CRONACA
Addio 2013, Caratti sceglie Lampedusa. Dillena i proverbi per Bignasca, Giudici e Canetta
I direttori del Corriere del Ticino e della Regione firmano l'editoriale di fine anno, tra la tragedia umanitaria dell'isola italiana e i fatti più significativi che hanno segnato il Cantone

LUGANO - Secondo tradizione i direttore del Corriere del Ticino e della Regione, dedicano l'ultimo editoriale dell'anno, perdonato il bisticcio di parole, all'anno passato e all'anno che verrà. Matteo Caratti sceglie un commento dal respiro più internazionale, completamente incentrato su Lampedusa e sul tema della migrazione, mentre Giancarlo Dillena si concentra su alcuni avvenimenti che hanno segnato il 2013 in Ticino e in Svizzera.

Cominciamo con il direttore della Regione: "Per la riflessione di Natale abbiamo scelto di ricordare tre figure di spicco del 2013, papa Francesco, Nelson Mandela e Edward Snowden, che hanno particolarmente caratterizzato l’anno ormai agli sgoccioli. Ora, che ci apprestiamo ad accoglierne uno nuovo, sperando che sia migliore di quello passato, siamo facili profeti: alcune irrisolte questioni di fondo ce le ritroveremo sul tavolone del 2014. Fra le tante ne abbiamo scelta una, significativa per le implicazioni a livello internazionale e allo stesso tempo locale. Significativa perché profonda, lacerante, difficile, umana e disumana: Lampedusa".

"Lampedusa - scrive Caratti - è il simbolo dell’ultima spiaggia per milioni di esseri umani: dopo essere fuggiti da morte certa in patria, dopo aver attraversato il deserto, dopo esser stati imprigionati e umiliati nelle carceri libiche e aver raggranellato i soldi, spinti dalla forza della disperazione, eccoli a cercare di attraversare un mare in condizioni a dir poco proibitive verso un improbabile Eldorado. Vedi Lampedusa e poi muori, vedi Lampedusa e poi vivi. La partita è questa. E per noi che viviamo da questa parte del mondo, che cosa rappresenta quest’isola ora maledetta, ora benedetta? È il simbolo dell’incapacità dell’Unione europea di affrontare in modo coeso una delle maggiori emergenze di questo secolo, lasciando pelare la patata bollente al colabrodo Italia. Lampedusa, per noi che viviamo in questo ricco Paese, è pure il simbolo di una certa incoerenza: quei disgraziati quando raggiungono malconci le coste dell’Italia ci commuovono – come potrebbe essere altrimenti? – ma poche settimane dopo, ci dimentichiamo dei loro occhi, dei loro sguardi, e polemizziamo per la possibile accoglienza di pochi di loro dalle nostre parti".

I proverbi di Dillena

E veniamo a Giancarlo Dillena. Il direttore del CdT sceglie la formula del proverbio, parafrasato, per il suo commento. Dillena ne ha scritti sette, noi ve ne riproponiamo tre.

"Primo proverbio: è più facile avere due papi a Roma che due re a Lugano. Sulle rive del Tevere si è consumato un evento epocale, che ha suscitato prima sorpresa, poi fiduciosa speranza e serenità. I due papi, quello di prima e quello di poi, passeggiano insieme, si scambiano inviti e pareri. Chi l’avrebbe detto? Sulle rive del Ceresio si è consumato uno scontro atteso, che prima o poi doveva arrivare, che ha suscitato prima ansie e tensioni, poi gioia per gli uni e amarezza per gli altri. I due re, quello dei trent’anni e quello appena arrivato, non riescono a sedere a lungo allo stesso tavolo. Il primo se ne va. Il secondo resta, nel segno di attese che si annunciano lunghe, col vento che tira. Ma forse tutto dipende solo dalla sequenza degli eventi: per i papi ci sono state prima le dimissioni, poi l’elezione; per i re ci sono state prima le elezioni, poi le dimissioni. La sequenza – con quel che ci sta dietro – è tutto!".

"Quarto proverbio: morto un Nano non se ne fa un altro. Solo nella favola di Biancaneve ce n’erano sette a disposizione. I leghisti sono molti di più, ma nessuno può prendere il suo posto. Ne sono consapevoli. Dopo lo smarrimento iniziale, temporeggiano, consumando il capitale di consenso accumulato quando c’era Lui e facendo leva sulle posizioni conquistate. Gli altri aspettano fiduciosi che l’anomala montagna fatta di barricate, dileggi, velleità, poltroncine e seggiolini cominci finalmente a franare, per occupare il territorio che considerano il loro, ingiustamente e indegnamente espropriato. Hanno aspettato tanto, quel crollo più volte annunciato (e mai arrivato). Possono aspettare ancora. Il problema non è questo. Il problema sono le crepe, i sinistri scricchiolii e qualche volta le frane che si ritrovano in casa propria".

"Sesto proverbio: se vuoi un papa innovatore cercalo «alla fine del mondo» (ipse dixit). Se vuoi un nuovo direttore della RSI che non riservi sgradite sorprese, fai il giro del mondo. Ma poi trovalo in casa. È comprensibile: il Vicario di Cristo deve solo essere un riferimento per alcune centinaia di milioni di credenti; deve solo infondere speranza, testimoniare, guidare; deve solo gestire le correnti della Curia romana, gli ordini religiosi, i movimenti, i dissidenti e via di seguito. Vuoi mettere con il direttore della RSI, che deve fare i conti con la direzione generale nazionale (che comanda), con i politici locali (che si agitano credendo di comandare), con i sindacati (che protestano per principio), con i colleghi (del terrario) e una audience che (secondo i dati ufficiali) nel tempo non fa che crescere? Un innovatore anche a Comano, con queste premesse? Ma siamo seri! Lasciamo queste cose a Roma, per carità!".

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