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08.08.2018 - 11:150

Blackout, cosa rimane dopo lo spavento. Marco Cavadini: "Alcune aziende ticinesi evidenziano ancora fragilità importanti"

Intervista al CEO di Swisscolocation SA, azienda che "ospita" i server di aziende che fanno della continuità una necessità imprescindibile

MORBIO INFERIORE – Quanto l’informatica e la digitalizzazione siano importanti all’interno di un’azienda al giorno d’oggi lo abbiamo capito due settimane fa, quando un blackout di circa un’ora ha messo in ginocchio gran parte del Sottoceneri.

Migliaia di lavoratori si sono ritrovati improvvisamente senza il supporto dei sistemi informatici e senza possibilità di comunicazione. In termini strettamente economici, per numerose aziende colpite dal blackout si è trattato di una perdita di decine di migliaia di franchi.

È andata decisamente meglio a chi ha deciso di stare al passo coi tempi e dormire sonni tranquilli in caso di perturbazioni o interruzioni sulla rete elettrica.

Di possibili danni, soluzioni efficaci e digitalizzazione ne abbiamo parlato con Marco Cavadini, CEO di Swisscolocation SA, azienda che “ospita” i server di aziende che fanno della continuità una necessità imprescindibile.

Che insegnamento ha lasciato l’esperienza di due settimane fa?

“Il blackout, a mio avviso, ha ribadito il concetto che, al giorno d’oggi, l’informatica è vitale per le aziende, sia dal profilo dell’operatività che nell’interazione coi clienti. Le aziende “meno attrezzate” sono rimaste per un’ora senza corrente. Per i datori di lavoro è una perdita del giro d’affari significativa. Mi è capitato di vedere aziende che dopo quattro ore dal ripristino della corrente ancora faticavano a ritornare operative”.

È proprio la continuità operativa uno degli aspetti chiave per differenziarsi dalle altre aziende?

“Direi continuità e sicurezza. Le grandi aziende stanno al passo coi tempi: investono, guadagnano e sono al sicuro. Non avranno mai problemi in casi analoghi a quanto si è verificato dalle nostre parti. Il tutto perché si affidano a dei datacenter specializzati, con adeguate capacità di garantire la continuità”.

E le aziende ticinesi che rapporti hanno coi datacenter?

“Alcune sono messe bene, altre un po' meno. Credo che sotto questo aspetto il Ticino possa crescere ancora. Generalmente si tende a dire: “tanto non succede mai niente”, poi quando succede l’imprevisto ci si ritrova a tribolare. In più si pensa ancora che affidare i propri dati a un’azienda “esterna” sia una scelta poco sicura. Invece è falso: non c’è niente di meno sicuro che tenere i propri dati all’interno della propria “cantina”.

Dopo il caso di due settimane fa, pensa che anche il Ticino debba fare il cosiddetto “passo in avanti”?

“In tutta onestà credo che sia un processo che richiede anche un attimo di tempo. Non è un passo che potrà essere fatto dall’oggi al domani. Quanto successo recentemente aiuterà sicuramente chi ancora non ha fatto il passo a rendersi conto dei potenziali rischi nel caso in cui dovesse succedere nuovamente un simile imprevisto. Ma delocalizzare un datacenter non significa solo maggiore sicurezza, ma anche vantaggi sui costi di gestione e sui servizi di connettività. Un’azienda deve chiedersi fino a che punto e cosa si è disposti a sopportare. In questo senso l’episodio del recente blackout ha evidenziato una fragilità importante nelle aziende ticinesi”.

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