CRONACA
Tanti cari auguri di buon Natale ai lettori di Liberatv con le riflessioni del Vescovo: "C'è chi dice buone feste, chi tanti auguri e chi merry christmas..."
Monsignor Valerio Lazzeri: "Non ho nessuna intenzione di avventurarmi in riflessioni natalizie improntate al moralismo o alla nostalgia. Ma il fatto che colpisce è...."

di Monsignor Valerio Lazzeri*

"Buone feste!" è la formulazione preferita da chi non vuole sbilanciarsi. Ci si può anche limitare a dire "tanti auguri", senza specificare ulteriormente. La trovata più sottile è però quella di chi ricorre all'inglese, perché, tanto, chi lo capisce che "Merry Christmas" menziona esplicitamente il motivo originario di tutte le luminarie, le atmosfere e i rituali che si riaccendono in questo periodo dell'anno? Tutto questo però lo sappiamo perfettamente. Non è di oggi la denuncia del rischio crescente di un Natale depauperato dal suo contenuto, riassorbito dai luoghi comuni, svilito nelle sue espressioni più commerciali e superficiali. D'altra parte, non ho nessuna intenzione di avventurarmi in riflessioni natalizie improntate al moralismo o alla nostalgia. Il fatto che mi colpisce, almeno dalle nostre parti, è la fatica crescente del cuore umano a "portare" il Nome di Colui che nasce, a custodirlo dentro, a pronunciarlo nell'intimo.

Penso all'inno attribuito a san Bernardo: "Iesu dulcis memoria dans vera cordis gaudia" e mi domando: che cosa ci è rimasto della dolce memoria di Gesù che dà le  gioia autentica del cuore? Certo, buona parte della responsabilità di questo affievolimento è da attribuire all'imperversare del politicamente corretto. Tutto sembra consigliare di coltivare solo in privato le proprie convinzioni più profonde. Ho però l'impressione che ci sia altro. Insieme alla rinuncia, sempre più generalizzata, a pronunciare personalmente il nome di Gesù, non è forse in atto una sorta di desertificazione interiore, di affaticamento spirituale, di sfiatamento dell'anima?

Il fatto impressiona ancora di più perché colpisce anche coloro che non esitano a presentarsi come cristiani. Si fa certo ancora un riferimento generale a Gesù, figlio di Maria e Figlio di Dio. Si guarda con ammirazione alla sua figura umana, ai suoi gesti e alle sue parole. Nasce magari anche qualche volta il desiderio di vivere anche noi come lui ha vissuto. Il cuore però rimane freddo, come una casa disabitata da tempo. Gesù Cristo non vi dimora come a casa propria. Mi vengono in mente le parole di Paolo ai cristiani di Corinto: "Esaminate voi stessi, se siete nella fede; mettetevi alla prova. Non riconoscete forse che Gesù Cristo abita in voi?" (2 Cor 13,5). Ecco il vero esame di coscienza di Natale! Dobbiamo tornare a chiederci se veramente portiamo il Suo Nome, accogliamo concretamente la Sua presenza, ci lasciamo guardare dal Suo Volto.

La domanda potrebbe sembrare secondaria rispetto ai drammi planetari del nostro tempo, alla tragedia dei migranti, alla minaccia del terrorismo, all'orrore delle guerre, alla crisi economica, alle ferite dell'ambiente. Non è così. Gesù non nasce solo per motivare esteriormente una certa sensibilità per le grandi cause umanitarie e sociali della nostra epoca. Il suo venire al mondo chiama in causa direttamente l'istanza più profonda della nostra persona: la nostra attesa di uscire dalla nebbia del generico e dell'indistinto attraverso il gesto di libertà con cui lasciamo vivere in noi realmente l'Unico che corrisponde realmente il nostro desiderio più profondo. È in gioco l'umanità dell'uomo, di ogni essere umano!

"Je est un Autre", "Io è un Altro", dice Rimbaud, il grande poeta. L'io non può respirare chiuso in se stesso. Esiste pienamente solo in uscita verso un Tu, capace di presentarsi nella sua totale inermità e assenza di pretesa, il Tu di quel Bambino che Maria depone, avvolto in fasce nella mangiatoia, nella notte di Betlemme.

Ci avvince e ci lascia liberi. Non fa discorsi complicati né pone condizioni impossibili. Appare al mondo con la fragilità e la forza del desiderio fondamentale di ogni essere umano. Vuole semplicemente essere visto, essere accolto, essere riconosciuto personalmente. Mentre ci racconta tutto ciò che può essere detto di Dio, non lascia nulla in noi che non possa aspirare all'infinito.

Natale è buono, quando il nostro cuore dice Gesù. Se nasce, è perché Egli è Qualcuno che si può portare nel cuore, Qualcuno a cui ci si può rivolgere, con cui si può entrare in relazione, anche quando pensiamo di non poter più essere riscaldati da alcun affetto. Nel suo venire a noi, ci dice l'unica cosa che conta, quella che in alcun modo si può comprare, quella che arriva alle nostre vite solo come annuncio di novità portato dal vento dello Spirito, come la sorpresa di un incontro che scioglie alla radice ogni isolamento.

In un mondo di paura e di disumanità, chi, se non Lui, può riaccendere la speranza, ogni volta che respiriamo il suo Nome e non appena guardiamo al suo Volto? Non manchi a nessuno in questo Natale dell'Anno giubilare l'immensa gioia e l'umile fierezza di poterlo scoprire e annunciare a tutti!

*vescovo di Lugano, articolo pubblicato sul Giornale del Popolo

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