Chi li può pilotare? Come funzionano? Quali sono i rischi della loro diffusione crescente? A rispondere e a raccontarci meglio questo mondo è Alex Turco, pilota con una lunga esperienza nel comando di droni e non

LUGANO – Dei droni, armati di fotocamera, volano sopra la sua villa ginevrina cercando di rubare qualche scatto della sua vita dopo il terribile incidente di Meribel: è l’ultima ‘sciacallata’ commessa contro Schumi, che riporta però anche alla ribalta scenari da Grande fratello sempre più ricorrenti nella nostra società.
I droni, questi apparecchi che possono esser provvisti, già ‘di serie’, di telecamere “di buona qualità” a prezzi dai più accessibili ai meno, sono infatti sempre più diffusi, spesso per usi legittimi – professionali, come riprese televisive, fotografie aeree o ricerche –, ma, come dimostra quanto accaduto a Schumacher, non solo. Chi li può pilotare? Come funzionano? Quali sono i rischi della loro presenza quasi capillare ormai?
A rispondere e a raccontarci meglio questo mondo è Alex Turco, pilota con una lunga esperienza nel comando di droni e non. Partiamo da un dato: al momento, spiega, nessuna legge proibisce di pilotarli. Le uniche direttive si hanno a livello federale con l’UFAC, l’Ufficio federale dell’aviazione civile, che ha diramato alcune disposizioni per l’uso di droni e aeromodelli. “In linea di principio – si legge sulla pagina internet dedicata (qui) – se il loro peso è inferiore ai 30 chili possono essere utilizzati senza alcuna autorizzazione (ndr. da parte dell’UFAC). La condizione essenziale è tuttavia che il "pilota" mantenga costantemente il contatto visivo con il drone. I droni non possono inoltre sorvolare assembramenti di persone”.
“I modelli a cui si fa riferimento, quelli sopra ai trenta chili – spiega Turco –, esistono, ma da noi è difficile vederli. Hanno costi elevatissimi, sono apparecchi in dotazione all’esercito (l’America ad esempio ne dispone, mentre la Germania ne sta studiando e progettando dei prototipi) o utilizzati per importanti riprese televisive, quando cioè bisogna alzare in volo telecamere professionali che, già di per sé, pesano una ventina di chili”.
Sotto questa soglia, per semplificare, si può dire esistano due grandi categorie di droni. I più piccoli, quelli che si trovano comunemente in molti negozi di elettronica, che possono esser sì considerati al pari di dei giocattoli e il cui peso è di qualche centinaio di grammi. “Si utilizzano soprattutto in luoghi chiusi, la loro autonomia di volo è breve e la qualità di ripresa delle camere premontate è ridotta”.
Ci sono poi i professionali e semi. Se per i più sofisticati, racconta Turco, gli stessi commercianti vogliono delle garanzie da parte di chi li acquista, anche e soprattutto a livello assicurativo (sopra il mezzo chilo di peso, chi li utilizza deve avere una copertura assicurativa di almeno un milione di franchi, dispone l’UFAC) altrimenti non possono essere comprati. Sul mercato si trovano però dei piccoli quadricotteri, che montano già telecamere di ottima qualità, “praticamente da film”, e che, per le ultime generazioni, hanno batterie dall’autonomia più elevata in grado di coprire quindi maggiori distanze (“la media è di mezz’ora – spiega – e posso assicurare che in volo trenta minuti sono tanti”).
“Questi modelli sono accessibili praticamente a tutti, ma bisogna capire che ci vuole un minimo di esperienza per pilotarli, non sono giocattoli. Eppure, cosa sbagliata, troppa gente che non ha le competenze necessarie va ad acquistarli e poi capitano, come già successo, incidenti o vengono utilizzati per scopi non del tutto trasparenti, anzi anche illegali al 100%, come lo spionaggio” o, pensando a quanto accaduto a Schumacher, il ‘paparazzaggio’.
