CRONACA
Boneff furibondo contro "Area": "All'Orto non sfruttiamo operai e non li paghiamo in nero!"
Il settimanale sindacale rivela la storia di un operaio sfruttato da Enzo Crotta, titolare dell'agriturismo Il Cairello, sfociata in una denuncia penale. E tira in ballo l'Azienda sociale presieduta da Boneff

LUGANO - Il deputato Armando Boneff, presidente dell'Associazione L'Orto di Muzzano, ha un diavolo per capello. L'articolo pubblicato oggi dal settimanale "Area" l'ha fatto imbestialire. Un articolo (pubblicato integralmente qui sotto) che racconta il calvario umano e lavorativo di un operaio alle dipendenze di Enzo Crotta, titolare dell'agriturismo Cairello di Manno, definito da Area, "padrone di tutto l'ambaradan". La denuncia del giornale, che riporta il racconto dell'operaio sfruttato, ci sta, e la vicenda è stato oggetto di una denuncia al Ministero pubblico.

Ma, dice Boneff, l'Associazione L'Orto non ha nulla a che vedere con Crotta e il modo con cui tratta i suoi dipendenti. Così, in serata, Boneff ha diramato un duro comunicato stampa. Eccolo.

"Quell'articolo infanga ingiustamente il nome dell'Azienda sociale L'Orto gestito dall'omonima associazione che presiedo. L'articolista confonde l'azienda "La Mondino SA" diretta dal signor Crotta con l'Azienda sociale L'Orto. Crotta è unicamente il proprietario del sedime (20'000 mq di serre) che affittiamo e principale acquirente, al prezzo di mercato, di quanto produciamo con ritmi e modalità confacenti alle difficoltà dei nostri utenti, guidati da un operatore OSA e da un ingegnere agronomo. Salvo i piani di cultura che vengono concordati di comune accordo, la nostra attività si svolge in assoluta indipendenza dalle attività del signor Crotta.

Non abbiamo mai impiegato personale in nero (ci mancherebbe altro!) e i nostri quattro impiegati "professionali" vengono retribuiti con tredici mensilità (remunerazione e scatti sono ispirati al regolamento dello Stato, anche se siamo un'Associazione di dirto privato). La nostra mensa, eroga pasti ai nostri utenti e ai nostri impiegati utilizzando prodotti freschi, variando i menu e nel rispetto delle sensibilità religiose delle persone (e, ancora una volta, ci mancherebbe altro!). Il lavoro in Azienda inizia alle 7 del mattino e si protrae all'incirca fino alle ore 15.30 (8 ore e mezza, compresa la pausa-pranzo).

Con il mandato di prestazione che riceviamo dal Dipartimento delle Istituzioni (280'000. CHF annui per l'impiego di detenuti a fine pena), gli emolumenti che ci vengono corrisposti dai partner sociali per la presa a carico di altri utenti (con programmi e orari differenziati) e con i proventi della vendita della produzione agricola, riusciamo a malappena a sopravvivere. Le persone che vengono indirizzate all'Orto dai servizi sociali (attualmente, dall'USSI 32 programmi AUP), presentano problematiche molto variegate (per rispetto nei loro confronti non le specifico) e difficilmente potrebbero venir collocate in altre strutture similari. Il comitato dell'Associazione L'Orto è composto da 13 volontari. In qualità di presidente, trascorro una mezza giornata settimanale in azienda a titolo gratuito. 

L'impegno di tutti, in primis quello dei nostri impiegati "professionali" è parecchio oneroso e la produzione orticola (che costituisce circa il 50% delle entrate) scontinua, condizionata dalla meteo, dai prezzi altalenanti del mercato orticolo e dai limiti degli utenti che si avvicendano nelle serre. Perciò siamo in procinto di trattare con il Cantone un nuovo mandato di prestazione biennale che ci assicuri una maggiore sicurezza operativa. Inoltre, ci prodighiamo per incrementare il numero dei soci, sia per ottenere qualche sostegno in più (aiuti in denaro e in ore di volontariato), sia per perseguire una maggiore integrazione sociale dei nostri utenti in vista di un loro reinserimento lavorativo quando è possibile.

