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Ultimo aggiornamento: 19.01.2019 02:07
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WAS Capitals
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PIT Penguins
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Politica e Potere
01.05.2017 - 13:490
Aggiornamento 19.06.2018 - 15:41

"Caro Marx, sono diventati proletari benestanti, la lotta di classe falla tu!". Sergio Morisoli alla Fidel Castro: ecco il suo discorso "fiume" per il Primo Maggio

Il presidente di Arealiberale: "La borghesia non esiste quasi più, sostituita com’è, nel pilotare il mondo, da colossi anonimi sovranazionali e dalle banche centrali. Paradossalmente, e ironia della sorte, l’internazionalismo è avvenuto per i capitalisti ma non per gli operai ! Non si capisce invece come i socialisti da sempre contrari alle libertà di mercato, stranamente sui Bilaterali sono ultraliberisti: dentro tutti che poi le cose si aggiustano"

di Sergio Morisoli*

Siamo sicuri che è ancora giusto celebrare il primo maggio come festa dei lavoratori? O forse non sarebbe meglio trasformarla nella festa del libero mercato, delle aziende? Si, perché i lavoratori sono una parte importante del mondo del lavoro, ma solo una parte, appunto. E gli imprenditori dove li mettiamo? E l’oggetto del contendersi, il lavoro, da tutti invocato e nello stesso tempo condannato ?

 

La tradizione, specialmente quella di sinistra, vuole che i lavoratori siano la parte debole, sottomessa, sfruttata. Sempre. La “festa nasce” negli anni ’80 dell’ottocento come risposta al secolo della rivoluzione industriale e delle masse che abbandonano le campagne per stiparsi nelle città industriali vivendo in condizioni disumane, ma sembra che per chi la promuove e la monopolizza mediaticamente oggi, nulla sia cambiato da allora. Non è un caso se il lavoratore e l’imprenditore, o il proletario e il padrone, sono ancora oggi messi in contrapposizione. E il mercato il luogo in cui il secondo mortifica (sempre) il primo. Per la sinistra marxista il lavoratore era, è e sarà sempre un sottomesso (anche se sta bene) da liberare dalle sgrinfie del capitalismo e dal padrone. La borghesia il nemico, anche se nemmeno si accorgono che la borghesia non esiste quasi più, sostituita com’è, nel pilotare il mondo, da colossi anonimi sovranazionali e dalle banche centrali. Paradossalmente, e ironia della sorte, l’internazionalismo è avvenuto per i capitalisti ma non per gli operai ! Ma per i nostalgici del film Tempi moderni di Charlot, il processo dialettico si concluderà solo quando saranno i proletari a possedere i mezzi di produzione e a organizzare la società e la vita dei singoli secondo quel comunismo che prevede la massimizzazione del tempo libero e la minimizzazione del tempo lavorativo. Purtroppo l’oggettiva crudele realtà dell’ottocento si è perpetuata fino ai giorni nostri, non perché è rimasta quella ma perché la demagogia politica, la disinformazione veicolata da certi media, la pigrizia del largo pubblico a capire hanno permesso il consolidamento dell’idea più che dei fatti che la parte debole sia il lavoratore senza mai chiedersi se è davvero ancora così. La scuola e l’educazione in generale, quasi sempre fanno delle ditte se non un inferno, certamente un purgatorio, e dell’imprenditore il carceriere e lo sfruttatore. Ci si chiede poi perché i giovani se ne stanno alla larga dalle professioni industriali. Un piccolo aneddoto. Al tempo del famoso sciopero della “pintureria” alle Officine di Bellinzona, furono organizzati decine di bus per portare gli allievi delle scuole a vedere dal vivo ciò che accadeva. Pensate che un solo bus sia mai stato organizzato poi per portarli a vedere com’è quando lavorano? Andiamo con ordine.

 

Ci vorrebbe del buon sano vecchio capitalismo.

 

