CRONACA
Sentenza sull'assassinio di Lucie, Zali: "In Ticino non ho mai visto criminali fare ippoterapia"
L'ex presidente della Commissione criminali pericolosi: "Sulla sentenza di ieri non mi esprimo. Ma alla luce dei casi di Marie e di Adeline credo che ogni cantone debba rivalutare le sue prassi"

BELLINZONA – “Sulle sentenze non mi esprimo. Non lo faccio ora, per una questione di separazione dei poteri. Non l’avrei fatto prima, per rispetto di un’autorità giudiziaria superiore. Inoltre, non conosco le motivazioni della decisione federale”.

Il ministro Claudio Zali, ex presidente del Tribunale penale, è molto cauto. Anche se, fino a poche settimane fa ha presieduto la Commissione che in Ticino segue i casi dei criminali pericolosi (leggi articolo allegato), Zali non segue l’onda delle polemiche suscitate dalla sentenza del Tribunale federale.
La massima istanza giudiziaria ha accolto il ricorso dell'assassino di Lucie, annullando la condanna di internamento a vita ordinata l'anno scorso dal Tribunale cantonale argoviese. Secondo il TF, l'uomo – che uccise la 16enne friburghese nel 2009 e tentò in precedenza di strangolare una giovane donna - non è refrattario alle terapie e quindi le condizioni per l'internamento "non sono realizzate".
 
“Quando ci scappano i morti – dice il ministro - e si verificano casi in cui persone che stanno espiando delle pene hanno la possibilità di commettere nuovi reati è doveroso porsi degli interrogativi. Credo che ogni cantone farebbe bene a rivalutare e ad aggiornare le proprie prassi in materia di detenuti pericolosi, verificando che non abbiano delle falle”.

Nel decidere ogni singolo caso, spiega l’ex giudice, nel valutare l’opportunità di attenuare le misure detentive, bisogna lavorare e decidere con coscienza. “Sottoscrivo pienamente il contenuto della risposta del Consiglio di Stato all’interrogazione presentata dalla deputata Amanda Rückert dopo l’omicidio della psicoterapeuta Adeline. Garantisco, come ex presidente della Commissione detenuti pericolosi, che in Ticino si è sempre fatto un lavoro serio, e di criminali e assassini che vanno a fare ippoterapia non ne ho mai visti. Nelle nostre decisioni, che sono poi dei preavvisi al giudice dei provvedimenti coercitivi, siamo sempre stati improntati alla cautela e al rispetto delle vittime, valutando attentamente il rischio di recidiva”.

Anche se, ammette Zali, nessuno ha la sfera di cristallo e il rischio zero non esiste, “perché certi soggetti sono capaci di dissimulare le loro intenzioni anche di fronte ai terapeuti più accorti”.

Tornando alla sentenza del Tribunale federale di ieri, precisa: “Conosco la materia dall’interno e il mio approccio è molto concreto e pragmatico, il che mi aiuta a lasciare un po’ da parte l’emotività. Ben consapevole, comunque, del dolore di chi ha subito, direttamente o indirettamente, dei crimini violenti. È chiaro che fatti del genere ci pongono di fronte a delle domande e che la risposta prioritaria da parte delle autorità deve essere quella di garantire la sicurezza pubblica, evitando di offrire ai criminali facili occasioni di recidiva”.

emmebi

 

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