Il trentunenne locarnese racconta via Skype a liberatv la sua esperienza a fianco dei ribelli nel cuore della guerra civile. GUARDA IL VIDEO E LE FOTO

di Marco Bazzi
DAMASCO – “Nome di fantasia e volto mascherato? Non ce n’è bisogno. Ho trentun anni, mi chiamo Johan Cosar, sono nato in Svizzera da genitori siriaco cristiani e sono domiciliato a Locarno. E da un anno sono in Siria. Ci sono andato per filmare la guerra e ora sono bloccato. Non riesco più a uscire dal paese. Ma chi dice che sono un mercenario mente. Non ho mai ucciso nessuno. Certo per la mia vita ho paura, è normale. Ma ormai mi ci sono abituato. Parecchie volte in questo anno mi sono trovato in situazioni ad alto rischio”.
Finalmente liberatv è riuscita a parlare con lui via Skype. È da tempo che ci si prova, ma dovevano esserci due condizioni minime: un collegamento web e l’elettricità. Johan racconta la sua avventura in Siria in una video intervista (guarda il video) registrata sul mezzogiorno di oggi via Skype.
Proprio il giorno in cui 20 Minuti gli ha dedicato un articolo in cui viene lanciato il sospetto che lui sia in realtà un mercenario andato a combattere con i ribelli. Il giornale lo chiama Rafael, nome di fantasia, e pubblica una sua foto mascherata.
Ma Johan esce allo scoperto. “Non è vero. Sono venuto qui per documentare la guerra dalla parte del popolo. A certa gente rode dentro che io sia qui perché dicono di lavorare in favore del popolo siriaco in Ticino ma in realtà non fanno nulla”.
Io, racconta, in passato ho lavorato come cameraman per una tivù siriaca svedese ma in zona di guerra non ci ero mai stato – dice -, se si esclude una puntata anni fa ai confini dell’Iraq.
“Ora sto cercando di uscire ma non è facile. Il mio permesso è scaduto. Devo riuscire a raggiungere il confine con la Turchia nella zona controllata dai ribelli. Ma il primo valico si trova a 300 chilometri dal luogo in cui sono ora e ogni 20 chilometri ci sono dei posti di blocco”.
Una situazione difficile, quella che sta vivendo Johan. Ad alto rischio. Una vita in condizioni precarie, come si può immaginare che sia nel cuore di una guerra civile. “Viviamo come vive la popolazione: senza corrente, senz’acqua, con scarsissime possibilità di comunicare con l’esterno”…
Secondo 20 Minuti la comunità cristiano-aramaica svizzera sarebbe divisa sul ruolo di Johan, ex sergente dell'esercito elvetico: “Un mercenario al servizio degli estremisti islamici” accusa Demircan Sabry, ex presidente della comunità di Lugano. “Non è il primo caso purtroppo, in Ticino e in Svizzera, di giovani aramaici partiti per combattere nella terra dei loro padri. Chiederemo al Consiglio federale chiarimenti e una reazione forte”. Il giornale riporta anche un contraltare: “Si tratta di volontari, ragazzi partiti per dare una mano alla loro gente, con aiuti umanitari, e pronti anche a usare le armi, ma solo se vengono attaccati” spiega Besim Atabalgim, del centro culturale mesopotamico di Locarno. “Sono bravi ragazzi, non hanno nulla a che fare con gruppi estremisti e men che meno con Al Qaeda”.