La crisi non demorde. Situazione. I rimedi presi a livello globale sono enormi e soprattutto stanno facendo saltare tutti i dogmi delle scuole di pensiero economico che entrarono in azione nelle crisi del XX secolo. In pochi anni si sono prese e mescolate misure assolutamente di ogni specie (una volta erano definite inconciliabili): quelle di carattere monetaristico (intervento delle banche centrali sul costo del danaro e sulla massa monetaria), quelle keynesiane (deficit spending, investimenti pubblici e tagli fiscali), quelle socialiste (statizzazione delle banche, creazione di „bad bank“, intromissione diretta nel management), quelle protezionistiche (salvataggio statale delle proprie industrie, rottamazioni forzate, consumo interno a priori e garanzia della piena occupazione locale). Nonostante la cura da cavallo i risultati economici, a parte aver evitato per ora il collasso del sistema finanziario ( e non è poco), sono evanescenti. Costi. Purtroppo, invece, l’unico dato certo è la fattura che presto o tardi arriverà per queste imponenti miscelazioni di rimedi: l’inflazione. Il cosiddetto „regalo del demonio“ come la definiva Wilhelm Röpke che tra l’altro affermava :“A differenza dei terremoti e dei cattivi raccolti, l’inflazione appartiene a quelle piaghe dell’umanità che non accadono senza l’intervento dell’uomo. Sono gli uomini a fare l’inflazione, sia pure soltanto omettendo di fare ciò che sarebbe opportuno. E’ però necessaria una precisazione: responsabili dell’inflazione non sono nè singoli nè determinati gruppi, bensì certe determinate persone, e cioè coloro i quali decidono, nella loro qualità di dirigenti della politica valutaria, della quantità di denaro immessa o sottratta alla circolazione“. Perimetri. La globalizzazione, con l’accelerazione della crisi, ha fatto saltare anche i confini ideologici delle teorie economiche così come le avevamo studiate e viste all’opera per oltre un secolo. E’ la prima volta che la crisi è davvero globale, una crisi in cui si sovrappongono in contemporanea tre tipi di crisi non necessariamente solo negative: congiunturale (recessione in occidente), strutturale (salto di qualità nella crescita nei paesi emergenti) e bolla speculativa (extraterritoriale). Eravamo abituati a vederle sequenzialmente in un sol punto del globo e mai in parallelo su più continenti. Non esistono manuali prescritti e non ci sono nemmeno dei dottor House a portata di mano. Chi dice di sapere cosa ci vuole mente: in verità siamo pionieri senza mappe. Fortunatamente, grazie alla globalizzazione, siamo tornati ad un mondo multipolare per ciò che riguarda la localizzazione della ricchezza e della crescita economica. Questo è un vantaggio: l’economia non imploderà su sè stessa solo perché l’occidente è in seria difficoltà. Questo attenua un po’ l’ansia. Capitalismo. Di fronte al caos dei ricettari economici e del super mercato delle soluzioni, bisognerebbe che i grandi decisori riacquistassero loro stessi alcuni punti fermi molto classici, quelle verità empiriche che non hanno nè tempo nè confini. Una di queste sarebbe la riscoperta del valore del sano e vecchio capitalismo, il cui motore è: il profitto, la leale concorrenza, il fallimento degli incapaci, il primato della proprietà privata. Quello che abbiamo visto negli ultimi anni non è profitto, ma arricchimento veloce ed esponenziale tramite scorciatoie finanziarie ( lecite e oggi sappiamo anche non lecite). Non era concorrenza leale: alcuni concorrenti erano dopati e le regole del gioco erano ondivaghe. Al mercato è stato impedito il suo corso naturale: concorrenti decotti e truffaldini non sono falliti perché salvati dallo Stato. Quanto alla proprietà privata ( fatta di decisione e responsabilità riunite) è sfumata, a scapito della „democratizzazione“ della borsa che ha condotto alla frammentazione millesimale degli azionisti e favorito l’anonimato assoluto delle imprese. Quindi era tutto, meno che capitalismo. Condizioni. Per il ritorno del capitalismo è innanzitutto da auspicare che i bilanci (espressione veramente patrimoniale e capitalistica) diventino di nuovo più importanti dei conti economici trimestrali; vale per banche, imprese, piccoli risparmiatori/investitori, non profit, comuni e parrocchie: tutti indistintamente attratti dalle rese a brevissimo termine anziché dall’aumento del capitale e della proprietà. Il capitalismo sarà pure un sistema che distribuisce iniquamente la ricchezza, ma il comunismo distribuisce certamente equamente la miseria (Winston Churchill). Umiltà. Un altro punto è quello di accettare la realtà economica per quello che è: un processo ciclico e continuo di distruzione creativa (Joseph Alois Schumpeter), che è meglio lasciar procedere con la propria naturale dinamica, incanalandone solo il corso anziché doparlo dall’esterno tramite lo Stato per aumentarne o rallentarne la velocità di crociera ( in finanza: battere l’indice). Stato. Un altro auspicio ancora, se rivogliamo il capitalismo, è che lo Stato non si metta a fare il „buon“ capitalista (economia di guerra o pianificata o di salvezza), rispettivamente non si chieda per legge all’impresa di essere una „buona“ agenzia sociale (promotrice di crescita sostenibile, ecologica, sociale). Neogenetica. Siccome le ricette economiche classiche non ingranano più nè singolarmente nè miscelate, a qualcuno viene la tentazione di agire direttamente sui „prodotti sottostanti“: Stato e impresa. Mescolando il loro DNA nel laboratorio politico come molti vorrebbero, avremmo dei prodotti strutturati peggiori di quelli tossici della finanza e vi sarebbero le premesse per il disastro certo. I loro, sono ruoli naturali non invertibili: produrre profitto e ricchezza spetta all’azienda, mentre creare condizioni generali affinché ne possa produrre molta per impiegarla al meglio spetta alla Politica. Aridità. Infine stiamo attenti che l’uso insistente di terapie brutali per curare un ramo malato e deviante del capitalismo non annienti per anni il suo habitat naturale: il libero mercato. Concretezza. Margaret Thatcher ebbe a dire che il buon samaritano, nella parabola biblica, oltre che essere esemplarmente buono, ha potuto fare ciò che ha fatto perché era anche ricco (aveva proprietà, commerciava e traeva profitti). Speriamo che a chi ha potere, dopo averle provate tutte, venga ora in mente di prendere quelle misure per riottenere del buon vecchio capitalismo.

 

Perché la demonizzazione delle aziende?

 

