CRONACA
Varese, salvati 17 frontalieri tenuti schiavi in un capannone: venivano portati in Ticino a lavorare in una ditta edile
La scoperta è stata fatte dalle autorità italiane durante un’operazione di evacuazione dovuta all’esondazione di un torrente nei pressi della struttura, appartenente all’uomo a cui fa capo anche l’azienda con sede in Ticino, in cui i 17 venivano impiegati

GERMIGNAGA – Un’evacuazione dettata dal maltempo, per scongiurare i pericoli dovuti all’esondazione del Margorabbia, un torrente in provincia di Varese, affluente del Tresa che nella sua via percorre anche il comune di Germignaga, dove le operazioni di soccorso hanno portato a una scoperta sconvolgente che tocca anche il nostro Ticino.

In quella zona, a pochi passi dal torrente esondato, i vigili del fuoco di Luino mercoledì scorso hanno trovato quelle che pensavano essere 17 persone rimaste bloccate in un capannone industriale allagato. La realtà era invece tutt’altra, come scrive oggi la Prealpina, che riporta i contenuti della conferenza stampa tenuta dalla polizia di Stato di Luino e Varese che, insieme ai vigili del fuoco, ha condotto le operazioni di salvataggio.

Individuate dai soccorritori, le 17 persone si erano rifiutate di abbandonare la struttura, solo dopo aver fatto irruzione per salvarle, gli agenti hanno scoperto che si trattava di lavoratori in nero, tenuti ‘schiavi’ nel capannone.

Lavoratori in nero che, giornalmente, venivano portati in Ticino e fatti lavorare come frontalieri in una ditta di materiali edili e movimentazione terre con sede nel nostro Cantone (di più, ci dicono dalla Prealpina, gli agenti non hanno voluto dire essendo ancora l’indagine in corso). Finito il lavoro, venivano riportate nel capannone, dove trascorrevano la notte.

Dietro quella che si configura come una vera e propria attività di caporalato, (che parrebbe toccare anche le famiglie di queste persone, dato che nel capannone sono stati ritrovati pure dei giocattoli, aggiunge la Prealpina) c’è un unico uomo: un italiano, originario dell’Italia del sud già noto alle forze dell’ordine, a cui fanno capo entrambe le ditte, sia quella con sede in Ticino, in cui i 17 venivan fatti lavorare, sia quella italiana, proprietaria del capannone ormai solo di facciata in quanto il suo unico scopo era quello di fungere come alloggio clandestino.

Il contatore era infatti stato chiuso lo scorso maggio (data da cui i lavoratori si trovavano nel posto), la struttura era quindi stata dotata di un impianto elettrico ‘fai-da-te’ approntato alla bell’è meglio. Dettaglio non di poco conto e inquietante, se si pensa che le 17 persone sono state trovate sommerse in un metro e mezzo di acqua, solo il caso ha permesso quindi di evitare un disastro.

Fra i 17 c’erano polacchi e rumeni, irregolari, ma anche un gruppo di italiani, tra cui una signora di 53 anni, e, sembrerebbe, anche uno svizzero pregiudicato, di cui però non è chiara la posizione, aggiunge la Prealpina.

L’indagine è ancora in corso e prosegue, per il momento, solo sul versante Italiano, ma non è da escludere, vista l’implicazione del Ticino della vicenda, un coinvolgimento nei prossimi giorni delle autorità cantonali. La posizione dell’imprenditore è ancora al vaglio degli inquirenti, come quella dei suoi ‘complici’, l’uomo ha però già confessato, giustificando le sue azioni come conseguenza degli effetti della devastante crisi in corso.

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