Il documento è stato recuperato dalle forze speciali americane durante un raid in maggio. Al suo interno, 15 ‘precetti’ teorizzano, indicando le pratiche permesse e i comportamenti da tenere, la possibilità di avere schiave e poterne abusare
LONDRA – Non è possibile per il padrone di una schiava avere rapporti sessuali con lei fino a che non ha avuto il ciclo ed è diventata pulita. Non è possibile far abortire una schiava che rimanga incinta e non è possibile aver rapporti con lei fino a quando non abbia dato alla luce il bambino. E ancora: non si possono avere rapporti anali con le schiave e bisogna essere compassionevoli con loro.
Sono questi alcuni dei precetti contenuti nella fatwa numero 64 dello Stato Islamico. Il documento, risalente a gennaio e reso pubblico ora dalla Reuters, è parte di quelli recuperati dalle forze speciali americane in maggio, durante un raid nel quale è stato ucciso Abu Sayaff, leader di Isis, e catturata la moglie Umm Sayaff il cui compito era proprio di gestire le schiave.
Un documento che getta una luce ancora più inquietante su un aspetto spesso denunciato dalle agenzie non governative, che hanno raccolto le testimonianze di centinaia di donne, soprattutto appartenenti alla minoranza yazida, abusate in ogni modo dai miliziani. Racconti, agghiaccianti, che mostrano spesso come i carnefici tentassero di giustificare le loro pratiche con precetti di tipo religioso, tanto da portare analisti e osservatori a parlare di teologia dello stupro.
La fatwa 64 si propone di trovare una giustificazione “ufficiale” al comportamento dei terroristi. Rivolgendosi a un ipotetico giurista del Califfato chiede infatti, di fronte al comportamento di alcuni fratelli che hanno violato le regole della Sharia nel trattare le schiave perché non aggiornate ai nostri tempi, se vi siano indicazioni in materia. Seguono così i 15 precetti che teorizzano, “regolamentando” le pratiche permesse e i comportamenti da tenere, la possibilità di avere schiave e poterne abusare (qui il testo in inglese).
Per Abdel Fattah Alawari, docente di teologia islamica all'Università di Al-Azhar, una delle più antiche del Medio Oriente, il tentativo di dare una giustificazione religiosa allo schiavismo sessuali potrebbe esser dettato soprattutto dallo sdegno nato negli ambienti più conservatori salafiti con l’emergere dei filmati delle barbarie che circolano sul deep web.
Inoltre nei territori controllati dallo Stato Islamico si stanno diffondendo velocemente malattie di ogni tipo causate anche al passaggio delle schiave da un uomo all'altro e dalle pratiche sessuali violentissime. Per i vertici del Califfato potrebbe essersi reso necessario limitare queste pratiche non tanto per bontà d'animo, ma per evitare la diserzione, gli attacchi di altri gruppi jihadisti e la diffusione di malattie veneree di ogni tipo.
In ogni caso, conclude il teologo, questi precetti non hanno nulla a che vedere con l’Islam. “L'Islam impone la liberazione degli schiavi, non giustifica in alcun modo la schiavitù. Questa era lo status quo quando è nato l'Islam. Giudaismo, Cristianità, greci, romani, persiani, la praticavano e prendevano le donne dei nemici come schiave sessuali. Anche l’Islam ha lavorato per rimuovere questa pratica”.