La prendo un po’ alla larga. Dalla rivoluzione industriale ad oggi, chi ha scatenato più guerre ? Chi ha affamato i propri cittadini? Chi ha prodotto più posti di lavoro e distribuito più salari? Chi ha strappato dalla povertà milioni e milioni di esseri umani ? Gli Stati, i Governi e le loro ideologie oppure le Aziende, i Consigli di amministrazione e il commercio? Frederic Bastiat, vissuto tra la rivoluzione francese e quella industriale, ci aveva messo in guardia con largo anticipo: “se sui confini non passano le merci passano i cannoni”. Il mercato e il commercio sono le forme umane di organizzazione che spontaneamente dal basso, non per filantropia ma per interesse, di gran lunga producono più pace e benessere che qualsiasi altro sistema organizzato dall’alto. Affinché ciò possa prodursi e continuare a realizzarsi c’è una condizione unica non negoziabile: salvare le aziende dalla demolizione politica. Dobbiamo tornare a insegnare, spiegare l’essenziale (nemmeno nei grandi atenei non lo fano più!). L’azienda esiste e agisce solo e soltanto per tre scopi: primo, soddisfare i bisogni materiali dei consumatori; secondo, produrre profitto per i proprietari e terzo, distribuire salari a chi merita. Il primo scopo è il modo più evoluto per mantenere la pace tra chi ha e chi vuole avare; il secondo è il modo più evoluto per premiare chi rischia e investe; ma anche per far partecipi milioni di cittadini tramite fisco e ridistribuzione; il terzo è il modo più dignitoso per valorizzare il lavoro umano. L’azienda è il motore del nostro sviluppo. L’errore più colossale che stiamo facendo è quello di mungerla tramite tasse e balzelli e di imporle per Legge una serie di ruoli e di obblighi che non c’entrano nulla con il suo ruolo naturale e i suoi tre scopi fondamentali. Il Ticino non fa eccezione. Dall’azienda si pretende ormai che si occupi dei neonati fino all’età scolastica (asili nido), che faccia ore di servizi sociali (ente caritativo), che trasporti lavoratori e famigliari (agenzia ambientale), che assuma solo laureati e ingegneri (casta elitaria), che paghi salari senza relazione con ciò che fa (ente filantropico), che assuma chi non ha bisogno (agenzia di collocamento), che sia innovativa per decreto (club statalista esclusivo), che non faccia differenze di merito o altre (cellula comunista). Mi fermo, ma basta dire che l’invasione dello statalismo è visibilissima: i “bilanci sociali” di molte aziende, per piacere alla gente che piace, sono ormai più spessi e importanti dei tradizionali bilanci economici. Purtroppo nella logica del politically correct ci sono cascate anche le varie organizzazioni padronali. Pia e pessima illusione. Il miglior rilancio economico non sono buonismi e condizioni quadro astratte, comunque sempre e solo invenzioni artificiali di stampo statalista, ma più semplicemente permettere alle aziende di fare le aziende. Basta e avanza. Più che di politiche economiche si dovrebbe tornare a parlare e conoscere i meccanismi aziendali e le motivazioni che muovono imprenditori e manager, lavoratori e consumatori. Allora si scoprirebbe un mondo affascinante che dallo Stato ha solo bisogno una cosa: essere lasciato in pace.

 

L’impresa, la ditta ,l’azienda, il commercio, più in generale quelle attività umane che concorrono a produrre e a soddisfare il bisogno materiale di altri esseri umani devono essere rispiegate, messe sotto un’altra luce quanto alla loro vera missione, al loro grande valore e alla loro indispensabilità. Una certa cultura, diciamo di certa sinistra quella che oggi sfila e fa cortei, ma non solo, vede nel lavoro un male necessario e le aziende come il luogo in cui le persone sono costrette a trascorre il tempo in malo modo malgrado loro. A valle si genera la cultura che la vera vita sia il tempo libero, le vacanze, il week end, via dal lavoro e fuori dalle aziende il più possibile. Ma le aziende non sono quel mondo in cui i padroni e i dirigenti sono gli schiavisti e i collaboratori gli sfruttati, non son quel mondo perverso in cui sono necessarie regole stile 1 a 12 per i salari, un salario minimo per tutti, meno lavoro per lavorare tutti e via dicendo. Purtroppo ci siamo abituati, o ci siamo fatti convincere facilmente, a che gli abusi e le mascalzonerie di pochi siano la regola anziché le eccezioni grame. No, l’azienda con la famiglia sono ciò di che più solido abbiamo per produrre benessere e prosperità per tutti. La Centesimus Annus, enciclica di GP II, recita: “ (l’impresa)…comunità di uomini che, in diverso modo, perseguono il soddisfacimento dei loro fondamentali bisogni e costituiscono un particolare gruppo al servizio dell’intera società”. Lo stesso Papa che dieci anni prima, nel 1981, scrisse come primo Papa in duemila anni un’Enciclica tutta dedicata al lavoro (Laborem exercens); lui che ha vissuto sulla sua pelle i terribili regimi nazista e comunista che hanno idolatrato il lavoro usandolo come strumento liberticida e mortifero. Da decenni e decenni le aziende sono viste con sospetto e per questo da decenni viene invocato un Stato che oltrepassi le mura dell’azienda, tramite leggi, ingorghi giuridici e procedure burocratiche sterminate per mettere ordine e fine allo sfruttamento. Ma non è così. Nell’azienda c’è un’umanità enorme e un moralità eccelsa. E’ il luogo unico in cui una persona che si alza al mattino va a produrre qualcosa per un’altra persone che nemmeno conosce. Non solo, cerca di produrla e offrirla nel migliore dei modi per soddisfare l’altro (fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te). Nelle aziende c’è abbondanza di aiuto reciproco, di intesa, di resistenza, di sacrificio affinché l’azienda continui a vivere e mantenere e generare posti di lavoro. La miglior socialità la forniscono direttamente le aziende creando opportunità di lavoro e indipendenza finanziaria per chi ci lavora dentro, non i budget assistenziali o di disoccupazione in aumento. Se le imprese fossero viste come elementi essenziali per il bene della comunità e non come male necessario, molte leggi sarebbero fatte diversamente, il sistema educativo impostato diversamente e la politica le tratterebbe meglio. Oggi ci sono imprese, imprenditori, dirigenti e lavoratori eccezionali e la loro esistenza permette a noi tutti senza nemmeno accorgercene di vivere meglio. Non solo, le aziende permettono a noi tutti di mettere a disposizione i nostri talenti, ci permettono di essere utili, ovvio c’è chi in questa condizione non lo è e gli sembra di subire l’impresa e il lavoro. Lo scandalo però non sono le imprese o il lavoro, caso mai lo scandalo è che non ci sono imprese e lavoro a sufficienza o migliori. Lo scandalo è che chi vuol fare gli viene impedito di fare, o chi già fa viene ostacolato in tutti i modi. L’azienda è un microcosmo determinante da tutelare per la libertà non solo economica, ma anche per la libertà in generale. La politica, spesso senza accorgersene ma a volte anche con intenzionalità, produce decisioni e leggi che soffocano il nascere o distruggono l’esistenza di un’azienda. Dimentica che la ricchezza per distribuirla occorre prima produrla. Dimentica che anche nel nostro Cantone in moltissime piccole e medie imprese il padrone è il primo a tirare la cinghia, che molti operai si mettono d’accordo di fare dei sacrifici per salvare ditta e posti di lavoro, che molti hanno intaccato anche la propria sostanza privata per non chiudere, che padroni, dirigenti e lavoratori si parlano e si intendono prima e meglio che con l’intervento burocratico di terzi; in primis dei sindacati e poi dello Stato. Per questi ed ancora altri motivi, sarebbe autolesionismo puro propagare l’idea che se allo Stato mancano i soldi, la soluzione è di andare a prenderli alle aziende aumentandogli le tasse come urleranno in molte piazze il primo maggio.

