CRONACA
Grecia, quo vadis? Mirante: “Il fallimento non implica l’uscita dall’Ue, ma per Atene la situazione potrebbe diventare drammatica”
Quali implicazioni avrà per il Paese l’eventuale uscita dall’euro? E quali conseguenze avrà sull’eurozona? Queste le domande che abbiamo girato all’economista per comprendere meglio la portata di un evento che segnerebbe una prima per l’Unione

TAVERNE – Sono ore di fuoco quelle seguite alla rottura delle trattative sul piano proposto dall’Eurogruppo e dal Consiglio europeo per conto dei creditori della Grecia: si susseguono le dichiarazioni e si guarda già alle possibili implicazioni dell’esito che scaturirà dalle urne il prossimo 5 luglio, quando l’acclamato oki (“no”) sostenuto dal premier Tsipras potrebbe segnare una prima per l’Unione Europea. In ballo c’è, più o meno direttamente e verosimilmente, l’appartenenza alla Comunità e alla zona euro, la lotta “contro pratiche di cui l’Europa dovrebbe vergognarsi” (tuonava il leader di Syriza) e, soprattutto, il destino del popolo ellenico. Questioni intricate le cui conseguenze aprono molti scenari, come commenta l’economista Amalia Mirante con cui abbiamo cercato di capire quali implicazioni avrebbe il default di Atene.

Mirante, cominciamo proprio da qui: default è un termine che si è sentito spesso, soprattutto in questi mesi di intense trattative tra Grecia e Unione Europea. Ma cosa significa il fallimento di uno Stato?

“Il default viene dichiarato quando una nazione non è più in grado di restituire i soldi che le sono stati prestati e non trova nessun fondo proprio o nessun’altro che possa coprire questi debiti. È in sostanza quanto capita ai privati, quando è già partito il precetto esecutivo e si arriva all’attestato di carenza beni. A questo punto – ma credo che l’Fmi non dichiarerà default allo scoccare del 30 giugno, aspettando, probabilmente, di vedere l’esito del 5 luglio – la Grecia riterrà di non dover più niente a nessuno, ma dovrà riuscire a rialzarsi con le sue sole forze e in un mondo sempre più globalizzato questo è molto difficile. Se ciò accadrà, allora il Paese dovrà riconsiderare anche altre idee che non aveva voluto inizialmente accettare, come la privatizzazione di determinati beni pubblici o dei porti”.

Cosa comporterebbe il default per la Grecia e la sua appartenenza all’eurozona?

“La situazione è molto confusa, dobbiamo pensare che è la prima volta che l’Ue è confrontata con un caso del genere: i trattati e gli accordi che hanno dato vita all’Unione non prevedono una uscita dei paesi, le istanze preposte dovranno quindi mettersi a tavolino e capire come tecnicamente consentire l’addio di un paese. Non penso si arriverà a tanto, ma in questa fase tutto è incerto. Va detto, però, che un fallimento della Grecia non significa automaticamente la sua uscita dall’Ue, potrebbe voler dire “solo” l’abbandono dell’euro. Ma anche in questo caso gli scenari che si aprirebbero sono molti e soprattutto è difficile prevederne le conseguenze. Tornando alla sola ipotesi default, la situazione per la Grecia potrebbe diventare drammatica: il fallimento vorrebbe dire per forza di cose un peggioramento ancora più marcato delle condizioni di vita del popolo. Vorrebbe dire anche non aver rispettato i patti con la Bce e l’Fmi e, come ben si intuisce, chi è che in futuro presterebbe ancora fondi a una nazione che non ha rispettato gli accordi presi? Non so dire fino a che punto l’Ue sarebbe poi disposta a mettere in atto quei meccanismi di solidarietà che potrebbero rendersi necessari. È lei stessa che non nasconde di esser stufa, che chiede sia fatto in modo che le sia garantito che certe misure correttive vengano attuate, oppure, come è successo, non concederà nemmeno cinque giorni per permettere al Paese di arrivare al referendum”.  

