Con l'aiuto dei loro amici e di un pugno di "eredi", i Beatles sopravvissuti (144 anni in due) sono state le superstar del maxi-concerto in onore del loro debutto americano rubando la scena a divi molto più' giovani

LOS ANGELES - Paul e Ringo sanno come divertirsi e come divertire il pubblico: questo è vero entertainment. È una lezione degli ultimi 50 anni che le canzoni dei Beatles non invecchiano, ma anche Paul, che alle Olimpiadi di Londra aveva steccato (e subito i media lo avevano dato per finito), ha infilato tutte le note del gran finale a base di "Birthday", "I Saw Her Standing There" ("La prima canzone - ha spiegato - scritta con Lennon e che ha dato il via a tante cose"), poi, aiutato dagli strumenti a fiato, "Sgt Pepper's Lonely Hearts Club Band" che ha riportato Ringo in scena per il duetto "With a Little Help From My Friends" e infine, Starr alla batteria e McCartney al piano a guidare l'arena in "Hey Jude".
Il concertone, intitolato "La notte che cambiò l'America" e registrato a Los Angeles all'indomani dei Grammy, è andato in onda sulla Cbs ieri sera, alla stessa ora e sulla stessa rete dove 50 anni fa il 9 febbraio i Beatles debuttarono in America, e il resto è la storia del loro successo planetario. Allora i quattro "scarafaggi" di Liverpool, già famosi in Europa, erano apparsi sul palco dell'Ed Sullivan Show, il "musichiere tv" di allora che certificava l'arrivo dei nuovi talenti musicali in una popolare trasmissione in diretta. I ragazzi britannici avevano esperienza da vendere in concerti dal vivo: la misero in atto nel format televisivo, ricostruito nella trasmissione di ieri che ha inframmezzato alla performance spezzoni e ricordi di chi c'era allora, dimostrando che l'entusiasmo del quartetto britannico, la loro spontaneità sul palco, oltre alla bellezza piena di idee delle loro canzoni, fu la vera carta vincente.
Una carta lontana anni luce dalla studiata ricerca con cui oggi ogni successo viene pianificato a tavolino. Ed è così che altre performance del concerto ieri sono apparse troppo costruite, come quando i Marron 5 hanno nervosamente cercato di copiare "All My Loving" del 1964 o Kate Perry ha interpretato "Yesterday" come una concorrente a American Idol. Meglio con Stevie Wonder che ha rivisitato la sua rivisitazione 1970 in stile funk di "We Can Work It Out", o come Annie Lenox e David Stewart (gli Eurythmincs riuniti per l'occasione) hanno reso "The Fool on the Hill" o Alicia Keys e John Legend "Let it Be" in chiave soul giustificata dalle sue note gospel.
Momenti commoventi: Yoko Ono in tuba, Sean Lennon e la vedova di George Harrison, Olivia, col figlio Dhani Harrison in prima fila a cantare "na na na na" di "Hey Jude". E quando poco prima Dhani aveva dato una mano sul palcoscenico in "Something", una delle canzoni del padre. C'erano in spirito anche loro, John e George, ucciso il primo dalle pallottole di Mark David Chapman sotto il suo appartamento del Dakota l'8 dicembre 1980, l'altro il 29 novembre 2001 a Beverly Hills da un male che non perdona.
ATS