 

Lotte di classe?

 

Si ritorna ad udire perfino alle nostre latitudini discorsi di contrapposizioni dure, di lotta di classe, di rottura, di divisioni tra buoni e cattivi, di sfruttati e sfruttatori, discorsi allarmanti dai contenuti e dai concetti che definirei neo-estremisti. Siccome l'orripilata lotta di razza non è più nemmeno pronunciabile (per fortuna!), sta sbocciando di nuovo qua e là, la più scic e intellettualmente «nobile»: lotta di classe. Ma tra quali classi e classi? Vi è che le classi non ci sono più, sono confuse e si compenetrano. Ammesso e non concesso che la «borghesia» sia una classe ancora viva, questa è totalmente in crisi, e forse da questa crisi deriva anche la crisi più generale. Non perché siano più poveri o perché guadagnino meno, o perché i mercati finanziari li ha spazzolati. No, penso piuttosto per via che il ruolo sociale e economico della borghesia si sia smarrito. Il borghese non sente più il suo ruolo come una necessaria partecipazione al bene comune: generare posti di lavoro, ricchezza da distribuire, solidarietà locale, mecenatismo, innovazione imprenditoriale, rischio innovativo, caritativa. Si accontenta da anni di pagare le imposte, ritenendo erroneamente che tutti questi scopi sociali, una volta a lui conformi e cari, li faccia lo Stato con la sua burocrazia ridistributrice. Il borghese pensa quindi ai suoi stretti interessi, si isola e con lui la «classe» borghese si atomizza finemente al punto da scomparire. Vuol starsene in pace e senza radici, al punto da essere politicamente e socialmente ininfluente, ma nello stesso tempo diventa preda di chi i soldi li vuole «andare a prendere dove ci sono». Delegando allo Stato una lunga serie di spazi di libertà e di azione, oltre ai soldi tramite le imposte pagate, il borghese medio è convinto di poter stare lontano dalla politica, o di vederla solo con la coda dell'occhio. Si dimentica che se lui non si occupa di politica locale sarà presto o tardi la politica ad occuparsi anche in modo improprio di lui, della sua attività economica e del suo patrimonio. La borghesia, intesa come «classe» di chi si ingegna per conto proprio sia economicamente che socialmente senza nulla chiedere allo Stato, è in estinzione. Si è fatta sostituire dallo Stato e dai suoi uffici proprio paradossalmente in ciò che la caratterizzava di più: fare da pioniere politico nel modo e nei metodi di produrre ricchezza (economia) e far partecipare spontaneamente anche gli altri e i meno fortunati al proprio successo (solidarietà). Ha dimenticato che la sua azione «nobile» di creare lavoro e prosperità congiunta alla solidarietà diretta era la base per la sussidiarietà, cioè fare intervenire lo Stato il più tardi possibile. Scompare, non perché è diventata cattiva borghesia o altri aggettivi figli dell'invidia, ma perché fatalmente ha creduto che bastasse dare molti soldi allo Stato, tramite le imposte, per mantenersi in vita come categoria sociale dirigente e rispettata. Il welfare ha distrutto la borghesia ma non è più in grado nè di salvare i bisognosi ( in aumento) né di mantenere le promesse ideologiche e egualitarie (non ci sono più i soldi).

 


Sull'altro fronte, ammesso e non concesso che ci sia ancora una classe operaia, ma sarebbe meglio dire di impiegatizi, che succede? Succede che “in fondo si battono per diventare borghesi pure loro”, come diceva già Charles Peguy (era socialista!) un secolo fa ne « Il denaro». Quando il lavoro, la rimunerazione e la vita sono sconnessi sorgono i problemi. Se il lavoro è pubblicizzato come male indispensabile anziché un bene, e occorre battersi, per farne di meno; se la rimunerazione non è mai abbastanza e non c'entra con il lavoro ma con il poter spenderne di più; se la vita inizia solo la sera dopo il lavoro e nei week end mentre la settimana è una schiavitù, allora più che di classe operaia bisognerebbe parlare di cittadini smarriti che diventano per forza frustrati e indignati perché non coordinano più il senso della loro esistenza. Stiamo in guardia noi che subiamo i bilaterali e viviamo proprio sul confine europeo tra Stati in fallimento e Stati per ora ancora virtuosi. Non facciamoci prendere dalla logica ideologica, fallimentare ma rinascente, della lotta tra capitale e lavoro e quella tra padroni e operai che paralizza e impedisce di sfruttare le opportunità del mercato, e danneggia la vita di tutti. Il Ticino non è così isolato e protetto da queste tentazioni, anche le «lotte» sono ormai globalizzate.

 

Ma quale borghesia?

