CRONACA
Corea del Nord: fucilati perché guardavano la televisione sudcoreana
Il 3 novembre, in sette località del ‘Regno Eremita’, sarebbero state giustiziate pubblicamente ottanta persone, fra i capi d’imputazione anche il possesso di una Bibbia. Lo rende noto un giornale di Seul sulla base dei racconti dei fuggiaschi

SEUL – Il 3 novembre, in sette località della Corea del Nord, sarebbero state giustiziate pubblicamente ottanta persone. Nella città orientale di Wonsan le autorità avrebbero radunato diecimila persone allo stadio per farle assistere alla fucilazione di un gruppo di otto uomini e donne, avvenuta a raffiche di mitragliatrice. Fra i capi d’imputazione che hanno condotto a morte le ottanta persone, ci sarebbero: la diffusione di materiale pornografico, la prostituzione, ma anche l’aver guardato la televisione sudcoreana e il possesso di una Bibbia.

L’accaduto è stato reso pubblico da Joong Ang Ilbo , un giornale conservatore di Seul, sulla base di informazioni raccolte tra i fuggiaschi nordcoreani. Notizia non verificabile con fonti ufficiali, ma da mesi ormai circolano voci e rapporti su esecuzioni di gruppo nel Regno Eremita dominato dal dittatore Kim Jong-un. Del resto, dei piani del “dittatore ereditario”, si conosce pochissimo: la maggior parte delle informazioni giungono dalle testimonianze dei fuggiaschi, dalla sorveglianza satellitare americana e dall’intelligence della Corea del Sud.

Dallo spazio, oltre a individuare i siti nucleari e missilistici, i satelliti occidentali hanno anche inquadrato i lager dove si crede siano stati rinchiusi quasi 200mila nordcoreani. Ultimamente, risulta che il regime abbia chiuso due di questi campi. Infatti, analizzando le immagini che giungono dai satelliti e incrociandole con i ricordi dei profughi, gli analisti hanno osservato che la popolazione dei reclusi si è ridotta. Uno dei due è il campo 22, al cui interno vi erano trenta mila prigionieri. Sembra che fra i sette e gli otto mila siano stati rilasciati, mentre la sorte degli altri venti mila è ignota. Forse sono stati liquidati.

Una speciale commissione sugli abusi dei diritti umani nella Corea del Nord è stata istituita dall’Onu all’inizio di quest’anno. Fra le raccapriccianti testimonianze raccolte, c’è quella di Shin Dong-Hyuk, trentenne rifugiato a Seul nato in un campo di “rieducazione”, uno dei lager in cui sono concentrati decine di migliaia di civili puniti dal regime. “Ho visto impiccare mia madre e mio fratello, perché avevano progettato di fuggire e li avevano scoperti. Avevo 14 anni. Che cosa ho provato? Niente, succedeva spesso”. Ha raccontato l’uomo che, in risposta alla domanda degli investigatori Onu su come sia stata scoperta la madre, ha aggiunto: “L’avevo denunciata io, in cambio di cibo. E ora che ci penso qualcosa ho provato quando l’impiccavano: sollievo perché io ero vivo e rabbia perché avrebbero potuto punire anche me”.

Shin Dong-Hyuk è riuscito a fuggire e recarsi al Sud nel 2006, da allora racconta quanto ha vissuto in conferenze in giro per il mondo. Nel 2012, della sua storia, il documentarista tedesco Marc Wiese ha fatto un film: “Camp 14: Total Control Zone”, proiettato lo stesso anno anche al Festival del Film di Locarno nell’ambito della Settimana della critica.

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