Alcuni ex brigatisti si esprimono sulla polemica legata alla presenza di Senzani al Pardo. Renato Curcio: "Ma bisogna sapere quello di cui si parla, altrimenti si creano pasticci"

LOCARNO - I terroristi e il loro diritto di potersi esprimere pubblicamente e liberamente, scontato il loro debito con la giustizia. Prendendo spunto dal Caso Senzani al Festival del film di Locarno, il domenicale il Caffè ha intervistato alcuni ex appartenenti alla Brigate Rosse.
Il più celebre è senza dubbio Renato Curcio, fra i fondatori delle BR oltre ad essere considerato da molti come il grande ideologo dell'organizzazione: "Sono convinto - racconta - che per parlare si debba essere persuasi di quello che si dice e sapere quello di cui si parla. Altrimenti si possono creare pasticci, equivoci e quant'altro".
Più diretto il giudizio di Loris Paroli, uscito dopo 16 anni di prigione, pur non essendosi macchiato di nessun reato di sangue "ma non significa nulla, perché ero nelle Brigate rosse e l'organizzazione ha seminato sangue e lutti. Aono uscito per fine pena e ora mi par di vivere al tempo dell'Inquisizione. Non trovo giusto che, dopo 40 anni, ci sia ancora gente che ha questo nodo alla gola e vorrebbe condannarmi al silenzio. Quando me lo chiedono racconto la mia esperienza, ciò che ho vissuto. Cerco di spiegarmi e di spiegare perché in un certo periodo nei Paesi industriamente avanzati come il nostro, la Francia, la Germania, gli stessi Stati Uniti con le Black panters e i Weathermen, si sia radicato il fenomeno della ribellione e della lotta armata. È noto che il guerrigliero che vince diventa un eroe, quello che perde un terrorista. Quando parlo, io non commetto reati, non faccio apologia. Si dice che solo le vittime o i loro familiari dovrebbero aver facoltà di parola: io sostengo che le vittime hanno ragione 'sempre'. Ma da un punto di vista storico, non possono avere una visione completa, la storia non è neutra. Quello che non accetto è la dittatura dei mass media perché si vogliono cancellare le nostre voci, come se fossero indecenti".
Interessante anche la lettura di Paolo Cassetta, ex brigatista della colonna romana,: "Nella lotta politica chi vince ha sempre cercato di negare il diritto di parola perché questo è una specie di linea di confine. È questione complessa: il successo 'militare' non basta, per essere completo si deve raggiungere quello ideologico. Non mi stupisco che tentino di far tacere, 'noi, gli altri'. Semmai sono sorpreso che siano solo gli ex militanti della sinistra estrema, gli ex brigatisti, a battersi contro il silenzio". Parlare, naturalmente, non significa straparlare. "Non c'è solo il diritto alla parola, inutile negare che esiste anche un rischio esibizionismo".
Il Caffè ha inoltre raccolto lo sfogo del regista Pippo Delbono, autore della pellicola Sangue con Giovanni Senzani protagonista: "Sono molto dispiaciuto. Non pensavo che la Svizzera avesse la stessa malattia dell'Italia. Mi spiace che la RSI e Carlo Chatrian siano stati attaccati in questo modo", ha dichiarato a proposito delle polemiche.