Dotta racconta il suo carnevale e la gavetta che l’ha portato al trono: “Me ne ero dimenticato, ma l’anno scorso ho fatto una foto con Re Dantun. Si è girato verso di me è mi ha detto “Ti è piaciuto il carnevale? Bene, ora tocca a te”, scherzava, eppure…”

BELLINZONA – Si è conclusa ieri la 151esima edizione del Rabadan, governata dal nuovo Re Renato Dotta. Riconsegnate le chiavi e alleggerito dei doveri regali, ne approfittiamo per chiedere al nuovo sovrano come è stata la sua prima esperienza da re e cosa l’ha colpito di più.
“È stato veramente bellissimo, a cominciare dalla cerimonia di apertura. Malgrado si prepari tutta la scaletta qualche giorno prima quasi come dei veri attori, quando poi arriva il momento in cui il fatidico telone viene tolto e ti ritrovi davanti la piazza piena di persone… beh, è un’emozione fortissima. È il classico momento in cui tiri il fiato, conti fino a tre e ti dici “via si parte!” Ieri sera invece ho provato la sensazione inversa per certi versi, mentre riconsegnavo le chiavi mi è venuto un po’ il magone pensando che questi cinque bellissimi giorni fossero finiti. Il mio obbiettivo era non essere solo il re dall’immagine pragmatica di rito, che vedi unicamente alle cerimonie o in testa al corteo. Mi piaceva sentire il contatto con la gente e mi sono buttato fin da subito nella folla. Sono contento del responso ricevuto: c’era chi veniva a farmi i complimenti di rito, chi a stringermi la mano e chi a fare qualche foto. Il tutto in una maniera spontanea che mi ha fatto molto piacere. E ringrazio anche tutti, dalle persone che lavorano dietro al comitato, a carristi e guggen, senza cui il carnevale non sarebbe lo stesso e anche i partecipanti che mi hanno fatto sentire davvero molto bene in mezzo a loro. All’inizio ero un po’ in apprensione e invece sono contento su tutta la linea”.
Un regno bagnato, ma non così fortunato. Si parla infatti di un calo dell’entrate, colpa solo del maltempo?
“In larga misura penso di sì. Magari anche le limitazioni di sicurezza che si sono dovute adottare per la cerimonia iniziale hanno giocato, ma credo che la meteo abbia sicuramente giocato il ruolo maggiore. Sarà poi il Comitato Rabadan a fare il punto nel dettaglio su come è andata questa edizione, io posso basarmi solo sulle sensazioni avute girando per il villaggio, ma l’impressione è che, forse anche grazie alla campagna di sensibilizzazione portata avanti, i minorenni, malgrado siano sempre tantissimi, siano comunque un po’ diminuiti”.
Ma qual è il suo rapporto con questa festa, cosa vuol dire per lei il carnevale?
“Parto sempre dal presupposto che il carnevale o piace o non piace del tutto, una via di mezzo non c’è. Io devo dire che ho fatto un bel po’ di gavetta prima di diventare Re. Mi ricordo ancora che da bambino, era più di quarant’anni fa, mi ci portavano i miei genitori e c’era il mitico Re Primo (ndr: Beltraminelli, che detiene il primato per il regno più lungo: in carica dal 1954 all’88): era una figura fantastica un po’ clownesca con quel suo pancione. Poi attorno agli anni ’80 un mio caro amico, Gabriele Rigozzi, mi ha accolto nel suo gruppo di carristi di Giubiasco e sono stato subito attratto dalla compagnia e dalle amicizie e mi sono messo con loro a costruire carri. Siamo andati avanti per vent’anni, per poi lasciare le redini del gruppo in mano ai giovani che ne hanno continuato l’attività. Mentre negli ultimi dodici, tredici anni, sempre con Rigozzi, ci siamo impegnati a portare a ogni edizione travestimenti sempre particolari ricevendo anche molti premi nelle varie tendine per le migliori mascherine”.
Il suo legame con il carnevale è decisamente pluriennale, ma come è cambiato quindi, se lo è, il modo di viverlo?
“Secondo me è logico che ci siano dei cambiamenti: come la società è in evoluzione, così lo è il carnevale. Credo che un fattore importante in questo siano i cambiamenti avvenuti nella comunicazione. Ho appena compiuto 59 anni e vedo che siamo passati da una comunicazione scritta e parlata a una elettronica. ‘Ai miei tempi’, quando ci si trovava scherzavamo, comunicavamo tra di noi, oggi invece mi sembra che fra i giovani ci sia una certa difficoltà: i ragazzi sono sempre più con il natel in mano e parlano sempre meno e credo che questo cambi anche i meccanismi della satira e del carnevale. Devo dire poi che a volte mi piange un po’ il cuore quando vedo ‘sti ‘bagai’ di 14, 15 anni, che vengono con la morosa per divertirsi e finiscono invece accartocciati su una panchetta. C’è anche questo. Ma per fortuna, se è vero che fra quelli che vengono al carnevale ce ne che si attaccano al bicchiere, è vero anche che ce ne sono molti altri a cui piace vivere il carnevale e che ne continuano la tradizione. Per me sarebbe bello se potessimo fare mezzo passettino indietro e riprendere a festeggiare un carnevale più legato alla compagnia e alle cose semplici. Cerchiamo di fare cose sempre più belle e perfezioniste… Ma forse così non ci rendiamo conto che la soluzione più semplice è davanti al nostro naso ed è la migliore e quella che ci può far divertire di più”.
