CRONACA
Le atrocità dell’Isis, Aldo Sofia: “Uno dei movimenti più radicali e brutali dell'estremismo islamico”
Dopo la seconda decapitazione, il giornalista commenta la storia e le azioni dell’ISIS: “La scelta di sequestrare dei giornalisti e di condannarli a una morte atroce e atrocemente spettacolare rientra nel progetto di ottenere la massima risonanza”

LUGANO – Un nuovo video, un’altra manciata di minuti, tanto breve quanto colma di terrore, per lanciare “un nuovo messaggio all’America”. Dietro all’atroce gesto, ancora gli uomini dell’Isis che tornano a minacciare Obama: "Fino a che i vostri missili continuano a colpire la nostra gente, il nostro coltello continuerà a colpire i colli del vostro popolo", ha giurato il boia, probabilmente lo stesso di James Foley.

E vittima di nuovo, come promesso nel video dell’esecuzione di Foley, un altro giornalista statunitense, Steven Sotloff, brutalmente ucciso e decapitato. Ma perché sequestrare e condannare a una morte atroce dei giornalisti americani? Questa una delle domande che abbiamo rivolto ad Aldo Sofia, con cui abbiamo discusso della formazione che sta prorompendo sulla scena mondiale come una delle più brutali del movimento jihadista.

“Certo, la scelta di sequestrare dei giornalisti e di condannarli a una morte atroce e atrocemente spettacolare rientra nel progetto di ottenere la massima risonanza: al di fuori del Medio Oriente, per indicare la loro brutale determinazione, ma come effetto propagandistico soprattutto all'interno del mondo arabo, dove oggi l'ISIS si propone come l'unica forza in grado di sfidare e mettere in difficoltà il "satana americano". I sequestri, per ora, avvengono nell'inferno siriano, dove gli unici stranieri occidentali sono appunto i giornalisti (ma per quelli europei finora si è trattato per un riscatto) e gli operatori umanitari. Vi è poi il reclutamento dei giovani musulmani provenienti dai paesi occidentali, in particolare dall'Europa, i cosiddetti "martiri di seconda generazione". Alcune centinaia, ma sufficienti per inquietare l'Occidente, ben consapevole di quanta frustrazione vi può essere in giovani che, da Parigi a Londra, si sentono emarginati e facile preda di predicatori radicali. E' naturalmente questo che preoccupa le capitali europee e l'America, l'idea che possano poi rientrare terroristi determinati a proseguire la lotta anche nei paesi di origine, con diversi attentati”.

L’Isis è ora una sigla terribilmente nota, ma quando e come nasce questa formazione?  

“L'ISIS (recentemente trasformato in IS, Stato Islamico) appare sulla scena già ai tempi di Bin Laden, come una delle componenti più radicali dell'estremismo islamico, tanto che il fondatore di Al Qaeda ne denuncia i metodi troppo violenti, che a suo giudizio possono  provocare una reazione negativa da parte della popolazione musulmana nelle regioni in cui opera. Il suo consolidamento avviene durante la guerra civile in Siria: è lì che l'IS si propone come un rivale anche di altre formazioni in contrasto con le formazioni moderate anti-Assad. Si tratta di una competizione feroce, che da una parte indebolisce il fronte in lotta contro il dittatore di Damasco e dall'altra inquieta l'Occidente, molto cauta nel sostegno alla resistenza per timore che gli aiuti in denaro e armi finiscano nelle mani di forze ostili agli Stati Uniti e all'Europa. Si tratta comunque di formazioni che, in modo più o meno scoperto, beneficiano del sostegno degli emiri del Golfo, in particolare dell'Arabia Saudita, che nel quadro siriano trasferiscono un altro conflitto, quello fra sunniti e sciiti. Arabia Saudita che oggi può temere le conseguenze perverse del suo appoggio”.

Lo scenario siriano è ben diverso, ma l’Isis ha saputo affermarsi anche in una parte dell’Irak, come mai?

