“I ccl distinguono tra operai provvisti di attestato federale di capacità o meno, creando una disparità di salario di anche 1600 franchi al mese: un incentivo ad assumere frontalieri”, denuncia Claudio Buehler, proprietario di una ditta di carpenteria

MONTEGGIO – Crisi del lavoro, dumping, esplosione del frontalierato, sostituzione della manodopera interna, sono parole ‘chiave’ che spesso caratterizzano la situazione che il Ticino è chiamato ad affrontare. Ma se la soluzione, come sostengono i sindacati, non fosse nei contratti collettivi di lavoro (ccl)?
“Perché è pur vero che danno stipendi minimi e tante altre belle cose, ma creano anche grande discriminazione tra dipendenti svizzeri e frontalieri!”, questo lo sfogo di Claudio Buehler, proprietario di una ditta di carpenteria di Monteggio che di fronte alla definizione dei ccl come soluzione a ogni male non ci sta e ha deciso di condividere la sua esperienza per mettere in luce la ‘controindicazione’ di questa panacea che spesso passa inosservata.
La critica di Buehler comincia con una semplice esposizione dello stato delle cose: nei settori dell’edilizia (“E non vale solo per i carpentieri, ma anche per quelli affini come elettricisti, piastellistri e via dicendo”, specifica) alcuni ccl prevedono una distinzione tra operai qualificati, e quindi provvisti di un attestato di capacità federale, ragazzi cioè che sono arrivati alla professione dopo aver seguito i loro tre o quattro anni di apprendistato, e chi invece questo certificato non lo ha, come i frontalieri appunto. Una distinzione, sottolinea Buehler, “che crea una disparità di salario fino anche a 1600 franchi al mese”.
Ed ecco, a riprova, l’esempio che Buehler ci fa basandosi su quanto prevede l’attuale ccl per la professione di carpentiere: “Prendiamo due ragazzi 28enni, entrambe con dieci anni di attività lavorativa nel settore alle spalle, ma uno in possesso dell’attestato federale di capacità, e l’altro no. Il primo ha diritto a una paga minima di 5'431 franchi. Mentre il 28enne italiano, che ha maturato la sua esperienza decennale oltreconfine e che adesso per la prima volta entra a lavorare in Svizzera, avrà invece diritto a uno stipendio minimo mensile di 3851 franchi. È vero, il secondo non ha un titolo, ma ha comunque anche lui una lunga esperienza maturata direttamente ‘sul campo’ e potrebbe perfino essere più abile del suo collega che ha seguito la formazione prevista”.
Una distanza, oseremo dire, abissale, soprattutto per una piccola azienda di carpenteria per cui, dato il divario, anche un solo lavoratore frontaliere può fare la differenza, ma il più delle volte è vera la proporzione inversa: “Pensiamo alle ditte ticinesi del settore, che hanno in genere non più di dieci operai: ecco che, se ne assumono nove così e uno solo qualificato, la differenza di uscite in salari è lampante. E allora, se non c’è niente che mi obblighi a fare altrimenti, la tentazione di assumere frontalieri senza attestato ma con esperienza alle spalle diventa davvero forte”.
“Non è il mio caso”, specifica subito Buehler spiegando che nella sua ditta, in cui lavorano otto operai, solo uno di questi è un frontaliere sprovvisto di attestato. Ma questa scelta non è la normalità, anzi: “Io sono in concorrenza spesso con ditte che alla tentazione, diciamo così, hanno ceduto. Ditte che magari, quando va bene, hanno i titolari con il certificato e poi una decina di operai frontalieri”.
E segnala poi un altro ‘trucchetto’ che permette di aggirare le imposizioni dei contratti collettivi e degli oneri sociali: “Per quanto il divario iniziale sia grande, anche questi frontalieri, maturando anni di attività nella stessa ditta in Ticino hanno i loro avanzamenti di stipendio e dopo dieci anni di lavoro la differenza si assottiglia parecchio: solo 700 franchi di risparmio rispetto ai colleghi con l’attestato federale. E aumentando l’età aumenta anche il resto, come la cassa pensione. Allora ecco che molti datori licenziano i ‘vecchi’ frontalieri per assumerne di nuovi e ricominciare da zero. È un sistema che non solo ti incentiva a non assumere personale qualificato, ma che anche rende conveniente, e possibile, spedire ‘al mittente’ chi arriva a costare di più e ricominciare da zero”.
Insomma dalle parole di Buehler, la denuncia è chiara: i contratti di lavoro collettivi non servono allo scopo prevedendo così facili scappatoie. “Sono inutili finché non verrà fatto in modo di obbligare i titolari delle ditte ad avere delle figure professionali qualificate all’interno delle loro aziende. Se non vengono messi dei paletti che impongano di assumere un tot di manodopera provvista di certificato per ogni operaio ‘semplice’, non si risolve niente, perché a priori la differenza di salario incentiva ad assumere il frontaliere”.
Dato che il nodo è nella differenza di salario, chiediamo allora a Buehler, secondo la sua personale esperienza, cosa ne pensa di un’altra delle soluzioni difese da sindacati e sinistra: l’introduzione del salario minimo: “Non servirà. Anzi, dal mio punto di vista, finirà col non incentivare i giovani a impegnarsi in un apprendistato. Perché dovrebbero mettere energie nell’ottenere l’attestato federale di capacità se poi la differenza che ne salta fuori a fine mese rispetto al frontaliere è di 100 franchi?”
“Si insiste molto sulla formazione – continua –, ma se poi sono queste le possibilità che diamo ai nostri giovani non funziona. Inutile prendere l’esempio di come cambieranno le cose per chi va agli studi superiori, anche i giovani che scelgono la via dell’apprendistato vanno tutelati e ancora di più anzi. E non dimentichiamoci che formare questi ragazzi anche per l’azienda ha un costo. Si tratta di un investimento per il futuro. Futuro che se non cominciamo a garantire ai nostri giovani, continueremo a perderli, vedendoli prendere altre strade cui l’attestato dà accesso, come i concorsi di polizia, per fare un esempio. In questo modo si ‘buttano’ via risorse ed energie che entrambe le parti hanno riversato nella formazione, penalizzando ancora una volta un settore già in difficoltà”.