CRONACA
Larry Huras: radiografia di un licenziamento che non convince
L'analisi sportiva: "L’anno prossimo con Huras in panchina, con un’orchestra selezionata e pensata nei minimi dettagli, dagli archi alle percussioni, forse, l’ottavo titolo sarebbe potuto arrivare"

di Massimo Solari

LUGANO - Fare l’unanimità? Impossibile. La scelta di esonerare Larry Huras operata dal CdA bianconero può essere accolta con soddisfazione, ma allo stesso tempo desta alcune perplessità. Se da una parte posso capire come l’ennesima stagione avara di grandi acuti – dopo i proclami ambiziosi della scorsa estate – può aver ferito, sportivamente parlando, chi dirige e ci mette faccia e soldi, dall’altra non concordo con chi ha voluto accostare la parola “fallimento” al campionato appena concluso dalla ormai ex-squadra del tecnico canadese.

Dirò di più. Personalmente mi vien da storcere un poco il naso. La decisione operata dalla presidente Vicky Mantegazza e dal direttore sportivo Roland Habisreutinger, in effetti, non mi convince a pieno. Credo infatti che il nuovo cambio alla Resega, più che delle colpe di Huras, sia figlio del DNA societario dell’HC Lugano. “La pazienza è la virtù dei forti”, ma non sulle rive del Ceresio.

Perché non lasciare a Huras la possibilità di intraprendere la prossima stagione con la sua squadra, una compagine puntellata mese dopo mese, plasmata sul proprio credo sportivo e modellata per vincere a medio termine? Una parola, quest’ultima, che tuttavia spaventa a morte la piazza luganese, dove è assolutamente necessario vincere.  E bisogna farlo subito. Non critico l’ambizione della società, perché solo gli ambiziosi – e il passato glorioso del Lugano è lì a dimostrarlo – prima o poi vincono. Critico la smania incontrollata che troppo spesso ha attanagliato i dirigenti bianconeri spingendoli a trasformare in fumo i progetti sui quali avevano giurato di credere ciecamente. Non parlo di Slettvoll – anni 2000 –, Bozon e compagnia bella. Parlo di Huras e del disegno sportivo che in questi 17 mesi, malgrado qualche scarabocchio mal riuscito, stava vieppiù prendendo forma.

Mi direte: “ma i risultati”? Vero. Non superare lo stadio dei quarti di finale per due anni consecutivi, con un roster sicuramente competitivo, deve far riflettere. Detto ciò, se la fine dei giochi scaturita la scorsa stagione in gara-6 con il Friburgo era più o meno preventivabile, quella di quest’anno con lo Zugo non deve far gridare allo scandalo. Come dichiarato dallo stesso Huras all’indomani del suo licenziamento, la sconfitta all’ultimo atto contro la squadra di Doug Shedden non può essersi trasformata nel classico colpo di spugna che cancella tutta una stagione, oltre alla pianificazione di quella successiva. Materializzatasi dopo una serie equilibratissima, durante la quale gli svizzero-centrali hanno dimostrato di essere una squadra coi fiocchi e i contro fiocchi, l’eliminazione del Lugano fa parte del gioco. Indubbiamente Huras non è stato impeccabile: quando ha impiegato, per fare giusto un esempio, Linglet ha influenzato e parecchio sul (non) rendimento di Metropolit, il possibile ago della bilancia della serie tra ticinesi e zugani, che con Rosa aveva dimostrato di dare il meglio di sé. Detto questo, in pista ci sono andati i giocatori e il timore quasi reverenziale mostrato nei confronti di Suri e Holden –  tanto per citare due autentici spauracchi dei bianconeri – ed alcuni errori banali al momento sbagliato – Steiner ne sa qualcosa – sono stati da loro esibiti. Ma anche questo, in fondo, fa parte del gioco.

A conti fatti, dunque, l’analisi a bocce ferme deve abbracciare tutta la stagione disputata dalla squadra di Larry Huras. Sette mesi non fallimentari, a mio modo di vedere. Tutt’altro. E, per dimostrarlo, malgrado l’imparzialità del suo fautore, c’è voluta addirittura una conferenza stampa con tanto di statistiche e presentazione power-point. Un “unicum”, per quanto ne sappia, che, detto chiaro e tondo, ha fatto fare una figuraccia a chi ha deciso l’esonero dell’allenatore.

Nonostante i ringraziamenti e gli attestati di stima riservati ai vertici della società bianconera, il discorso di Huras è stato chiaro: “Avete sbagliato, mi auguro solo che non ve ne pentirete”. Sì, perché nella seconda parte del campionato la mentalità vincente, la costanza nei risultati, la giusta attitudine sul ghiaccio – alla faccia di uno spogliatoio avverso –, si erano cominciate a notare. E non lo dice il sottoscritto; i risultati e le statistiche sono lì a dimostrarlo. Insomma, il Lugano stava imparando a vincere e convincere. Come una volta. E l’anno prossimo con Huras in panchina, con il direttore di un’orchestra finalmente selezionata e pensata nei minimi dettagli, dagli archi alle percussioni, forse, l’ottavo titolo sarebbe potuto arrivare.

La società ha deciso altrimenti. Si ripartirà da zero, o quasi. Ancora una volta. Ora, non ci resta che sperare nell’ultima profezia del buon vecchio Larry “Potter” Huras: "Se il mio sacrificio servirà al Lugano per ritrovare la via del successo, sarà più facile accettare il mio allontanamento". Se lo augura tutto il popolo bianconero. Personalmente, mi permetto di dubitarlo.

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