Si è tenuta ieri a Lugano la Festa dell’indipendenza organizzata per celebrare l’anniversario dello storico voto dall’Azione per una Svizzera Neutrale e Indipendente. Presenti alla serata anche il ministro Gobbi, Romano, Marchesi e Rückert

LUGANO – Seconda edizione della Festa dell’indipendenza organizzata ieri sera a Lugano dall’ASNI (Azione per una Svizzera Neutrale e Indipendente) per celebrale l’anniversario del ‘no’ allo Spazio Economico Europeo pronunciato dai cittadini alle urne 22 anni fa. Durante la serata sono intervenuti anche il ministro Norman Gobbi, Piero Marchesi (UDC), il deputato nazionale PPD Marco Romano, che ha parlato del valore della democrazia diretta e Amanda Rückert, deputata in Gran Consiglio nonché membro del comitato nazionale.
L’ASNI figura infatti come la più grande associazione apartitica della Svizzera. Fondata da Christoph Blocher e Otto Fischer per impedire che la Svizzera aderisse all’ONU e profilatasi poi quando si è trattato di votare contro l’adesione allo Spazio Economico Europeo, l’ASNI conta oggi 1'300 soci in Ticino e 40 mila a livello svizzero.
L’incontro si è aperto con uno scoppiettante discorso di Mauro Damiani, Coordinatore della sezione ticinese dell’ASNI, che fra sarcasmo e vere e proprie bordate, non ha risparmiato nessuno: dalle “azioni dittatoriali” di un’Europa ormai finita, agli “eurotaleban” nostrani. Ecco a seguire alcuni estratti del suo intervento.
Il discorso di Damiani: "L'anniversario di un voto storico"
Come prima cosa Damiani ha ricordato il motivo della Festa dell’indipendenza, la ricorrenza di “quella domenica in cui il Popolo si dimostrò molto più responsabile di chi avrebbe dovuto rappresentarlo. Sono passati anche 22 anni durante i quali il nostro Paese ha ottenuto importanti successi e ricevuto riconoscimenti quasi in qualsiasi campo, generando invidia e incredulità tra chi avrebbe voluto regalare tutti i nostri valori, gettando alle ortiche non solo la nostra democrazia diretta, ma anche tutte le nostre tradizioni; il tutto nel nome di chissà quale potere occulto”.
E insomma, “nonostante i fatti abbiano dimostrato come sia possibile vivere bene anche al di fuori dell’Unione Europea” (definita da Damiani una “immensa macchina mangiasoldi e totalmente dittatoriale”), molte sono ancora “le persone che vorrebbero smantellare l’idea ‘Svizzera’”. E allora, prosegue, “mi sono ritrovato a riflettere sul perché non prendere in considerazione anche le opinioni positive di chi sostiene l’adesione della Svizzera nonostante il Popolo svizzero abbia sempre votato a sfavore di questo scenario”.
Damiani racconta quindi di averci pensato un po’ su, fino a giungere a compilare una lista “decisamente esaustiva, comprendente tutte le cose belle che l’Unione Europea ha portato nelle case di oltre 500 milioni di abitanti e che sono lieto di presentarvi adesso. Punto 1… Benissimo, esaurita la lista”.
Insomma, da qualunque prospettiva si osservi il tema dell’Unione Europea, la conclusione ovvia, per Damiani, è che “sia sbagliato cercare di obbligare la Svizzera ad adeguarsi al modello europeo. Sarebbe molto meglio se l’Unione Europea si ispirasse al modello Svizzero per poter offrire un po’ di benessere alle persone fisiche e non solo alle banche nazionali come sta facendo da almeno un lustro”.
"L'Unione europea è ormai finita!"
E proprio al tema delle banche Damiani dedica una ampia parentesi. Centro della critica la decisione di far fronte alla crisi e alle difficoltà che questa causa per i cittadini dell’Unione aiutando… le banche! “Che, poverette, necessitavano di liquidità per aiutare le economie nazionali. La BCE stabilì quindi che la quantità di denaro prestato alle banche doveva essere illimitata. Le garanzie che le banche nazionali dovevano offrire in contropartita alla BCE erano… qualsiasi cosa. Secondo economisti da Grido di Munch, è solo così che si aiutano i popoli in difficoltà: stampando moneta all’infinto, basta avere almeno il 2% di controvalore, se in oro meglio, ma anche la carta da gabinetto va bene uguale. Se la BCE dovesse chiedere alle varie banche nazionali dell’UE di restituire i debiti, lascio a voi immaginare cosa accadrebbe visto che in gioco ci sono ormai cifre a 18 zeri. Probabilmente la BCE si ritroverebbe con un’enorme quantità di sedie, televisori e altra roba usata, ma di denaro nemmeno l’ombra. Il fallimento totale dell’economia europea è dietro l’angolo e le premesse non sono rosee”.
