entrati nel cuore ecclesiale e unico e persino misterioso della questione e hanno presentato tutta una serie di toto-papa risultati fallimentari. Forse bisognerebbe imparare, la prossima volta, a fare un po’ più di silenzio, a pensare e a guardare di più, in unaattesa fiduciosa e non smaniosa. Ma è come pretendere che in un giorno di vento una banderuola non giri…: son giornalista anch’io, capisco. Ma i cardinali, per fortuna, e soprattutto lo Spirito Santo, non ascoltano i giornalisti".
ItaCa