I problemi legati a questi dispositivi non si fermano alla sola privacy, ma riguardano la stessa sicurezza. “Bisogna sapere dove e come farli volare, perché c’è anche il rischio di incrociare il traffico aereo”. L’UFAC impone infatti una distanza di almeno 5 chilometri dalle piste di un aerodromo. “Se si vola ai confini di uno spazio aereo – spiega Turco – si può anche rischiare di causare incidenti, intralciando il percorso degli aerei, perché i droni non sono visibili sui dispositivi di controllo”. Oppure si può volare troppo vicini alla piattaforma aerea di un ospedale, incrociando azioni di soccorso. “Noi – spiega Turco, che effettua le riprese di ibexmedia – quando facciamo i nostri filmati abbiamo sempre la ricetrasmittente aperta sul canale della Rega, per poter decidere all’occorrenza di atterrare e far largo ad altre priorità. Ma questo la gente non lo sa”.
La prassi vorrebbe quindi che chiunque sollevi in volo un drone lo segnali alle autorità locali. Ma assicurarsi che ciò avvenga, come controllare lo stesso volo dei droni, non è scontato. È un sistema che si basa in sostanza sull’autocertificazione “e a livello professionale c’è grande fiducia e collaborazione tra operatori e autorità. Ma queste apparecchiature oggi sono sempre più frequenti in vari settori e tenerne sotto controllo l’uso non è così semplice”. Insomma se una prassi e delle direttive esistono, la possibilità che qualcuno senza le necessarie autorizzazioni e competenze alzi in volo un drone esiste.
E, in questo senso, il vuoto giuridico che ne permette, per la maggior parte dei modelli, la vendita libera, non aiuta a migliorare la situazione. Qualcosa si sta muovendo, la problematica è stata sollevata a livello cantonale con l’iniziativa parlamentare generica presentata da Angelo Paparelli a fine 2014 che chiede di regolamentare la vendita di droni, concedendone l’uso solo a chi dimostri di averne davvero necessità, e rendendo obbligatoria la notifica degli apparecchi già in possesso a privati.
“Probabilmente nel futuro ci sarà una legge più ristretta con direttive più severe sia sul volo dei droni sia sulle riprese abusive. Io spero vengano messi presto dei paletti e che anzi venga messa in piedi una vera e propria scuola per il pilota di droni che voglia intraprendere una carriera lavorativa o li utilizzi per specifiche riprese. Con tanto di corsi teorici, pratici e licenza di volo finale, come già avviene per gli aeroplani”, commenta ancora Turco aggiungendo che, intanto, ibexmedia si sta organizzando per creare un primo corso in tal senso.
I droni di ultima generazione utilizzati per le video riprese funzionano tramite un software che ne controlla i comandi e sono tutti dotati di GPS. Si può quindi impostare le coordinate e lasciar viaggiare in automatico il dispositivo, che, in alcuni casi, ha anche un sistema ‘coming home’, un richiamo di emergenza che rileva la posizione di chi lo controlla e lo fa rientrare da solo. “Ma come sugli aerei assieme a un computer di bordo che controlla la navigazione c’è sempre un pilota, anche per i droni a seguire il volo deve esserci qualcuno in grado di prenderne il controllo manuale in ogni momento. Perché se questi sistemi funzionano, non si può comunque ignorare l’eventualità di un problema tecnico o di una emergenza”.
Comandarli, spiega, non è infatti una passeggiata. “Io avevo già più di dieci anni di esperienza negli elicotteri telecomandati, il passaggio per me è stato quindi semplice. Ma il mio consiglio è quello di non prenderli sotto gamba: chi li acquista abbia la decenza di utilizzarli decentemente e ‘professionalmente’ tanto sotto il profilo della sicurezza quanto sotto quello della privacy. Il mio consiglio è di informarsi bene, tramite le autorità e l’UFAC, sulle possibilità lecite di utilizzo, i permessi necessari e, soprattutto, di essere capaci prima di alzare un drone in aria perché non è un giocattolo”.
ibi