La crisi però tocca anche la Svizzera, ma lo fa in misura diversa, proprio grazie a scelte diverse. E perciò “il nostro Paese, molto probabilmente perché non membro dell’Unione Europea, ha comunque e alla facciaccia dei “eurotaleban” l’economia più competitiva al mondo e un tasso di disoccupazione tra i più bassi d’Europa, attestandosi a circa il 4,5% più o meno come l’Austria. La media 2013 nell’Eurozona era del 12%”.
L'Europa si ribella a se stessa, e la Svizzera?
E se pensiamo alle differenze tra Svizzera e UE, altro nodo fondamentale sono le frontiere. “Da una parte – riflette Damiani – abbiamo Paesi quali la Francia, la Germania, l’Inghilterra, Danimarca e altri che senza il benché minimo tentennamento decidono da un giorno all’altro (senza aspettare 3 anni come noi) di limitare l’immigrazione. Dall’altra parte abbiamo la Svizzera che il 9 febbraio decide di limitare l’immigrazione di massa e due mesi dopo il Consiglio federale la estende alla Croazia, utilizzando la solita scusa che gli accordi vanno rispettati. Questo è senz’altro corretto, ma se due entità conchiudono un contratto, per esempio di lavoro, e una delle due parti non rispetta gli accordi convenuti, l’altra parte ha tutto il diritto di rescindere da esso e L’Unione Europea in questo è una maestra”.
Ma la reazione della Svizzera, prosegue, è invece diversa: chi dovrebbe difenderci fa melina. E allora “visto che le frontiere di molti Paesi verranno chiuse o limitate, chissà dove andranno a finire tutti gli immigrati se non dove le frontiere non esistono… alla faccia del voto del 9 febbraio! Di conseguenza la pagliacciata che il movimento dei pagliacci tristi, che non fanno ridere nessuno, per annullare il voto del 9 febbraio, alle condizioni attuali, è del tutto inutile. Lo ha capito perfino Simonetta Sommaruga che ha affermato ancora recentemente che non c’è nessun problema, basta stringersi un po’ che c’è posto per tutti. Peccato che gli ospiti costano sempre qualcosa e l’ospite non paga…”
Ma le scelte e le ‘rivolte’ anti-europeiste in seno alla stessa Unione sono molte, Damiani ha citato poi l’esempio dell’Ungheria (il cui presidente, a fine ottobre, “ha detto chiaramente che il suo Paese potrebbe uscire dall’Europa se essa dovesse continuare con i suoi diktat e le sue politiche di austerità”) o del Belgio in cui è stato inaugurato recentemente “una specie di calendario dell'Avvento molto particolare: ogni lunedì fino a Natale una parte del paese entrerà a turno in sciopero contro le riforme economiche e finanziarie del nuovo governo. Questa novità dovrebbe far riflettere i nostri politici sul fatto che se perfino nel cuore dell’impero del male c’è la volontà di ribellarsi ai diktat della Commissione Europea, l’Unione non durerà più a lungo e quindi è del tutto inutile continuare supinamente ad accettare tutte le cavolate (ndr. il termine scelto da Damiani era ben più colorito) europee”.
Ebbene, ha concluso Damiani dopo aver dedicato una colorita parentesi sulle bizzarre scelte europee (come “le ferree regole circa le dimensioni delle banane, il divieto di vendere le carote storte e altre genialità simili”), si potrebbe andare avanti per ore con decine di esempi simili. A cui va aggiunta la ricorrente accusa di essere un popolo di “orrendi razzisti e terrificanti xenofobi”.
“E come reagiscono i nostri rappresentanti politici? In rare occasione abbiamo udito qualcuno criticare apertamente l’immobilismo del Dipartimento federale degli Affare Esteri (DFAE), ma generalmente si fa melina in perfetto stile yes-man. E poi qualcuno si domanda come mai l’Unione Europea ci rompe così spesso le scatole…”