CRONACA
Regazzi: "No alla gogna: io non avrei ucciso quel camoscio ma non trasformiamo il cacciatore di Russo in un mostro perché non lo è"
Il presidente dei cacciatori commenta il caso dell'uccisione del camoscio a due passi dalla casa anziani di Russo: "Caso isolato e polemica montata un po' ad arte. Non accetto lezioni di etica da Rusconi. Ma i colleghi siano ambasciatori della categoria"
RUSSO - Io non l'avrei fatto ma non trasformiamo quel cacciatore in un mostro perché non lo è. Fabio Regazzi chiede equilibrio nel valutare e giudicare il caso che tanto sta facendo discutere: l'uccisione di un camoscio a pochi metri dalla casa anziani di Russo (leggi articolo correlato). Chiede ed esprime misura, il presidente dei cacciatori ticinesi, non condividendo la cattura del collega in Valle Onsernone ma invitando a non esagerare nella condanna di quanto avvenuto. "Detto francamente – afferma Regazzi – questa storia mi sembra una polemica montata un po' ad arte. Si tratta di un caso isolato a cui è stato dato un risalto eccessivo. Ed eccessive sono state molte delle reazioni: tra chi ha pianto, chi si è indignato, chi ha contestato…. Mi sembra tutto sproporzionato. Il caso, evidentemente, non fa molto onore al cacciatore coinvolto ma metterlo alla gogna mediatica mi sembra veramente un'esagerazione. Personalmente, per quella che è la mia etica, non avrei sparato a quel camoscio, ma non trasformiamo in un mostro chi ha deciso di agire diversamente. Ricordo che non ha violato nessuna legge". "L'etica – aggiunge il presidente dei cacciatori - è qualcosa di personale e soggettivo. Noi come Federazione lanciamo degli appelli ai cacciatori affinché tengano comportamenti adeguati nei confronti dei colleghi, della natura e anche naturalmente dei terzi. Ma si tratta per l'appunto di appelli. Coglierli è una questione di responsabilità individuale, come si conviene in una società liberale. Non abbiamo una commissione etica all'interno della Federazione che esamina e giudica i singoli comportamenti degli associati. Ognuno risponde delle proprie azione". Regazzi non ha avuto ancora modo di approfondire la vicenda: non ne conosce i dettagli e non ha sentito tutte le campane. "Per ora – ammonisce – abbiamo ascoltato solo una versione, bisognerebbe sentire anche il diretto interessato. I processi in contumacia non mi piacciono. Poi, sa, nell'ambiente dei cacciatori c'è parecchia gelosia e qualche rivalità. Siamo in 2'200 in Federazione, forse è stata commessa una leggerezza che può senz'altro essere discutibile ma, ribadisco, non al punto da creare una gogna mediatica come è stato fatto".Il numero uno dei cacciatori si sarebbe comunque volentieri evitato la faccenda. Sa bene che, al di là del merito, non è una buona pubblicità. Per questo invita i suoi a non dimenticare mai una certa sensibilità per le conseguenze che determinate azioni possono avere sull'opinione pubblica: "Ogni cacciatore deve essere un po' ambasciatore della categoria, prestando attenzione anche a comportamenti non illegali, come in questo caso, ma che possono urtare l'opinione pubblica e generare equivoci e polemiche inutili". Tuttavia, Regazzi, non accetta che alcuni gli facciano la morale sull'etica. Come ad esempio Pierre Rusconi che oggi ha duramente criticato quanto avvenuto. "Quando avevo denunciato che l'Ufficio caccio e pesca la scorsa primavera era andato ad abbattere delle femmine di cervo gravide nei vigneti, non ho sentito nessun sostegno da chi oggi piange o si indigna. Quella era un'azione totalmente priva di etica e secondo me non legale. Ma è molto più facile polemizzare quando ci sono di mezzo i cacciatori. Come al solito due pesi e due misure".
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