 

Il Governo non governa, il Parlamento è precipitato nel caos, i partiti sono impotenti e frustrati, i cittadini rassegnati. Finora ritenevo, erroneamente, che la causa fosse politica: la caduta delle ideologie. Invece no, almeno per il Ticino, le ideologie con i raggruppamenti partitici sotto quelle bandiere permettevano di nascondere un malessere sociologico più profondo. Dal tramonto delle ideologie, alla notte che ne è seguita, l’aurora del XXI secolo mette ora in luce un fatto: in Ticino le categorie sociali a cui le ideologie si riferivano non sono mai esistite. In un secolo siamo passati da un popolo che lottava per vivere e sopravvivere a un popolo proletario benestante. Se ci guardiamo attorno scopriamo che la borghesia e la politica borghese non è esistita, scopriamo che i proletari e la politica socialista non è esistita. Al contrario c’è stata una deriva individualista e una omologazione statalista. Perché? Per sviluppare una politica borghese ci vogliono i borghesi; per sviluppare una politica socialista ci vogliono i proletari. Il Ticino non ha mai avuto e continua tuttora a non avere numeri rappresentativi né di padroni borghesi «suoi» , né di operai «suoi» cresciuti ed educati al socialismo. Quelle che noi chiamiamo politica borghese o socialista nostrane, sono entrambe degli scarabocchi che i partiti ci hanno balbettato per anni per dividerci e incassare loro i voti e il potere. La maggior parte dei «padroni» veniva da nord e più recentemente anche da sud; e non vota. La maggior parte degli operai da sempre viene da sud, oggi frontalieri; e non vota. Di politica non se ne sono mai occupati. I ticinesi? La loro vita l’hanno spesa rincorrendo posti nello Stato, parastatali e nelle grandissime regie federali (poste, telefoni, ferrovia, officine, militare, dogane), o nel privato per grandissime banche e assicurazioni che avevano comunque logiche statali, essendo che i quadri incrociavano carriera militare con quella aziendale. Attenti, non è un giudizio di valore. È uno schema sociale che ha funzionato: agli indigeni lo Stato, agli stranieri l’economia; ma è finito per sempre. Non solo ha funzionato ma ci ha permesso di stare bene quasi tutti. Ora ci troviamo davanti alla necessità di ricostruire e per farlo è necessario ammettere che la ricchezza non ci ha fatto diventare borghesi, ma proletari benestanti. In altre parole siamo un ampio ceto medio, dove quelli del livello inferiore temono di diventare poveri e quelli del livello superiore iniziano a capire che la loro crescita è al capolinea. Siamo invasi, ci lasciamo imporre e subiamo politiche di sinistra dall’estero e dall’interno, ci vorrebbe una vera politica borghese per risolvere i problemi. Ma la lacuna è immensa: le politiche liberalconservatrici non le ha allevate nessuno. Il concetto svizzero di «Bürgerlich» più volte dato per scontato e implicitamente ritenuto acquisito è un errore. Specialmente in Ticino. Cosa oggi significhi «Bürgerlich» per i cittadini che hanno meno di 50 anni non è dato sapere. Si parte da un (pre)concetto come se la «Bürgerlichkeit svizzera» fosse ancora un dato di fatto naturale visibile nella realtà. Cosa sia una politica borghese o i valori borghesi, ecc… è tutt’altro che scontato. Esiste una politica borghese se esistono i borghesi che fanno politica, e qui sta il punto. Quanti, quali e chi sono i borghesi oggi? Una borghesia si forma se vi è una chiara prevalenza di persone che testimoniano coi fatti: la proprietà privata, l’intraprendenza economica propria, la solidarietà privata reciproca, la sussidiarietà dello Stato, il radicamento territoriale; caratteristiche non certamente in crescita negli ultimi decenni. Del resto non sono certo le virtù borghesi: parsimonia, frugalità, decoro, prudenza, moderazione, benevolenza, coraggio, speranza, iniziativa e religiosità a dominare quest’inizio secolo. In Ticino non è la ricchezza borghese a mancare ma la cultura borghese. Lo si vede nei partiti, in Gran Consiglio e in Governo. Il proletariato benestante non vuole la lotta di classe, non è rivoluzionario, è statalista e protezionista e vuole mantenere ciò che ha raggiunto.

 

E gli studi e ricerche?

 