Questo è l'Orto, che "Area" per tramite di Raffaella Brignoni ha infangato pubblicamente senza informarsi adeguatamente. So che la Brignoni mi aveva telefonato due volte senza trovarmi ed io avevo richiamato varie volte in redazione senza che nessuno rispondesse. Salvo altre incomprensibili motivazioni, si tratta come minimo di un comportamento deontologicamente inaccettabile anche dal profilo meramente giornalistico. 

Il Comitato dell'Associazione L'Orto che rappresento, si riserva di adire alle vie legali per diffamazione se "Area" non smentirà in modo inequivocabile le sue false insinuazioni".

L'articolo pubblicato da Area

L’Orto di Muzzano si fregia dello statuto di azienda sociale e per questo è foraggiato e concimato a suon di bigliettoni di franchi da parte del Cantone. Il Cairello di Manno è un agriturismo che dovrebbe portare in tavola cibi freschi e genuini. La Mondino SA è la società che vende i prodotti ortofrutticoli, coltivati appunto a Muzzano da detenuti e persone in difficoltà sociale. I più grandi clienti in Ticino sono Manor e Migros. D’accordo, ma che cosa lega Orto, Cairello e Mondino? Enzo Crotta, il patron di tutto l’ambaradan, contro il quale martedì scorso è stata depositata al Ministero pubblico una denuncia penale per «maltrattamento, falsificazione di documenti e lavoro nero».  

A sentirla raccontare si fatica a credere che riguardi una vicenda successa nel Ticino moderno e non nelle realtà rurali del Medioevo. Fatti che secondo una querela presentata in questi giorni alla Procura sono accaduti a Muzzano e a Manno dal 2011 a oggi «Ho lavorato in tutto il mondo, anche in Paraguay, ma il Terzo Mondo l’ho trovato in Ticino. Ho visto con i miei occhi prendere a calci negli stinchi i lavoratori, colpirli, umiliarli, spolparli fino all’osso di lavoro per 16/18 ore al giorno. Tutto questo per dormire su un materasso, avere da mangiare e qualche centinaio di franchi in tasca» racconta ad area il cittadino italiano di 64 anni che si è rivolto alla Magistratura.

Ma come si possono accettare simili condizioni lavorative? «Bisogna considerare il contesto: chi va alle dipendenze di Crotta è in generale gente che non ha niente. Così il Crotta arriva addirittura a considerarsi un benefattore perché  – come lui stesso ci definiva – noi eravamo solo dei “rottami”. Persone senza casa, soli al mondo, cui dare paghe da fame come quando ai cani randagi si buttano gli ossi».
Accuse pesanti per le quali le autorità giudiziarie dovranno ora aprire un incarto, mentre l’ex dipendente di Crotta si assume la responsabilità della denuncia anche per mezzo stampa. È una storia cruda quella che ci spiattella l’ex operaio di Crotta, che rievoca pagine buie della storia del lavoro.

«Disumane. Non potrei definire diversamente le condizioni di lavoro che ho subito. Ero in difficoltà, dal Paraguay dove ho moglie e tre figli, ero tornato in Italia in cerca di lavoro ma non ho trovato niente. Eravamo alla fame. Un amico mi dice che in Svizzera potrei trovare un posto in un’azienda agricola. Ci provo anche perché ho una famiglia e sono disposto a rimboccarmi duramente le maniche pur di sostenerli. Nell’aprile del 2011 inizio a lavorare all’azienda “Al Cairello”, strada Costa 4, a Manno dal signor Enzo Crotta. Da subito mi ritrovo impiegato 7 giorni su 7 initterrottamente, senza pausa, dalle 8 alle 23.30-24». 

È l’inizio di un calvario umano quello che emerge dall’esposto (in nostro possesso) del 64enne, cittadino italiano. “Giacomino”, così lo chiama il Crotta per sbeffeggiarlo, viene subito messo in cucina dove deve pensare a tutto: «Si preparavano in media fra i 50 e i 60 coperti per sera, durante il week end anche di più, e non c’era nessuno che mi aiutasse. Anzi, dovevo anche lavare i piatti». La materia prima al Cairello non dovrebbe mancare, del resto ci si rifornisce in buona parte con i prodotti dell’Orto. Eppure «in cucina sono stato obbligato contro la mia volontà a riciclare e a servire ai clienti del ristorante alimenti che per scarsa qualità erano stati scartati e destinati a uso animale». Da sottolineare anche la «scarsa igiene» della struttura.

