Il presidente dei falegnami ticinesi plaude all'appello del ministro che ieri ha detto: "Se il Governo non decide entro metà settembre gli artigiani vengano in piazza col forcone"

BELLINZONA – “In piazza coi forconi? Magari coi forconi no. Ma in piazza sì!”. Nella voce di Francesco Lurati, presidente dei falegnami ticinesi e vicepresidente dell’Unione associazioni dell’edilizia (UAE), si coglie un tono misto di rabbia e delusione. “Per fortuna che almeno c’è Michele Barra che dice le cose come stanno. Non ho più parole per esprimere i nostri sentimenti dopo il no su tutta la linea giunto da Berna. Non so. Chi ci governa non ha proprio capito i problemi con cui siamo confrontati”.
Dunque, gli artigiani sono pronti a mobilitarsi e a scendere in piazza? “Parlo a titolo personale, perché non ci siamo ancora confrontati con questa idea in seno alla nostra associazione. Ma dico di sì. Adesso bisogna prendere il toro per le corna altrimenti qui andiamo tutti a rotoli. Condivido pienamente la posizione del ministro Barra, uno che ha vissuto sulla sua pelle i problemi che noi viviamo ogni giorno, e ogni giorno che passa la situazione peggiora. Spero che gli altri consiglieri di Stato facciano tesoro della sua esperienza e lo seguano. Altrimenti dovremo mobilitarci. Basta parole, basta se e ma, basta forse…! Adesso vogliamo vedere se c’è o non c’è una concreta volontà politica di decidere sui problemi reali”.
Come fai a dare un aumento salariare agli operai, che è sacrosanto, in questa situazione di concorrenza sleale e di dumping sui prezzi da parte delle ditte estere?, si chiede Lurati.
“Noi rispettiamo i contratti collettivi ma le imprese generali danno sempre più spesso i lavori ad aziende straniere. Ogni giorno vediamo furgoni di padroncini che arrivano sui cantieri. Non solo dall’Italia, ma dall’Ungheria, dalla Polonia... Diverse imprese svizzero tedesche si aggiudicano i lavori e li subappaltano a padroncini dell’Est”.
È chiaro e lo ribadisco, aggiunge: “Se padroncini e lavoratori distaccati arrivano in massa è perché qualcuno li chiama. Siamo noi ticinesi: privati cittadini e imprese. Ma non ci si può limitare a questa considerazione dicendo ‘non possiamo far nulla, abbiamo le mani legate’ e altre cose del genere. Bisogna introdurre nuove regole, degli ostacoli che rendano meno interessante economicamente far capo a padroncini stranieri. Ma se Berna continua a dire di no il Ticino ha due scelte: muoversi in modo autonomo o assecondare lo sfascio di un settore economico che dà lavoro a centinaia e centinaia di persone. Poi gli apprendisti li formeranno i padroncini”.
emmebi