Il commento del vignettista: “Sono avvisaglie pericolose di qualcosa di nuovo che sta accadendo qui in Occidente e che non sappiamo ancora definire. Lo chiamiamo terrorismo, ma la sola differenza fra un attentato e un’azione bellica è in chi le definisce"

LUGANO – “Siamo in guerra, altro che colpo alla satira. È un colpo all’intero sistema, perché quando si passa ad una azione di guerriglia simile, questa diventa un attacco alla libertà in generale. L’assalto alla redazione del Charlie Hebdo non è stata l’opera improvvisata di alcuni ‘imbecilli’… Sono avvisaglie pericolose di qualcosa di nuovo che sta accadendo qui in Occidente e che non sappiamo ancora definire e fronteggiare”.
Queste le prime parole con cui Armando Boneff, contattato da Liberatv, commenta quanto avvenuto mercoledì mattina a Parigi. Abbiamo cominciato col chiedergli di parlare di questo attacco alla satira, ma il vignettista sposta subito l’attenzione sul vero nodo focale. “In questo caso vado oltre: non ho visto attaccata la satira, ma la libertà stessa. Non ho sentito il mio ruolo in pericolo, ma vedo ben altre minacce che riguardano tutta la società e gli anelli della catena che la compongono. A essere in pericolo sono la libertà di espressione e con lei la liberà tout court e allora mi chiedo: cosa sta succedendo? dove stiamo andando a finire? Mi domando in che situazione si trova l’Europa tutta: non se ne accorge forse, ma fatti come quello di Parigi, mostrano che è al centro di un’altra forma di guerra, strisciante. Noi continuiamo a chiamarlo terrorismo, ma la sola differenza fra un attentato e un’azione bellica è in chi le definisce”.
Sia guerra o meno, l’assalto al Charlie Hebdo è uno di quegli episodi che segnano profondamente le coscienze collettive, mettendo Parigi e non solo di fronte a un sentimento che l’Europa aveva fortunatamente dimenticato: la paura. Le reazioni sono state molte: in migliaia sono scesi in piazza in Francia per rispondere ‘al fuoco’ armati di matita e dichiarando ‘io sono Charlie’, le vignette del settimanale hanno fatto il giro del globo e alcuni media ne hanno fatto la propria prima pagina (un esempio su tutti il berlinese BZ, oggi uscito con doppia copertina interamente dedicata ai disegni di Charlie Hebdo).
Ma il giornale satirico è anche noto per il suo stile fortemente provocatorio (verso chiunque, non i soli musulmani) ed è stato più volte al centro della polemica (e di un attentato, nel 2011) per le sue vignette dissacranti. E c’è quindi anche chi, come il direttore per l’Europa del Financial Times, ha parlato di un “atteggiamento stupido” da parte degli editori del giornale satirico: “Non si vogliono minimante giustificare gli assassini – ha scritto nel proprio editoriale Tony Barber – ma sarebbe utile un po' più di buon senso nelle pubblicazioni che pretendono di sostenere la libertà e invece provocano i musulmani”.
“Non si può mettere sullo stesso piano l’agire dei due assassini con quello che può aver fatto il giornale – commenta Boneff –. Nella nostra civiltà non c’è alcuna proporzione tra l’azione e la reazione. A volte bisognerebbe certo chiedersi se è lecito dissacrare tutto e tutti e con quale scopo lo si fa, come si può disquisire fino a dove ci si possa spingere con la satira, fino a che punto è lecito e quando diventa semplice ingiuria. Non metterei tutte le vignette sullo stesso piano. Si può dire tutto, ma dipende da come lo si fa e perché: attaccare il profeta Maometto per fare una critica all’Islam più radicale secondo me è sbagliato, ma è chiaramente una provocazione per marcare il territorio. Questo però è un discorso interno, di deontologia della satira, che non dovrebbe nascere in seguito a un attentato, perché, questo sì, nulla può giustificarlo. Certa satira può forse non essere la maniera migliore di dimostrare la propria libertà (perché non è così che la si usa), ma mai si può arrivare a dire che sia colpa del giornale perché, ripeto, non c’è alcuna logica proporzionalità fra gli affronti di Charlie e l’attentato subito”.
Ma se questo è il mondo in cui sembriamo entrati, aggiunge, “allora bisogna ponderare meglio le proprie scelte. In una situazione normale posso anche rivendicare il mio diritto di provocare: lo faccio e sopporto le conseguenze del gioco. Ma in ‘guerra’ tutto è diverso. Personalmente non farei mai una vignetta se sapessi che potrei causare la morte di altre persone. Potrei farla se fossi oppresso in un regime totalitario, senza altra via. Ma adesso come adesso è anche un atto di responsabilità di chicchessia prestare attenzione nel fare qualcosa che possa indirettamente causare la morte di qualcuno. Siamo di fronte a qualcosa di inedito e non siamo abituati a ragionare in questo modo. Si fa svelto insomma a fare i teorici a tavolino, ma se sapessi di mette a repentaglio altri, ci penserei bene”.
Parliamo di autolimitazione e non di autocensura, vien da chiedersi però se comunque, in questo modo, non la si dia in un certo senso vinta a chi alle matite ha deciso di risponde imbracciando i kalashnikov. “Non hanno vinto niente – risponde Boneff –: siamo in battaglia. Non sto dicendo che non si debba fare, ma che si debba ponderare bene come agire. Credo si sia al punto in cui si deve capire che sta accadendo qualcosa e fare discorsi da persone disimpegnate non si può più. Qualsiasi affermazione di pancia è fuori luogo ed estremamente superficiale. Ragioniamo come in tempo di pace, ma lo siamo ancora? Questo mi domando e per questo, e torniamo alla questione della proporzionalità, credo bisogna stare attenti ad esacerbare gli animi”.
Boneff, ma la satira può davvero fare così paura? “È uno strumento di comunicazione molto potente e come tutti può essere usato bene o male. A scopo prettamente ludico, oppure per insegnare qualcosa e quando è questo il caso, allora va fatta con intelligenza. C’è chi dice debba essere assolutamente libera, io credo sia invece sempre questione di cosa si voglia comunicare. Personalmente non l’ho mai usata come strumento offensivo fine a se stesso: se ho un nemico non lo colpisco con un disegno. La vignetta migliore secondo me rimane quella capace di dire cose tremende, ma che riesce a farlo con sufficiente garbo per far sorridere. Scrivere cretino non è satira è un insulto”.
ibi