Uno studio rivela che nei Cantoni di Ginevra, Vaud e Vallese in dieci anni è raddoppiato il numero di frontalieri. Il giornalista Daniel Audetat racconta come i romandi stanno vivendo un fenomeno che in Ticino conosciamo bene

LOSANNA – Il fenomeno del frontalierato è una realtà molto presente anche nella Svizzera romanda. Lo studio del Conseil du Léman, istanza che promuove le relazioni transfrontaliere tra Svizzera e Francia, pubblicato venerdì, ha evidenziato infatti come dal 2002, anno dell’entrata in vigore degli accordi sulla libera circolazione, il numero di persone che ogni giorno dalla Francia valicano i confini per recarsi a lavorare in Svizzera sia praticamente raddoppiato in tutte e tre i cantoni lemanici (Ginevra, Vaud e Vallese).
Tendenza questa che si osserva, praticamente negli stessi numeri e tempi, anche in Ticino. Posto il fenomeno comune, cerchiamo quindi di capire come i nostri connazionali francofoni si rapportino ad esso parlandone con Daniel Audetat, giornalista del quotidiano vodese 24heures.
“È una ricerca che non rivela sostanzialmente nulla di nuovo per quanto riguarda Ginevra, che aveva già condotto studi statistici per valutare la questione frontalieri dato che è qui che si concentrano maggiormente. La novità sta nell’avere finalmente questi dati anche per i cantoni di Vaud e Vallese, dove si era effettivamente in una situazione di ritardo a livello di inquadratura statistica del fenomeno. Rimane uno studio parziale, poiché non concerne che la zona del Lemano, prendendo in analisi solo i due dipartimenti francesi dell’Ain e dell’Haute-Savoie e i cantoni Svizzeri che affacciano sul lago, e andrebbe integrato anche con altri dipartimenti francesi comprendendo così l’intero arco giurassiano. Nonostante ciò, soprattutto per la presenza di informazioni più dettagliate sul Vallese e sul Vaud, lo studio presenta comunque, nonostante le lacune, dei dati interessanti”.
Me ne parli.
“Una delle conclusioni è certamente la riprova, statistica, che dal 2002 c’è stata una progressione molto forte anche nel Vaud e nel Vallese. A mancare ancora però sono i dati riguardo a come i frontalieri si situano sui trasporti. Non è preso in conto, ma è invece molto importante per sviluppare meglio i collegamenti e le infrastrutture. In questo però potrebbe aiutare la disponibilità finalmente di informazioni statistiche riguardo a dove i frontalieri vivono e dove vengono a lavorare: emerge infatti che abitano per la maggior parte davvero molto molto vicino, gli spostamenti sono quindi geograficamente concentrati. Lo studio poi fornisce anche un quadro della loro presenta nei vari settori. L’11% dei posti di lavoro nella regione lemanica sono occupati da frontalieri, proporzionalmente più presenti nel secondario che non nel terziario”.
C’è una differenza nel frontalierato dei tre cantoni?
“Il fenomeno è certamente molto più importante a Ginevra, più attrattiva per la sua natura di Cantone-Città, che non nel Vallese o nel Vaud. Qui le persone impiegate nel secondario sono sì in percentuale maggiori rispetto a quelle nel terziario. Ma l’aumento importante avvenuto dal 2002 è proprio nei servizi, dove la maggior parte è impiegata nella sanità e nell’azione sociale. Sono in molti poi ad esser qualificati ed è questo un apporto di saper fare molto importante per l’economia vodese e vallesana. Ecco, altro aspetto interessante che questo studio mette in luce è che il flusso frontaliero contribuisce a creare ricchezza da entrambe i lati. Spendono dove risiedono, ma vengono in Svizzera non ‘per rubare il lavoro’, ma per apportare competenze che ora nel nostro paese non si trovano, creando una rete di scambi proficui. C’è sì un confine, ma economicamente siamo nello stesso ‘paese’. La frontiera resta un problema in termini di organizzazione del territorio. Innanzitutto bisogna risolvere velocemente le questioni legate al trasporto e quindi al traffico, perché il numero di persone che si spostano continuerà ad aumentare fortemente. Restano poi anche i problemi dovuti ai due differenti sistemi politici, come le ben note questioni sulla fiscalità, che deve essere regolata”.
In Ticino il tema del frontalierato è certamente fra i più sentiti, è vissuto allo stesso modo anche dalla popolazione romanda?
“L’inquietudine c’è. Ed è ben riflessa anche nel mondo politico. A Ginevra la situazione è vissuta in modo molto più forte, come dimostrano i risultati recentemente ottenuti dal Movimento dei cittadini ginevrini (Mcg), movimento molto simile alla Lega dei Ticinesi. La loro vittoria, con cui si è rafforzato in Parlamento, ma soprattutto ha eletto un consigliere di stato, dimostra quanto la questione identitaria e una certa ostilità populista nei confronti dei frontalieri di cui sono fautori stiano prendendo sempre più piede fra i ginevrini. Lo studio del Conseil du Léman si pone anche come una risposta indiretta a questi sentimenti crescenti, mostrando la dimensione positiva del fenomeno: i vicini ne guadagnano a lavorare insieme. Nel Canton Vaud invece il fenomeno è meno forte e quindi meno sentito. Non abbiamo un equivalente della Lega o del Mcg. C’è l’UDC, che è più concentrato però su una tematica nazionale, non focalizzata sul frontaliere. A creare rimostranze qui, più che i frontalieri, sono i lavoratori stranieri, ossia quelle persone dagli stipendi stratosferici impiegate nelle multinazionali che vengono ad abitare nella regione, soprattutto nel Vaud, facendo lievitare gli affitti. Anche i vodesi così ‘non si sentono più a casa loro’. Questo è più sensibile della questione frontalieri, si moltiplicano infatti in tutto l’arco lemanico le interrogazioni contro queste persone”.
Infine, qual è il suo punto di vista da giornalista?
“Come giornalista da tempo, ma è una mia lettura, penso che il grande problema di questa regione sia la frontiera, perché le persone che sono da una parte del lago conoscono molto male quelle dall’altro. Un problema sorto soprattutto con la globalizzazione che ha intensificato i contatti e gli scambi. Quello che è importante ora è, nonostante le frontiere nazionali e culturali, riuscire a creare una regione lemanica che oltrepassi i confini perché a lavorare insieme ne guadagnano entrambe le parti. Uno studio come questo mostra proprio che per farlo bisogna imparare a conoscersi. Ed è quanto cerca di fare, da venticinque anni, il Conseil du Léman, ma siamo solo all’inizio”.