CRONACA
Spot Iper Varese, Canetta: “Rinunciamo a molte pubblicità italiane, ma voler censurare tutto mi sembra eccessivo”
Il direttore della RSI respinge le critiche e spiega: “È l’unico di una ditta italiana in palinsesto. Iper è inserzionista dal 2009, questo ha portato Publisuisse ad accettare lo spot senza segnalarlo, come avviene di norma con le campagne più sensibili"

LUGANO – “È vero, la RSI è un servizio pubblico finanziato dal canone, che tutti paghiamo, ma è anche vero che non lo è per censurare il mondo. Esiste la libertà di commercio ed è difficile poter dire che tutto quello che viene dall’Italia vada censurato”, risponde così il direttore della RSI Maurizio Canetta alle critiche sollevate proprio da Liberatv.

Il nodo della questione è, ancora una volta, la presenza di pubblicità di ditte d’oltreconfine sulla televisione svizzera italiana, questa volta rappresentate dallo spot dell’Iper di Varese, soprattutto in un momento tanto delicato per l’economia ticinese.

Contattato da Liberatv, Canetta tiene a spiegare per prima cosa come funziona il meccanismo alla base della selezione delle pubblicità: “Publisuisse è sì una consorella associata alla SSR, ma esiste comunque una separazione tra le due aziende. Naturalmente noi riceviamo indicazioni sugli spot sensibili, come, appunto, quelli legati al tema dei commerci italiani e facciamo un’ampia selezione. Rinunciamo a una serie di introiti per motivi legati al tipo di commercio (rifiutiamo ad esempio le pubblicità di ditte italiane medio basse per qualità e tipo) o al prodotto pubblicizzato, come è il caso degli spot eticamente dubbi su maghi ed oroscopi. Inoltre non facciamo ricerca attiva in Italia, ma valutiamo solo le proposte che arrivano”.

“Siamo quindi – aggiunge – molto selettivi, tant’è che lo spot in questione è l’unico di una ditta italiana in palinsesto. Iper è inserzionista dal 2009, ciò che ha fatto ritenere a Publisuisse di non dover segnalare questa specifica campagna. Comunque rinunciamo a molte delle possibili entrate, nonostante la pubblicità sia un elemento finanziariamente importante, proprio perché la situazione economica attuale e la tematica sono molto sensibili. Detto ciò, però, un blocco o una censura totale mi sembrano eccessivi”. 

La questione degli introiti e la libertà di commercio, giustificano quindi per Canetta la presenza dello spot italiano nella programmazione della RSI. Presenza che però, in questo preciso momento, risulta ancora più paradossale, perché va infatti ad affiancarsi alla pubblicità a tutela del mercato locale promossa dalle associazioni economiche ticinesi. Insomma, mentre si invita lo spettatore a “non innaffiare il giardino del vicino”, nello stacco pubblicitario successivo lo si invoglia ad andare a far la spesa a Varese. Non trova, chiediamo a Canetta, quantomeno una contraddizione in questa presenza parallela?

“È una contraddizione dettata dal libero mercato, che è giusto venga un po’ regolato, cosa che infatti facciamo, ma la sua esistenza non può essere negata. Fare il contrario, censurare ogni cosa proveniente dall’esterno, mi sembrerebbe francamente un atteggiamento un po’ bigotto e bacchettone. Anzi, pongo una domanda: quando eravamo noi a esser attrattivi, a guadagnarci insomma, perché nessuno si preoccupava dei piccoli commerci italiani? Si tratta quindi di una questione di contingenza e non di principio”.

Industria, edilizia, artigianato, lavoratori, tutti sembrano però invocare un maggiore occhio di riguardo per l’economia locale. L’esasperazione quindi, osserviamo, sia da parte delle persone sia da parte delle associazioni economiche è reale.

“Che ci sia una questione economica e sociale legata al tema dei rapporti di frontiera è indubbio, ed è anche altrettanto vero che questa si rifletta in un sentimento di esasperazione. È un effetto della situazione economica attuale ed è un meccanismo tanto reale quanto complicato. Un aspetto che non vogliamo, né possiamo, né dobbiamo limitare, tanto che regoliamo molto la presenza di pubblicità italiane”.

Infine, Canetta tiene ad aprire una breve parentesi sulla questione del ‘canone più alto d’Europa’: “È vero, è così. Si tratta certo di un dibattito importante sul servizio pubblico, ma se fossimo una nazione ‘unilinguistica’ il canone sarebbe certamente inferiore, almeno del 40%. Ma l’importo che oggi paghiamo permette alla Svizzera italiana di avere un’azienda da 1200 posti di lavoro, con 10 milioni di investimento sulle ditte private di produzione nel settore dei media. E tutto ciò non ci sarebbe se il canone fosse calcolato su una media matematica basata sull’impatto che il canale italofono ha sulla SSR in termini di pubblicità e canone portati”.

ibi

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