"...non vi insegneranno nulla! Per fare questo mestiere bisogna sentirlo. Ci vogliono intuito, coraggio e follia.” È l'appello rivolto ai giovani dal pardo d'onore Werner Herzog

LOCARNO – Molte le persone accorse giovedì a La Sala per imparare i segreti del cinema dal grande regista tedesco Werner Herzog. “Le scuole non servono, per fare questo mestiere bisogna sentirlo, avere intuito, coraggio e follia” questo è stato il messaggio del pardo d’onore ai giovani registi. E ieri sera in Piazza Grande gli è stato consegnato il Pardo d’onore. Per l’occasione il secondo film della serata era proprio il suo Fitzcarraldo che gli ha fatto vincere il premio alla regia al Festival di Cannes nel 1982.
Durante l’incontro di giovedì a La Sala, il regista ha anche ricordato le difficoltà nel girare questo film. “Per girare le scene nelle rapide, Thomas Mauch si era legato a una roccia con la fotocamera. La scena era stata molto difficile, abbiamo rischiato di perdere la nave. Per salvarla molto di noi si sono anche feriti. Un addetto alla fotografia ha quasi perso due dita. Siamo tornati all’accampamento stremati. Al risveglio non si trovava più Mauch, nessuno l’aveva visto dalla sera prima… ce l’eravamo dimenticati sullo scoglio! Sono passati trent’anni, credo mi abbia perdonato ormai. È stato molto duro girare questo film, eravamo tutti stanchi e feriti. Ma nessuno si lamentava. Dicevano che non fosse necessario far scavalcare realmente la montagna dalla nave. Ma per noi era importante, doveva esser tutto vero.”
Molti gli argomenti trattati, nati sia dalle domande del pubblico sia dallo stesso Herzog che da buon maestro mostrava puntualmente spezzoni dei suoi film come prova di quanto stava dicendo. Uno il filo conduttore dell’intero incontro: “non sprecate tempo in una scuola di cinema. Quattro mesi a piedi per il mondo vi insegneranno molto di più. Leggete molto, leggere vi insegna a vedere il mondo da più punti di vista. E crescete dei figli, chi ha un bambino è più ancorato alla realtà.”
La realtà infatti, per un grande documentarista come lui, è senz’altro un oggetto di studio importantissimo. Soprattutto la realtà umana e per riuscire a coglierla ci vogliono intuito e fiducia nella macchina da presa. “Anche i silenzi sono importantissimi. Non devono far paura. Bisogna aver fiducia nella cinepresa e nel cameraman, devono continuare a filmare. Una volta ho intervistato uno degli agenti che avevano ritrovato una bambina di pochi mesi morta e torturata durante un rito satanico. Erano in cinque sulla scena, insieme avevano cento anni di esperienza. Questo agente mi ha detto di non aver mai visto nulla di simile e poi è stato zitto. Io ho continuato a filmare e lui non ha parlato per più di venti secondi, che nel cinema è un tempo infinito, poi ha detto ancora qualche parola ed è stato zitto di nuovo. Quando i produttori hanno visto il montato mi han detto di tagliare questa parte, che il cinema deve essere veloce. Io ho risposto di no. Se taglio questa scena avrò vissuto invano.”
“Quando si intervista una persona poi bisogna avere la saggezza del serpente. Restare arrotolati, immobili e aspettare il momento adatto per attaccare con il veleno, la domanda giusta.” E l’esempio che porta è il prologo di Into the Abyss, in cui intervista il reverendo del cimitero dove vengono seppelliti i corpi dei condannati a morte non reclamati dalle famiglie. “Mi trovavo di fronte a quest’uomo, in un’ora avrebbe dovuto seppellire un condannato. Era di fretta, guardava il telefonino e mi parlava di golf e della bellezza del creato. Mi sono detto che dovevo riuscire a penetrare nella sua corazza. E ce l’ho fatta con una semplice domanda posta al momento giusto. Quest’uomo si è aperto ed ha cominciato a piangere. Ho seguito un’intuizione: gli ho semplicemente chiesto di raccontarmi un suo incontro con uno scoiattolo e la sua corazza si è rotta. Nessuna scuola di cinema può insegnarvi a fare questo e nemmeno io, dovete sentirlo.”
“Dovete essere registi anche nel momento in cui girate un documentario. Non siete la telecamera di sicurezza di una banca che rimane immobile per anni finché qualcosa non accade.” Infatti, ma non ne ha mai fatto mistero, a volte Herzog nei suoi documentari dirige i suoi intervistati come fossero attori. È quanto ha fatto negli ultimi minuti di Bells from the deep. “Ho incontrato quest’uomo, convinto di essere Gesù. Gli ho chiesto di dare la sua benedizione al pubblico e girarsi di profilo per dare idea dell’immensità dello spazio. Poi quando sono passato da parte a un fiume ghiacciato e ho visto un uomo pattinare ho deciso che era la scena perfetta. Gli ho chiesto di poterlo filmare mentre pattinava e si è aggiunto poi un altro uomo. Avevo già in mente questa musica stupenda e l’effetto che avrebbe dato. Ho dovuto girare la scena sei volte prima di ottenere quello che cercavo.”
Infatti un altro messaggio di Herzog per i giovani registi è quello di inseguire le proprie visioni, anche se folli. Come ha fatto in My son, my son what have ye done. “Avevo in mente quest’immagine che mi ossessionava. L’uomo più piccolo del mondo in sella al cavallo più piccolo del mondo, inseguiti attorno a una sequoia gigante dal gallo più grande del mondo. Sono andato dal proprietario del cavallo, glie ne ho parlato, ma non mi ha permesso di filmarlo perché avrebbe fatto risultare stupido il suo Frank. Ma l’immagine mi ossessionava e ho trovato il modo di inserirla comunque. Probabilmente se avessi fatto quello che ho fatto in un teatro sperimentale mi avrebbero arrestato e creduto pazzo. Ma quando avete in mente una visione forte, anche se non c’entra con la storia, raccontatela lo stesso.”
Infine Herzog si dice affascinato dalle possibilità offerte dalle nuove tecnologie. “Oggi non ci sono più scuse di budget. Né per i produttori né per i registi. Ma si deve avere il coraggio di trovare nuovi canali di diffusione, come internet. Bisogna solo restare fedeli alla propria visione e avere il coraggio di seguirla. I mezzi tecnici non fanno differenza, ma l’evoluzione è interessante. Sono curioso di vedere cosa riuscirà a produrre la vostra generazione. Non avete più scuse, è tempo di tirar su le maniche e fare.”
IB