CRONACA
Non è un capolavoro ma non perderete il vostro tempo. Danny Boyle porta il rapimento Getty in tv. Grande cast hollywoodiano ma a spiccare sono gli attori italiani
Per chi ama il regista inglese Trust regala una scorpacciata della maestria artistica dell’autore. C’è tutto il suo cinema, sia per etica che per estetica. Ma qualche pecca non manca...
di Andrea Leoni

I grandi cuochi insegnano che la portata più delicata in un servizio è l’ultima: il dessert. Perché un dolce cattivo può rovinare l’intera cena e fissare un ricordo sgradevole nella testa dei clienti.

 

Un po’ questa sensazione l’abbiamo provata, al termine della visione di Trust, la serie tv dedicata al rapimento di John Paul Getty II. L’ultima puntata dello sceneggiato, infatti, è brutta, inconcludente, oltre che del tutto inutile. Un finale che non è un finale ma una propaggine didascalica che sembra sia stata girata solo per una sorta di compiacimento. Oppure come se negli autori vi fosse l’incertezza di non aver chiuso il cerchio come desideravano. Il che è peggio. 

 

Tuttavia, la serie che segna l’esordio nel genere di Danny Boyle, non può essere bocciata per questo peccato, seppur non irrilevante, di vanità o di balbettamento drammaturgico. Per chi ama il regista inglese - e noi siamo tra questi - Trust regala infatti una scorpacciata della maestria artistica dell’autore. C’è tutto il suo cinema, sia per etica che per estetica.

 

Siamo a Roma, nel 1973, e la storia narrata è fatto di cronaca noto a tutti: il nipote di uno dei petrolieri più importanti del mondo, John Paul Getty, viene sequestrato dalla ‘ndrangheta. La serie, come ovvio, racconta il dramma del rapimento, ma soprattutto tratteggia con lucida spietatezza i membri dell’agiata e lacerata famiglia (parenti,serpenti), mette a fuoco i vezzi e i vizzi del capitalismo, indaga i costumi sociali e politici di quegli anni in Europa, a cominciare dalle perversioni.

 

Il cast è di prim’ordine, con un Donald Sutherland in forma smagliante nei panni del cinico capo famiglia, Hilary Swank nel ruolo della madre disperata e combattiva del giovane rapito, un Brandan Fraser, che molti ricorderanno come protagonista della trilogia della Mummia, in grande e sorprendente rilancio artistico. Ma la parte migliore della truppa di attori è senza dubbio quella composta dagli italiani, con uno strepitoso Luca Marinelli nel ruolo di Primo, il capobanda pazzoide, ma lungimirante, che tiene in ostaggio il giovane Getty. Metà della serie gliela tiene in piedi lui.

 

La serie affronta senza fastidiosi stereotipi, o scivolate nel trash, la parte italiana della vicenda. Non ci sono americanate, per capirci. Al contrario il regista attinge a piene mani nelle ambientazioni, nel dialetto, nelle canzoni, offerte dal Belpaese.

 

Nel complesso siamo di fronte a un’opera godibile, seppur con qualche battuta a vuoto lungo il percorso. Nessuno può strillare al capolavoro, alla serie imperdibile o cult, ma investirci del tempo nella visione non provocherà delusioni.

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