Il grande romanziere racconta un'infanzia terribile, con la madre che lo abbandonò a cinque anni e con il padre violento. Sul periodo nei servizi segreti: "Mi sento uno scrittore a cui a un certo punto è capitato di essere una spia piuttosto che una spia che a un certo punto si è messa a scrivere"

LONDRA - "Mio padre era un imbroglione, un sognatore e un avanzo di galera. Picchiava selvaggiamente mia madre. Picchiava anche me, ma solo ogni tanto e senza troppa convinzione". È una delle confessioni più crude dell'autobiografia di John Le Carré.
Il Guardian ha pubblicato alcuni passaggi dell'autobiografia che il grande romanziere, al secolo David Cornwall, ha appena dato alle stampe. Un libro che squarcia la nota riservatezza dello scrittore con ricordi e aneddoti struggenti.
"Non ricordo di avere provato affetto per nessuno durante la mia infanzia (la mamma lo abbandonò quando aveva appena cinque anni, ndr), tranne che per mio fratello maggiore, che a tratti era come il mio unico genitore". Un'infanzia difficile che lo ha parecchio condizionato da adulto: "Non sono stato né un marito né un padre modello e non ho interesse a cercare di sembrare tale", scrive Le Carré.
Non poteva mancare un passaggio dell'autobiografia dedicata a quando lo scrittore lavorava per i servizi segreti di Sua Maestà: l'Mi6. "Mi sento uno scrittore a cui a un certo punto è capitato di essere una spia piuttosto che una spia che a un certo punto si è messa a scrivere".
Insomma, un libro che ha tutto per diventare l'ultimo best seller dello scrittore. L'ultimo di una lunghissima serie.