Il prestigioso premio gli fu assegnato cent'anni fa. Spitteler, di origini basilesi ma lucernese di adozione, era nato nel 1845. E nel 1894 scrisse un libro sul Gottardo....

Cent’anni fa, la Svizzera ha avuto il suo premio Nobel in letteratura. Se però ora chiediamo a cento persone che passano per la via, con ogni probabilità nessuno saprebbe dire qualche cosa di Carl Spitteler, scrittore elvetico insignito del premio più ambito che uno scrittore possa ricevere.
In effetti Spitteler, di origini basilesi ma lucernese di adozione, è nato nel 1845 e ha avuto un’infanzia e una giovinezza non molto facili, segnate da un profondo conflitto con il padre e una spericolata fuga all’età di 19 anni. Trascorse otto anni come precettore in Russia e in Finlandia, ed ebbe alcuni incarichi come insegnante e redattore a Berna e a Zurigo.
Quando si trasferì a Lucerna, complice un matrimonio con una ricca olandese sul finire del secolo, Spitteler aveva alle spalle una carriera letteraria molto diseguale, fatta di alti e bassi.
Uomo di lettere e di vasta cultura, la sua opera Imago fu particolarmente apprezzata da Freud, che ne utilizzò il titolo per la propria rivista di psicanalisi. Nietzsche, per contro, gli riconobbe «un’intelligenza fine e gradevole», ma capace solo di vedere «questioni di estetica».
Quando nel 1894 la Società Ferroviaria del Gottardo pensa a lui quale autore di un libro sul Gottardo, Spitteler dapprima rifiuta. Ma in seguito, convinto dall’ammontare dell’onorario di settemila franchi, una cifra altissima per l’epoca, accetta e si pone subito all’opera. Nasce così Il Gottardo che, dopo la prima edizione di 4’000 esemplari, non è stato più ristampato fino all’anno scorso, togliendolo da un oblìo secolare.
L’edizione italiana esce per la prima volta a cura di Mattia Mantovani. È lo stesso ottimo Mantovani, già autore della traduzione di importanti scrittori svizzeri, che lo propone per la collana «I Cristalli», lo traduce e lo arricchisce di un ampio saggio introduttivo.
Il Gottardo
Scrive Mantovani: «Non si esagera, insomma, dicendo che è proprio in virtù di questo libro che il Gottardo appare concretamente per la prima volta come un preciso spazio umano e culturale». Spitteler riceve infatti l’incarico di scrivere un libro che illustri le bellezze e le attrattive turistiche della zona, senza tuttavia rinunciare al valore squisitamente artistico.
Il volume rimane oggi più che mai un prezioso documento storico e una delle testimonianze più vive, originali e letterariamente pregevoli dedicate al Gottardo inteso non solo come luogo geografico, ma anche in senso più ampio come spazio umano e culturale. Il futuro premio Nobel descrive la zona del Gottardo percorrendola prima in ferrovia e poi a piedi, fornisce consigli per escursioni e passeggiate, si sofferma sulle caratteristiche climatiche e della luce, si addentra in alcune valli laterali e ricostruisce il significato e l’importanza del Gottardo nella storia.
Togliere questo testo dal limbo dell’oblìo è stato un grande merito.
Discorso sulla neutralità: il nostro punto di vista svizzero
Scrive ancora Mantovani: «Spitteler tiene il suo discorso nel dicembre del 1914 nella sala della Nuova Società Elvetica di Zurigo. Lo scoppio del primo conflitto mondiale aveva avuto profonde ripercussioni anche all’interno dei confini elvetici, fomentando dissapori e incomprensioni tra l’etnia di lingua tedesca e quella di lingua francese. L’unità della Confederazione pareva minacciata, e Spitteler ritenne necessario prendere la parola e ribadire l’unità della Confederazione elvetica proprio partendo più o meno esplicitamente dal mito fondativo del Gottardo, inteso e soprattutto vissuto quale punto di unione e di contatto. Ed è fuori di dubbio che i suoi molti viaggi nella Svizzera primitiva e nel Ticino tra il 1894 e il 1909 abbiano contribuito non poco a rinsaldare questa sua consapevolezza».
Di fronte alla tragedia europea con milioni di morti, Spitteler invita alla riflessione e alla modestia concludendo il suo celebre discorso con queste parole: «Conservare il giusto contegno, se si procede logicamente, non è poi così difficile come potrebbe sembrare. Certo, ma non è soltanto una questione di raziocinio, è piuttosto una questione che deve sorgere dal cuore. Cosa facciamo quando passa un corteo funebre? Ci leviamo il cappello. Cosa facciamo quando una tragedia, a teatro, ci riempie l’animo di commozione? Ci raccogliamo in un grave e profondo silenzio. Si tratta di cose che non è necessario imparare. Ed ecco che un capriccio del destino ci ha permesso di sedere in platea tra gli spettatori, mentre sulla scena europea si svolge la tragedia. Sulla scena regna il dolore, dietro le quinte l’assassinio. Da ogni parte si odono singhiozzi di dolore e tutti, a destra e sinistra, hanno lo stesso suono in tutte le nazioni e non c’è differenza di lingua. Ebbene, di fronte all’immensità di tanto internazionale dolore colmiamo le nostre anime di raccoglimento, e soprattutto leviamoci il cappello. Ecco la nostra vera e autentica neutralità svizzera».
Oggi, dopo cento anni, in un contesto completamente mutato, troviamo un grande scrittore disposto a tenere un discorso sul ruolo della Svizzera? Sul significato della neutralità?
*Editore - Articolo pubblicato sul numero di ottobre della rivista il Ceresio