È stato mantenuto un vero e proprio alone di mistero attorno alla sua coronazione. Ora che l’arcano è stato finalmente svelato, ci può raccontare come è finito imprigionato nelle sembianze di ranocchio?
“Non ci avevo dato peso lì per lì, ma dopo la cerimonia di apertura mi è tornato in mente un episodio dell’anno scorso. Con Re Dantun ci conosciamo molto bene e alla chiusura della scorsa edizione, una volta sceso dal palco, abbiamo fatto una foto assieme. Dante si è girato verso di me e bonariamente, a mo’ di battuta mi ha detto: “Ti è piaciuto il carnevale? Bene, adesso tocca a te!”. Una battuta a cui non ho nemmeno dato peso… eppure! Verso aprile poi ho incontrato in un’altra occasione il vice del comitato Rabadan che con altri presenti discuteva del fatto che, malgrado il concorso, non avessero ancora trovato un nuovo re e, pensavo scherzando, si è rivolto a me chiedendomi se non volessi farlo io. Nello stesso periodo, con alcuni amici stavo cercando un gruppo per metter su una minitendina per gli over 40 e quando il Comitato mi ha ‘convocato’ ho pensa fosse per questo motivo. Ma quando sono arrivato e mi han fatto presentare mi son detto ‘ecco, chi ma imbraga su!’. Il lavoro più grosso devo dire è stato convincere la mia famiglia: moglie e figli erano un po’ in apprensione perché esser Re Rabadan vuol dire diventare in qualche modo un personaggio pubblico. Ma una volta convinti è arrivata la vera difficoltà…”
Mantenere il segreto?
“Eh sì. Il comitato aveva già un’idea di come si sarebbe svolta la cerimonia d’apertura, la mia carica doveva quindi rimanere top secret. E per me è stato un compito davvero difficile: di carattere io sono una persona molto aperta e non so dire bugie, appena ne dico una divento subito rosso in faccia. Mentire a tutti da maggio fino a settimana scorsa è stata veramente dura. Per non parlare poi delle battutine trabocchetto degli amici… ma è stato un bell’insegnamento”.
Le chiavi sono state ormai riconsegnate, ma come prosegue il lavoro di regnante durante l’anno?
“Ora abbiamo ancora qualche compito di rappresentanza negli altri carnevali: giovedì saremo all’apertura a Tesserete e sabato a Biasca. Poi arriverà un periodo di relativa tranquillità: come corte non facciamo parte del comitato, che è l’unico che si occupa della preparazione e dell’organizzazione. Magari se hanno bisogno un parere o un consulto mi chiamano, oppure durante l’anno ci sono alcune altre uscite di rappresentanza in carnevali al di fuori del Ticino. Il vero lavoro riprenderà poi verso l’autunno, quando si comincerà a preparare la nuova cerimonia. E la prossima edizione sarà per me sarà molto più impegnativa, perché quest’anno, col fattore sorpresa, non ho partecipato a nessun carnevale precedente al Rabadan, ci sono andato solo come Renato Dotta. Dall’anno prossimo invece si sceglierà con la corte a quali prendere parte. Anche perché farli tutti è impossibile, peggio di una campagna elettorale. Son qualcosa come 180 carnevali e la maggior parte è prima del Rabadan, presenziare a tutti sarebbe un tour de force micidiale! E cercheremo di concentrare anche in un’ottica di chilometri: alla corte vien messo a disposizione un veicolo che guido io, chiaro allora anche che brindare è vietato”.
E in questo c’entra anche l’impronta che ha voluto dare al suo regno.
“Sì, anche a Bellinzona, ho bevuto le prime birre solo dopo aver consegnato le chiavi. Una cosa che ho notato mentre giravo per le vie e i ragazzi mi fermavano per le foto è che erano tutti con il bicchiere in mano. Bicchiere che facevano poi troneggiare nelle foto. Ho chiesto spesso di ‘metterlo via’ e devo dire che hanno recepito bene il messaggio dietro a questa mia richiesta. Magari lì per lì rimanevano un po’ così, chiedendomi se non fosse mica vietato, ma rispondevo spiegando che è una questione di immagine: in fondo non è mica bello se sei col re e davanti a lui troneggiano una decina di birre. Meglio è se siam qui mascherati e ci stiamo divertendo. In fondo Re Rabadan è un personaggio pubblico, deve essere il primo a dare il buon esempio. Inutile fare campagne di sensibilizzazione se poi noi della corte siam i primi a eccedere. Poi quando una manifestazione raggiunge dimensioni come quelle del Rabadan, è impossibile che fili tutto liscio. Ma trovo che anche a livello di comitato si stia facendo un grande lavoro di sensibilizzazione. Deve essere però un lavoro di squadra, che parte dal nucleo famigliare. Solo così ce la possiamo fare”.