Ore e ore di fatica accumulata, stanchezza fisica, ma anche mobbing, paura di sbagliare o che il “padrone” si arrabbiasse. «Ho assistito al clima di terrore instaurato dal Crotta: noi dipendenti venivamo maltrattati, umiliati, insultati e regolarmente chiamati “rottami” anche di fronte ai clienti senza che il nostro stato d’indigenza ci permettesse di ribellarci a questo stato di cose» si legge nel documento consegnato alla giustizia ticinese.

L’organizzazione del lavoro comportava anche dei “castighi”, per dare una lezione a chi non rispettava alla lettera gli ordini impartiti o si permetteva di dissentire. «Sono stato oggetto per due mesi di una punizione, che nella pratica si è tradotta in ulteriori ore di straordinario. Infatti al mattino alle 7.30 venivo condotto al Mondino a Muzzano, dove dovevo preparare, tagliare, lavare, e confezionare le verdure per la vendita nei supermercati. Venivo preso in giro anche dai detenuti che mi punzecchiavano:“Sei in punizione, sei in punizione”».

Alle 17.30 finiva la giornata a pelar patate al Mondino, ma non il turnover. Anzi, per Giacomino partiva con grande nerbo il secondo turno. «Venivo prelevato e riportato all’agriturismo per occuparmi del ristorante e della preparazione delle pietanze. In condizioni pesanti, è penoso servire prodotti che sai scaduti. Toglievo il grembiule e potevo andare a dormire solo quando l’ultimo cliente se ne era andato».

“Giacomino” cerca di resistere: «Era una situazione drammatica dal punto di vista umano e psicologico, Una prima volta sono scoppiato ma poi, il bisogno di lavorare per provvedere alla mia famiglia era più urgente di ogni altra considerazione. Sono tornato dal Crotta lo scorso febbraio, ma ho resistito per poco più di due mesi. In aprile me ne sono andato definitivamente: non riuscivo più a sopportare lo stress e le pesantissime condizioni di vita e di lavoro cui ero sottoposto. “Tu ed Enzo non mi avete comprato al mercato degli schiavi” ho detto alla sua compagna».

E se ne è andato. Basta dormire in quel sottotetto del Cairello, senza porta dove chiunque poteva entrare e uscire e da dove gli sparivano gli oggetti personali. Senza privacy, senza mobilio, con un letto e basta, niente servizi igienici. «Per lavarmi ero costretto a utilizzare il servizio igienico del ristorante. Per questo alloggio precario pagavo regolare affitto che mi veniva dedotto dal salario (l’ultima busta paga è stata di 1.585 franchi lordi)».

Come era regolato il lavoro? C’era un contratto? «All’inizio ho lavorato in nero e dopo qualche mese (luglio 2011) è stato sottoscritto un contratto come operaio agricolo al 50%. In verità l’occupazione era a tempo pieno e la mia mansione era di cuoco. Così potevo però essere pagato meno». 
“Giacomino” ora è ospitato nel centro di prima accoglienza Casa Astra di Ligornetto: «Quando stavo al Cairello guardavo oltre il cancello, era aperto, ma se lo supero dove vado?, mi domandavo. Se avessi avuto 30 anni, non avrei avuto problemi a dormire sotto un ponte, ma non alla mia età. Per fortuna ho scoperto questo dormitorio che mi ha permesso di uscire da un inferno. Dove se commettevi un errore, ti fucilavano. Dove non eri rispettato come essere umano».

Nella denuncia, alla voce  “eventuali danni derivanti dal reato”, l’uomo ha scritto perdita di guadagno ed esaurimento psico-fisico. Poche parole per definire una realtà ben più complessa, perché «sono stato trattato e sfruttato come uno schiavo. Non cerco vendetta, ma che si sappia cosa succede in quel mattatoio di uomini». 

 

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