Il mercato del lavoro ticinese è ben più complesso di ciò che le statistiche (statiche) della SECO possono indicare, e ben più emotivo rispetto agli studi che l’IRE può produrre. La ragione è semplice, si tratta di un mercato in cui la merce di scambio sono gli uomini e le donne, e siccome gli uomini e le donne non sono merci inorganiche che si spostano e si comprano, ma agiscono sì razionalmente ma anche emotivamente non se ne  uscirà mai dal litigio se deve prevalere l’analisi della realtà così come fotografata dagli studiosi oppure deve prevalere la percezione diffusa di questa realtà. L’analisi di questo mercato sfugge al classico approccio lineare di scoprire le cause per poi misurare gli effetti per trarre conclusioni; gli effetti possono benissimo essere cause e le cause diventare effetti. Siccome il lavoro non è solo salario, funzione, cahier de charges, ma è pure realizzazione di sé stessi, orgoglio, sfida personale e collettiva, e premessa per sviluppare altro nella vita; sbaglia chi lo vuole ridurre al semplice incontro di Domanda e Offerta e misurarlo con franchi, metri, litri e chili, il lavoro va oltre. Provo a dimostrarvi quante cose non scientifiche si possono osservare e dire sul mercato del lavoro ticinese, ma che pur non essendo scientifiche e forse nemmeno misurabili contano, contano eccome. Faccio apposta qui di seguito ad elencare argomenti per corrodere il costume e l’abitudine a ragionare nella categoria che conta solo ciò che si può misurare e che quindi  non esiste  e non merita indagine quello che non è nelle statistiche.   I disoccupati sono molto di più di quelli recensiti nelle statistiche, che sono corrette ma parziali. I disoccupati con meno di 30 anni (moltissimi) sono preoccupanti per il futuro generazionale, e quelli sopra i 50 anni un fallimento del sistema assicurativo disoccupazionale attuale. Il reinserimento nel mercato del lavoro è un flop. Per la prima volta dagli anni ’60, dopo una lunga crescita ticinese, la generazione di chi entra nel mercato del lavoro non sa quanto potrà starci; chi sta studiando non capisce bene perché deve impegnarsi non vedendo orizzonti con un minimo di punti fissi. O non essendo stato educato a intravvederli.  Metter su famiglia e fare figli poi è un atto eroico…La percezione del tempo e del futuro lavorativo, da parte dei giovani è stravolta. Noi sapevamo che bastava impegnarsi e che avremmo trovato un posto, che avremmo avuto un salario in costante aumento negli anni, e che se il lavoro non ci piaceva più avremmo potuto facilmente cambiarlo; capivamo senza studi e statistiche che l’economia cresceva e offriva molte opportunità, il merito corrispondeva all’impegno e viceversa. I miei figli, come molti altri giovani, oggettivamente  non hanno questo orizzonte e sostituirlo con qualcosa di altrettanto attrattivo non è uno scherzo. Come non spegnere il desiderio dei giovani e non subire il disfattismo degli adulti? Questo è il problema numero uno che produce un mercato del lavoro saccheggiato. Un mercato, qualsiasi mercato, necessità di alcune condizioni assolute e non sindacabili per funzionare: la fiducia tra gli attori, il rispetto dei valori reciprochi, una concorrenza leale, regole del gioco imparziali e chiare, il controllo e le sanzioni in caso di non rispetto delle regole, condizioni di accesso eque e non discriminatorie, il rispetto delle condizioni locali.  Il mercato del lavoro ticinese è saccheggiato perché queste condizioni non sussistono più  totalmente o parzialmente. Tra i disoccupati ci sono certamente dei lazzaroni, il sistema generoso gli permette di esserlo,  hanno capito perfettamente  che il non lavorare dal punto di vista materiale e utilitaristico, in un orizzonte vuoto, non è molto diverso dal lavorare. E che il tirare avanti di giorno in giorno è cultura e non più deviazione. Questa categoria lasciamola stare. Gli altri potrebbero lavorare ma non hanno (più) o non le hanno mai avute le giuste caratteristiche. Gli altri ancora hanno tutto il necessario ma sono sostituiti da chi costa meno. Sono 3 categorie grezze, ma ci devono obbligare a trattare il fenomeno disoccupazione in modo diverso anziché come una massa uniforme di cercatori di impiego. Se poi li suddividiamo per settore economico si scoprono magari vie di soluzione interessanti. La disoccupazione non è un fenomeno di massa, ma un fenomeno personale e individuale dove solo la singola persona messa in condizione di lavorare conta, non le statistiche e le sue variazioni mensili e stagionali. Tra i datori di lavoro c’è chi, ed è la maggioranza, che è serio, fa fatica, investe e acquista in Ticino, rinuncia agli utili per reinvestirli in azienda, fa sacrifici per non licenziare e fa di tutto per assumere domiciliati ticinesi. Poi ci sono i loro concorrenti  locali che fanno esattamente il contrario. E poi ci sono quelli, senza radici e legami locali, che hanno capito che sfruttare la frontiera come differenziale  per approvvigionarsi in sotto forniture e lavoratori italiani è di gran lunga la mossa competitiva più interessante. Più interessante e meno costosa che investire in innovazione, in formazione, in marketing, in ottimizzazione. Poi ci sono quelli che essere in Ticino o altrove fa lo stesso, devono rispondere con i numeri a CFO (contabili) anonimi piazzati a migliaia di km da qui, e che magari non sanno la differenza tra Svizzera e  Svezia. Sono, queste, le  categorie di lavoratori, di disoccupati e di datori di lavoro tutte presenti sul nostro territorio quindi sono fatti concreti e reali. I fatti o si affrontano o si negano, oggi invece sembra che se la realtà non corrisponde al modello ideologico del momento allora non è il modello a dover essere rivisto, ma è la realtà che deve essere manipolata. Se aggiungiamo che i posti pubblici e para pubblici federali, cantonali e comunali sono crollati a picco negli ultimi decenni, e con essi l’era in cui i partiti facevano gli uffici di collocamento, il quadro della sproporzione tra aspettative e non risposte è completo.  Oltre a ciò ci sta il fatto che pure  gli enti pubblici si atteggiano più a globalisti che a localisti, la vecchia buona via di fuga del posto sicuro e ben pagato si riduce e soprattutto mette chi ne occupa uno in un ottica di privilegiato nei confronti delle decine di migliaia di lavoratori e le migliaia di disoccupati che devono vivere sul mercato del lavoro saccheggiato. E poi ci sono quelli che pur avendo un lavoro non si sentono molto meglio di chi l’ha perso o non lo trova. Se una ditta offre un salario a un lavoratore straniero di 2 o 3 fino a 4 volte inferiore a quanto sarebbe necessario dare a chi è domiciliato e vive in Ticino per permettergli di vivere senza chiedere l’integrazione di disoccupazione o di assistenza; allora sta lucrando sulla pelle dei lavoratori sia indigeni che stranieri, oppure è talmente fallimentare e fuori mercato che nemmeno in Cina ce la farebbe. Non è libero mercato: è sfruttamento. Ammettiamolo. Nessun muro e nessuna ramina contro i lavoratori stranieri possono proteggerci  da questa malvagità. Ci vuole ben altro! Ammettiamo finalmente che su quel che resta del mercato del lavoro si sta svolgendo una partita di calcio assurda. In una partita di calcio se ci fossero 11 giocatori da una parte e 220 giocatori dall’altra non diremmo che il match si svolge secondo le leggi della concorrenza e che vinca il migliore. La proporzione che per 1 posto di lavoro in Ticino ci sia 1 ticinese e 20 lombardi disposti a lavorare fino a 1/3 del salario è realtà e  la stessa dell’esempio della partita. Una volta chi voleva assumere uno straniero doveva prima chiedere il permesso di lavoro e poi sottoscrivere il contratto, oggi (da dopo i bilaterali) ci vuole un contratto di lavoro sottoscritto per ottenere il permesso di lavoro; non è una piccola differenza nella dinamica della domanda e dell’offerta. Che dire poi degli effetti perversi  dello stato sociale e dei suoi soldi, dove è ormai evidente che  quel freno naturale a non oltrepassare certi limiti non scritti del vivere correttamente e solidalmente in una comunità sono saltati. Per troppi  andare a timbrare e incassare la disoccupazione  è cosa normale e dovuta (hanno diritto anche alle vacanze!) come rispettivamente per  parecchi imprenditori  licenziare è diventato troppo banale, comodo e vantaggioso. Da ultimo diciamocelo. Dal 2004, una certa economia ha fallito nel gestire la sua grande  libertà, ma una certa politica ha altrettanto fallito nel non prevederne gli abusi e minimizzarne i risvolti negativi.

