Pubblicare o meno le immagini del piccolo Aylan? Il giornalista e volto storico RSI riflette su uno degli interrogativi che hanno accompagnato gli scatti del naufragio di Bodrum

LUGANO – Michele Fazioli, il dibattito intorno alla foto che ritrae il cadavere del piccolo Aylan resta attuale anche in Ticino. Esulando delle parole che le sono state affiancate, lei da che parte sta: è giusto o no pubblicarla? E, nel rispondere, andrebbe forse fatta una distinzione tra le due foto: quella del corpo riverso sulla spiaggia e quella dell’agente che recupera la salma?
“Certo che era giusto pubblicare quella fotografia. In questo nostro tempo di immagini invasive che ci giungono in modo ossessivo, perché mai non si sarebbe dovuto mostrare quell’istantanea che coglieva un momento di dolore, di pietà, toccando anche il mistero della morte di una creatura innocente? Personalmente trovo che, fra i vari scatti di quell’episodio (per esempio il corpo sulla sabbia, e altre) la fotografia più forte, come segno, fosse proprio quella del soldato turco con il corpicino morto fra le braccia: dolore e “pietas” insieme, dramma e tenerezza”.
Come giornalista, e come uomo, cosa ha pensato nel vedere queste immagini?
“Davanti a una fotografia così la mia emozione è stata sollecitata ad approfondire la drammaticità di quel fatto, che è solo un episodio preciso dentro la dimensione di una tragedia in atto. Se una foto serve anche a questo, ben venga la foto. Però poi bisogna non eccedere nel sentimentalismo delle emozioni, e andare alla radice delle cose con intelligenza e ragione. Altrimenti diventiamo volubili, dipendiamo dalle immagini, dalle emotività. Come scrivevo sabato sul Giornale del Popolo nella mia breve rubrica settimanale, l’emozione non basta. Mi permetto di ripetermi e mi chiedo: deve colpirci una fotografia per capire che è in atto una tragedia umana? Per molti politici europei (per esempio il governo inglese) e per una percentuale di opinione pubblica c’è voluta quell’immagine per comprendere tutta la portata gravissima di una catastrofe umanitaria in atto. Perché, non lo sapevamo prima? Non sapevamo dei barconi naufragati, delle migliaia di corpi ripescati o inabissati, degli assalti ai confini, del grido di dolore dei disperati in fuga dalle guerre, dalle carestie o anche solo dalla povertà estrema e che guardano a questa parte fortunata del mondo (finché dura) per sperare una vita sicura e dignitosa? È un brutto segno quando ci vuole uno choc emotivo e sentimentale per convenire senza se e senza ma che questa è una tragedia epocale”.
Veniamo quindi proprio al potere delle immagini: per la sua drammaticità e potenza, la foto è stata paragonata al celebre scatto dell’attacco al napalm vicino a Saigon diventato simbolo della guerra in Vietnam. Fu pubblicata nel ’72 scioccando l’opinione pubblica. Allora si arrivò a dire, esagerando certo, che potesse aver contribuito a porre fine al conflitto. E oggi? Questo shock che effetto può avere?
“Certe foto diventano miti, segnano eventi eccezionali, addirittura un’epoca: i due grattacieli di Manhattan feriti dall’aereo assassino dei terroristi, la bambina nuda che fugge in Vietnam dalle bombe, ... Però bisogna stare attenti. Innanzitutto, come dicevo, l’emotività suscitata da un’immagine forte è solo una componente (che può essere positiva o negativa) della comprensione di un fenomeno. E poi c’è oggi anche l’ambiguità dell’uso e delle forzature delle immagini. Intanto, ne girano di false, come il cormorano inzuppato di petrolio al tempo della prima guerra americana contro l’Irak: si seppe dopo che si trattava di un clamoroso falso, ma intanto il mondo aveva creduto a una sciagura ecologica che invece non ci fu. E poi si possono fare usi strumentalizzati delle immagini: persino Hitler avrebbe potuto, con i mezzi d’oggi, diffondere nel mondo, poniamo, un’immagine di un bambino tedesco morto, magari con un pupazzetto di peluche in mano, sotto i bombardamenti degli angloamericani che avevano raso al suolo Dresda: la guerra degli Alleati era sacrosanta e giusta e forse era inevitabile bombardare quella città, ma la foto di ogni bambino innocente ucciso ferisce il cuore, evoca una tragedia umana. Si possono combattere delle guerre anche a colpi di immagini, fare politica strumentalizzando immagini. In questo caso del bimbo morto, la ferita umanitaria è evidente, l’immagine ha rafforzato una percezione morale giusta”.
La foto è esplosa, mediaticamente, in Ticino dopo la sua pubblicazione da parte di Dadò. Da lì un turbinio di prese di posizione. Cosa pensa del dibattito che si è scatenato nel Cantone?
“Il dibattito è stato interessante e utile. La foto andava pubblicata e ha scosso animi forse intorpiditi da egoismo e pregiudizio. Dopodiché vale la cautela di cui ho detto. Il dramma dei profughi in fuga dalle guerre e dalla miseria va affrontato con razionalità, strategie, realismo, condivisone fra paesi, impegno etico e morale ma non sentimentale. Troppa emozione non serve all’efficacia della soluzione”
ibi