A far saltare il banco è stata proprio la negata proroga chiesta da Tsipras…

“Non voglio essere cinica, ma ho l’impressione che questo nuovo premier con la tattica del referendum abbia voluto salvare la propria posizione. Adesso sono cinque mesi che le trattative si susseguono: arrivare oltre l’ultima data limite per fissare una consultazione popolare, dal mio punto di vista, è un modo per non dover ammettere le sue mancanze, il fatto di non esser riuscito a mantenere le promesse fatte e a giungere a un compromesso. D’altro canto, dietro, c’è anche, giustamente, il mettere in dubbio delle politiche di austerità portate all’eccesso e in questo bisogna dare atto alla Grecia che la Trojka ha mancato spesso nel rendersi contro delle conseguenze disumane dei suoi piani per le popolazioni. Errori ce ne sono stati quindi da entrambe i lati, ma adesso potrebbero portare davvero a gravi conseguenze. L’Ue potrebbe doversi confrontare con un dramma umanitario e questo va risolto a prescindere da prestiti e questioni finanziarie: se la popolazione è in ginocchio la solidarietà dovrebbe scattare, lasciando da parte il discorso restituzione del debito, che andrà rinegoziato chiarendo in quale forma e in quanto tempo verrà ripagato”.

L’attesa, più che per il 30 giugno, dove difficilmente la questione si risolverà con il versamento della maxi rata da 1.6 miliardi al Fmi, è per il 5 luglio. Il popolo dovrà decidere se approvare o meno il piano di restituzione del credito proposto dall’Eurogruppo. A un no, seguirà il default, e quindi, la probabile uscita dall’euro. Ma cosa comporta concretamente?

“Molto dipenderà dal modo in cui il governo greco lascerà. Andarsene sbattendo la porta, lo vediamo anche in questo momento, non ha portato a grandi risultati. E una uscita, se non sostenuta, potrebbe portare a risultati ancora più gravi. Le cose non si metterebbero bene per la Grecia, dovrebbe tornare a vivere della propria economia perché nessun paese sarebbe più disposto ad avere qualsiasi relazione commerciale. Quando ciò accade, si cerca di ritrovare forza nel rendere molto debole la propria moneta di modo che le esportazioni aumentino. Ma oggi, dal punto di vista della produzione, quella ellenica è una economia in ginocchio: la Grecia, semplificando, ha poco da offrire e molto da comprare e con una moneta svalutata è difficile riuscire a giostrarsi in questo meccanismo”.

Nel caso di una uscita ‘accompagnata’ invece?

“Sarebbero gli stessi paesi suoi creditori che dovrebbero sostenere la fase di transizione accompagnando la Grecia a un suo nuovo sistema monetario. E questo garantendo in parte per un certo periodo la stabilità della moneta ellenica legandola quasi all’euro e fornendo quindi una garanzia indiretta. Per farla breve, il meccanismo sarebbe simile a quanto fatto dalla BNS per sostenere il franco, acquistando titoli in euro. Però se già i rapporti con gli altri stati non sono idilliaci… Quello per cui resto molto preoccupata sono le conseguenze per il popolo greco. Gli assetti istituzionali alla fine sopravvivono sempre, ma non sono così certa che un ‘no’ il 5 luglio potrebbe essere la scelta in grado di migliorare la condizione dei greci. Sicuramente non nel breve periodo, per questo mi auguro che il popolo voterà in maniera diversa, scegliendo di fare questi ultimi sacrifici che, ripeto, l’Ue dovrebbe comunque ridimensionare rendendosi conto di quanto sta accadendo, per mano anche sua, dal punto di vista umanitario”.

Nel caso di un addio però le conseguenze potrebbero non limitarsi alla sola Grecia. Cosa potrebbe accadere? Come risponderebbe l’euro? Un problema, in caso di un ulteriore abbassamento del suo valore, che indirettamente toccherebbe anche la Svizzera.

“Allo stato attuale la sensazione è che l’Ue e l’euro siano pronti a gestire il fallimento della Grecia. Tutti questi mesi di trattative e continui accordi smentiti, con l’ipotesi default sempre presente, sembrerebbero aver preparato i mercati. Perciò il contraccolpo, ma il condizionale è d’obbligo, sembrerebbe poter essere gestito e le conseguenze non dovrebbero apparire così gravi come avrebbe potuto essere solo sei mesi fa. Certo è che i Paesi che attraverso i vari fondi europei hanno prestato i loro averi alla Grecia, ossia Francia, Italia e Germania, ad esempio, si ritroverebbero con una perdita. Sostenibile, vero, ma insomma… immaginiamo che al cittadino italiano, che ha già anche i suoi problemi, non faccia piacere sapere che anche quella parte non tornerà indietro. Sono fatti che vanno ad alimentare l’euroscetticismo e questo senza farne una colpa alle due parti e men che meno al popolo greco che, come ogni comunità, paga le scelte dei suoi rappresentanti politici”.

ibi

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