 


Il Ticino della globalizzazione non è vaccinato contro la crisi e le sue derive estremiste, come non è immune alle politiche sbagliate di Berna. Negli anni della grande depressione americana fu coniato il concetto dell’uomo dimenticato. Si riferiva a quei cittadini che non avevano mai avuto molto e che in più stavano perdendo anche quel poco: il lavoro, la salute e gli affetti. Oggi lo stesso concetto di cittadino dimenticato lo utilizzerei per quelle persone che in Ticino si alzano ogni mattina per lavorare, che a fatica ma con orgoglio tengono in piedi la loro famiglia, che pagano fino all’ultimo centesimo le imposte, quegli imprenditori che creano lavoro per sé e per gli altri, tutti quelli che dallo Stato non beccano neanche un centesimo di sussidio. Sono moltissimi e dimenticati. Il cittadino dimenticato, in forma aggiornata, merita protezione politica ma anche una speranza che consiste nel rilancio dell’economia, cioè una politica economica seria che punti di nuovo sulla crescita e non sul declino controllato, e la barbara spartizione di quel che resta. Per questo ci vuole un nuovo patto di Paese: l’economia da sola non basta e lo Stato da solo non può farcela e fa pasticci. Dobbiamo fare qualche cosa. Di mezzo c’è una vastissima categoria di cittadini, famiglie, lavoratori salariati, piccoli proprietari, artigiani, commercianti vari, albergatori, imprenditori di cui lo Stato non si occupa, non hanno diritto ai sussidi o agli aiuti pubblici, non si lamentano, non manifestano e non hanno lobby; per questo ci si dimentica facilmente di loro; salvo chiedergli di lavorare, produrre, pagare, crescere i figli e ubbidire alle leggi, subire le diseconomie dei mercati dopati. Sono loro a tenere assieme e mandare avanti grazie alle loro vite la comunità. Il 1. maggio dovrebbe essere la loro festa, non solo di una categoria limitativa definita e selezionata dai sindacati.


 

Ma quale domanda e offerta di lavoro?

 

Cosa farebbe la Lombardia (e l’Italia) se ogni mattina ci fossero 120 milioni di lavoratori ticinesi pronti ad occupare i suoi 6 milioni di posti di lavoro? Cosa farebbe questa Regione se i suoi lavoratori fossero costretti, per mantenere il posto, ad accettare salari del 30% fino al 50% inferiori rispetto a quelli da loro percepiti fino alla sera prima? Non sono numeri inventati, sono numeri arrotondati per dimostrare ciò che avviene in Ticino, ma visto da sud. Gli effetti sono in certi settori dirompenti, nel terziario e nei settori in cui la nostra disoccupazione galoppa e la preparazione dei nostri giovani è adatta crea frustrazione, rabbia, sfiducia e povertà. I frontalieri, come tutti, hanno il diritto di migliorare la loro condizione umana, ma simmetricamente una regione, un Paese e una Repubblica come il Ticino ha il dovere di tutelare il benessere, la prosperità e il lavoro sul suo territorio. Il problema lasciato a sé stesso (laissez faire dei bilaterali) ci porta alla rovina. Non esiste una legge di mercato in grado di trovare da sola il punto di incontro tra domanda e offerta, quando le condizioni di partenza per permettere alla concorrenza di giocare sono assolutamente sproporzionate. Alcuni affermano che i liberisti (come me) dovrebbero essere felici quando saltano le barriere. Invece è scorretto pensarlo, perché il mercato, il giusto prezzo, il giusto interesse, il giusto salario, la piena soddisfazione tra chi offre e chi domanda sono possibili solo se la concorrenza cioè la competizione può svolgersi nel rispetto delle forze in campo e delle regole imparziali. Anche nella boxe i pesi massimi non combattono contro i pesi piuma. Per finire non si capisce invece come i socialisti e gli statalisti da sempre contrari alle libertà di mercato e favorevoli ad ogni genere di intervento dello Stato in economia, stranamente su questo campo loro sono ultraliberisti: dentro tutti che poi le cose si aggiustano. Un qualche sospetto viene. Forse la distruzione del mercato indigeno del lavoro è la premessa e va favorita affinché la costruzione di un sistema pianificatorio e centralista del lavoro possa prendere avvio? O forse torna di moda il tanto peggio, tanto meglio? Certamente non ne usciremo se non metteremo al centro il valore del lavoro per chi lo esercita e lo cerca e non il lavoro come semplice merce di scambio possibilmente al prezzo più basso. Nel frattempo, non facciamo più figli, la popolazione invecchia, delocalizziamo lavoro e importiamo lavoratori, lo stato sociale è in banca rotta. Invece di favorire la creazione di una torta più grande per tutti, ci strappiamo le fette di ciò che rimane convinti di farla franca. Qualcosa che non quadra ci sarà pure se il potere di acquisto di un padre e una madre di famiglia che lavorano con un salario medio è inferiore a quello di un solo salario di 30 anni fa. E’ non sono i salari che sono sempre cresciuti a non quadrare, ma la quota di imposte, tasse, balzelli assicurazioni obbligatorie, costi cartellari, prezzi statalizzati che su 100 franchi se ne portano via 70, lasciandoci la libertà di spenderne come vogliamo solo 30. Ricordiamoci, e andiamo a riscoprire come i conventi dei benedettini furono ciò che oggi chiamiamo Silicon Valley, dei centri di cultura, erudizione, sperimentazione e di sviluppo tecnologico, oggi diremmo di know how transfer, start up e incubatori di aziende, incrocio di scambi merceologici. Meditiamo, nella festa laica del primo maggio non dico: ora et labora, ma quasi.

