CRONACA
Il Natale, la crisi, il consumismo e i salari dei top manager nelle parole del Vescovo Valerio
"Il salario è indispensabile alla sicurezza della vita, ma quando supera la soglia che il buon senso dovrebbe individuare, il rischio è che sia solo una forma di accaparramento profondamente ingiusta”

LUGANO – Nella sua prima omelia natalizia, il Vescovo Valerio Lazzeri si è concentrato sugli aspetti più radicali dell’annuncio cristiano del Natale, “che è il grande dono di Dio agli uomini, ma che diventa racconto che attraversa i secoli con i gesti di coloro che lo rendono possibile: l’umiltà di Giuseppe, la dedizione di Maria, lo stupore dei pastori”. Nel giorno di Natale monsignor Lazzeri ha quindi voluto sottolineare soprattutto la forza rigenerante dell’evento, “il suo impatto sulla qualità filiale della nostra vita umana”.

Ben diversa, almeno apparentemente, la realtà natalizia vissuta dalla più parte di noi. Ancora una volta si è assistito infatti a una folle corsa alla ricerca di qualcosa da mettere sotto l'albero. Monsignor Lazzeri, cosa ne pensa di questo Natale che sembra più 'dei regali', che dei valori?

“Da un lato non è una sorpresa perché il cuore umano ha bisogno di essere colmato. Nei regali si cerca probabilmente una pienezza che non si è riusciti a trovare altrove. D’altra parte bisogna dare una lettura più profonda del fenomeno e andare alla radice, cioè a quella sete di bellezza, di verità e di vita che comunque il Natale riesce a svegliare nel cuore degli uomini”.

Una tendenza al consumo che arriva anche nelle tavole. Con un'esagerazione si potrebbe quasi dire che il motore che spinge le persone a unirsi attorno al tavolo sia la previsione di un'abbuffata. Assistiamo insomma a un consumismo sfrenato e che si conferma tale nonostante la crisi.

“Di per se il problema non è tanto l’abbondanza dei cibi. La Scrittura parla del banchetto escatologico come l’occasione per una consumazione abbondante di vini e cibi raffinati. Non l’abbondanza dunque è il punto importante, quanto piuttosto la qualità del rapporto con questa realtà. Quando essa diventa un riempitivo, disumanizza. Quando l’abbondanza invece è un simbolo della gioia e dell’esuberanza della felicità, essa può diventare anche un segno del Natale”.

Un Natale ancora di crisi appunto e per molti quindi un Natale di preoccupazione per il lavoro e il futuro. Si riesce ancora a trovare consolazione nella fede?

“La fede ci dà sempre consolazione, ma più ancora, ci dà la forza per non lasciarci schiacciare dalle situazioni di preoccupazione. La fede ci assicura che anche quando siamo in situazioni disagiate, la sorgente della nostra dignità non è esaurita, ma continua a sussistere e a fornirci da dentro la certezza che siamo più dei problemi che dobbiamo affrontare”.

Parlando di crisi del lavoro, cosa pensa del divario salariale fra i maxi compensi dei top manager e i salari degli impiegati, tema sentito dalla popolazione e non a caso al centro del dibattito politico degli ultimi mesi?

“Il salario per il lavoro è quella realtà indispensabile che garantisce sicurezza alla nostra vita e le permette anche di coltivare progetti di generosità e di apertura agli altri. Finché la cifra dei nostri compensi si traduce in fecondità, in possibilità aumentata di aiutare, essa ha un senso. Quando supera questa soglia, che certo è difficile da stabilire in numeri, ma che il buon senso dovrebbe riuscire ad individuare, il rischio è grande di essere solo una forma di accaparramento profondamente ingiusta”.

Infine, quale pensiero rivolge a coloro che vivranno il Natale con preoccupazione?

“Prima di tutto penso che quelli che vivono con preoccupazione il Natale non siano una categoria a parte. Nessuno di noi potrà vivere queste feste con totale spensieratezza. La fatica di vivere umanamente si propone a ciascuno, sia pure in modi diversi e con diverso peso. Tuttavia il Natale, toccando il mistero del nascere umano, coinvolge ciascuno e offre a ciascuno quell’impulso a rimanere in piedi nella fatica che viene dall’essere visti nel profondo da Colui che ha ascoltato il dolore degli uomini e se ne è fatto carico sino in fondo”.

IB

 

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