CRONACA
L’insostenibile leggerezza del morire. Il tramonto del rito funebre: “Tra dramma e solitudine, ecco come oggi si affronta il lutto in Ticino”
Delmenico, direttore del Centro Funerario di Lugano: “Resto sempre meravigliato, in positivo e in negativo, della percezione che le persone hanno della morte. Eppure la consapevolezza del morire si traduce poi nel vivere con maggiore serenità”

LUGANO – I primi giorni di novembre sono quelli che il rito e la cultura hanno consacrato alla commemorazione dei defunti. Un momento dedicato al ricordo di chi non c’è più e, inevitabilmente, alla morte stessa. È parte integrante della nostra vita, “moriamo dal momento in cui nasciamo”, ma accettarlo, o anche solo pensarci, è spesso difficile. Rimandiamo il confronto con la nera Signora fino a che qualcuno a noi caro non c’è più. Eppure, “la consapevolezza del morire si traduce poi nel vivere con maggiore serenità”. Ne è convinto chi per professione ha a che fare quotidianamente con il lutto, come Emiliano Delmenico.

Non a caso, lo scorso anno, il Centro Funerario di Lugano aveva  proposto un programma di riflessioni e di avvicinamento alla morte con uno psicologo e varie serate di porte aperte a cui hanno partecipato in media una cinquantina di persone per volta. Un modo, catarticamente anche, di vivere in maniera positiva un luogo solitamente di lutto, sottolinea il direttore del Centro funerario.

Fare un’analisi sociologica chiara di come affrontiamo la morte e di come questo rapportarsi sia cambiato è impossibile, racconta Delmenico. “Ogni giorno rimango meravigliato, in positivo e in negativo, della percezione che le persone hanno della morte. Vedo gente serena e altri che hanno timore e paura. Non dipende tanto dal fatto che siano donne o uomini e nemmeno dal ceto o dal dato generazionale. Gli anziani sono spesso però più sereni, perché forse sono più consapevoli dei giovani che l’unica cosa certa della vita è la morte”.

Il dato generazionale, chiamiamolo così, conta invece per il defunto. “La morte viene vissuta in modo meno drammatico quando muore una persona anziana. E, al contrario, la morte violenta, soprattutto quando la vittima è giovane, comporta senza dubbio un trasporto e un dolore maggiore”.

Qui entra un altro aspetto importante del lutto. “Molte persone sentono un bisogno di capire il senso della morte per accettarla. Siamo un cantone di matrice cattolica, ma noto che a molte persone mancano dei punti fermi, o non hanno ricevuto risposte convincenti dalla religione”.

Una disaffezione, per certi versi, che si traduce poi nel modo di affrontare e organizzare le esequie. Sempre più, spiega infatti Delmenico, si abbandona il funerale religioso. “Vanno molto i funerali civili, o con il minimo indispensabile di rito religioso. Oppure, sempre più spesso ci chiedono riti semplificati, come la benedizione e la preghiera al crematorio”.

Nei funerali c’è poi un orientamento più sobrio e intimistico. Il nostro essere latini, riflette Delmenico, è diverso, più freddo, rispetto a quello di altre culture in cui ancora oggi si assiste a scene strazianti davanti alla tomba. “Da noi c’è più pudore e riservatezza sui sentimenti che si traduce anche nell’abbandono del funerale pomposo, che fa parte di altri tempi”.

Funerale che, aggiunge, è poi anche sempre meno un atto pubblico rispetto al passato. “Rimane la tradizione dell’annuncio di morte sui giornali, ma anche questo si è ridotto o lo si fa a funerali avvenuti: sintomatico del fatto che molte famiglie preferiscono vivere il lutto nell’intimità di una piccola cerchia di persone. A volte anche per scelta dichiarata del defunto stesso. Quasi come a dire: “sono morto ma non voglio disturbare”. Una tendenza che vediamo però anche tra le giovani generazioni”.

Il funerale, nel caso delle persone anziane, conclude Delmenico, è poi sintomatico di un altro fenomeno che vive la nostra società. “La solitudine in cui molti anziani vivono si traduce anche nei funerali. A volte, a un cerimonia, capita che ci siano più becchini che famigliari… e questo un po’ ti fa riflettere”.

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