“In Irak l'IS é sempre stato attivo. In un primo momento senza grandi successi. La presenza (fino al 2011) dell'esercito americano, ma soprattutto la diffidenza della popolazione sunnita, assai più laica di quella sciita, rende difficile la loro azione. In particolare, fallisce un tentativo, a metà degli anni Duemila, di porsi alla testa della rivolta anti-americana e anti-Bagdad. L'elemento chiave del loro successivo successo sta soprattutto nella progressiva delusione e frustrazione della comunità sunnita, minoritaria in Irak ma favorita da Saddam Hussein (che ne faceva parte), comunità che il premier sciita Al Maliki marginalizza impedendone il reintegro nel fragilissimo progetto americano di una Federazione a pari dignità fra sciiti, curdi e sunniti. In questa situazione diventa più semplice per l'IS prendere il sopravvento, procurandosi del resto armi sofisticate con gli assalti alle caserme del debole esercito iracheno, foraggiato dagli Stati Uniti”.

Torniamo quindi ai metodi di azione degli uomini dell’Isis e ai suoi mezzi di propaganda. Il ricorso a internet e ai social è massiccio, tanto che secondo un articolo del Financial Times (che analizzava i profili twitter dei ‘martiri’ siriani) la guerra in Siria ha rivoluzionato l’uso dei social media in Al Qaeda. Non si tratta di una componente nuova della propaganda jihadista, ma il suo impatto sembra ora più dirompente.

“L'uso di Internet come veicolo di propaganda è stato tradizionalmente una precisa scelta di tutti i gruppi quaedisti, e oggi assistiamo semplicemente alle sue forme più avanzate ed esasperate, grazie allo sviluppo dei social-media, che del resto, e in termini completamente diversi, sono stati ampiamente utilizzati come elemento di mobilitazione anche durante le varie e incompiute, se non fallite, "primavere arabe". I jihadisti sono fortemente consapevoli dell'impatto dei nuovi mezzi di comunicazione sulle opinioni pubbliche occidentali, ma anche sui cittadini dei paesi musulmani, a cui è soprattutto rivolto il loro messaggio per la predicazione di un nuovo riscatto islamico, che passa attraverso la sconfitta dei regimi sunniti pro-occidentali. In questo senso non vi è differenza sostanziale fra IS e altre formazioni della galassia del radicalismo islamico. Nei metodi, come detto, le cose cambiano: da una parte l'IS non rifugge i metodi più brutalmente spettacolari e terroristici, ma in più il loro leader, Al Baghdadi, ha finora dimostrato di avere più capacità organizzative e tattiche nell'uso delle sue forze combattenti”.

Infine, Sofia, secondo lei quali previsioni si possono fare? L’IS ha anche dei punti di debolezza?

“Il rischio è quello di una guerra lunga e feroce. Tuttavia vi é una situazione che per l'IS presenta anche aspetti problematici. Non va dimenticato che contro lo Stato islamico è schierato un vasto anche se composito fronte di forze. Il Kurdistan, l'Irak sciita (maggioritario), l'Iran, la Siria di Assad, la Turchia e, anche se più ambiguamente l'Arabia Saudita e altri emirati del Golfo, sono interessati, magari con motivazioni diverse,  alla sconfitta dello Stato islamico, che cerca di sobillare la ribellione islamista radicale in tutto il Medio Oriente. Bisogna ora vedere se questo fronte anti-jihadista, così variegato, riesce, più o meno apertamente, a concordare una strategia comune. Qualche cosa in questo senso si è già mosso: truppe iraniane sono intervenute saltuariamente al fianco dei "peshmerga" curdi, come si dice che l'aviazione siriana abbia ricevuto informazioni dell'intelligence statunitense quando ha bombardato alcune posizioni dell'IS. Difficile comunque fare previsioni. Non va infatti dimenticato che quanto sta accadendo nella regione, oltre che al frutto di molti errori commessi dall'Occidente, è anche la conseguenza di uno smottamento del Medio Oriente così come disegnato, con molte forzature, dalle potenze coloniali al termine della prima guerra mondiale e alla fine dell'impero ottomano che governava su quella vasta area”.

ibi

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