 

La scintilla che accende tutto: la speranza personale

 

Non cerchiamo di creare “ sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno di essere buono" come scriveva T.S Eliot ne “I cori della rocca”. La differenza la può fare solo il singolo uomo. Non abbiamo molte scelte al mattino quando ci alziamo: imprecare perché un nuovo giorno si para davanti, sperare che il giorno passi in fretta oppure buttarcisi dentro sapendo che tutto quello che ci accadrà, non accadrà più una seconda volta e che quello che ci accadrà aggi non ci è mai accaduto prima. In altre parole, possiamo scegliere di piagnucolare nostalgicamente sul passato cercando di riprodurlo, dormire ad occhi aperti attendendo che il futuro si faccia da solo, oppure affrontare il presente con stupore e pronti a cogliere il meglio. Sembra filosofia o banalità, ma a seconda di quale di queste vie si decide di imbroccare ogni mattino, scelta moltiplicata per milioni di persone che fanno altrettanto, dipende la prosperità dell’economia, la bontà delle politiche e il benessere delle persone. Si parla sempre di combinazione di fattori di produzione scarsi, di costo del danaro, di propensione agli investimenti, di indicatori specifici che misurano crescita o decrescita economica, di efficienza e di efficacia di tal o tal altro sistema. Si approfondisce poco, talmente è scontata e invisibile, la prima scintilla che accende tutto ciò: l’atteggiamento individuale positivo o negativo di fronte alla realtà. Provate ad immaginarvi come sarebbe la realtà se tutti, ma proprio tutti, quei milioni che lavorano, quelli che curano, che insegnano, che fanno politica, che si dedicano alla casa e alla famiglia, eccetera fossero incazzati perché si devono alzare, o totalmente intenti a far passare il più in fretta possibile la giornata. Immaginate che economia e società avremmo. Invece per fortuna o per grazia, la stragrande maggioranza delle persone pur magari nella fatica e nelle contrarietà cerca e ama le incognite, le insidie e gli imprevisti della giornata. Perché in fondo tutti intuiscono che rispondendo alle richieste (bisogni) concrete della realtà quotidiana, quindi degli altri, in fondo facciamo star bene noi stessi. Questa è la dinamica individuale elementare fors’anche egoistica, ma che tiene assieme la collettività; e che l’economia, la politica e purtroppo anche la scuola non considerano più. Quotidianamente quanti articoli di giornale e servizi televisivi ci raccontano la positività della realtà? Pochissimi, una rarità. In economia sappiamo tutto e di più sugli stranieri, sui frontalieri, sugli scandali, sul dumping ma sappiamo poco delle cose belle che decine e decine di migliaia di persone in Ticino fanno ogni giorno. La politica dovrebbe anziché insistere con le diagnosi spaventose, in continuazione, fino a fare a gara a chi terrorizza di più; dovrebbe iniziare a ragionare al contrario: favorire e premiare chi offre soluzioni. Partire dai successi di alcuni per contagiarne molti, partire dal basso e rendere pubblico l’atteggiamento positivo di chi fa. Togliere i bastoni dalle ruote di quelli che fanno e vogliono fare. Stimolare grazie all’educazione e alla scuola a fare, a intraprendere; a provarci, magari a sbagliare e a correggersi. Questa è la dinamica e la cultura che ci manca in politica, il coraggio di occuparsi delle cose belle per moltiplicarle. Di paragonarci ad altri (benchmark) e di copiare chi è migliore di noi (best practices). E’ la società civile, come sommatoria infinita di quelle singole persone che prendendo il caffè in cucina al mattino decidono che sarà un giorno da gustarsi, che ci farà ripartire. Loro quindi noi, non la politica astratta e classista: divisa tra chi vorrebbe tornare a ieri e chi vorrebbe già il domani.

 

Per finire il lavoro in forme diverse sarà certamente il tema centrale per i prossimi 10-20 anni: lavoro mobile; lavoro che scappa e lavoro che arriva; lavoro e frontiera; lavoro e condizioni quadro; l’impresa quale produttrice di lavoro e valori. La scoperta delle facce nascoste di questo pianeta lavoro non è ancora propriamente iniziata.

 

Ma la questione che precede il ragionare e l’agire sul lavoro sarà quella che riguarda l’uomo che lavora. Se l’homo sapiens si sta spegnendo via via sostituito dall’intelligenza artificiale, se l’homo faber sarà sostituito da robot androidi, se l’essere umano tende all’immortalità grazie ai pezzi di ricambio di ogni genere; forse la domanda più lecita e urgente diventa quella che quasi 3'000 anni fa il re Davide si poneva nel salmo 143: “ Signore, che cosa è l’uomo perché te ne ricordi, il figlio dell’uomo perché te ne curi ?”. La dimensione del lavoro umano non troverà una giustificazione consolante, sanatoria, soddisfattiva se non collocata nella dimensione metafisica, quella di collaborazione perpetua con Dio nel trasformare, nel modellare la creazione che ci ha dato nelle mani. Sorry, proprio l’opposto del materialismo scientifico e ateo marxista.

 

E che tutti i giorni dell’anno siano un 1 maggio vero quindi diverso da quello conformista e omologato che le piazze ci fanno credere una volta all’anno !


*Presidente Arealiberale

 

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