CRONACA
Le frecciate di Aldo Grasso al doc 'Where are you?': "Dai migranti nemmeno un grazie ai paesi che li hanno accolti. Solo lamentele. E la comunità islamica dov'è?"
Il critico del Corsera sul documentario di National Geographic: “È tutto un lamentarsi che il velo impedisca di fare la parrucchiera, che la gente li osservi curiosa, perfino il clima del nord Europa dà loro fastidio”

MILANO - “Sono uomo, nulla che sia umano mi è estraneo”. Con questa celebre citazione di Terenzio, si apre Where are you? Dimmi dove sei, il documentario firmato da National Geographic andato in onda in occasione della Giornata mondiale del rifugiato.

Aldo Grasso, critico televisivo del Corriere della Sera, parte da qui per analizzare alcuni aspetti del filmato, e non risparmia frecciate all’atteggiamento dei migranti e al silenzio assordante della comunità islamica.

 

Grasso spiega che “Where are you? prende le mosse da una fotografia di Massimo Sestini, assurta a icona della crisi migratoria nel Mediterraneo; scattata il 7 giugno 2014, nelle acque internazionali tra Libia e Sicilia, a bordo di un elicottero della Marina Militare italiana: “Nella fotografia, i migranti stipati sul barcone guardano verso l'alto, cercano e riconoscono l'obiettivo, esultano e festeggiano ormai convinti di essere in salvo”.

 

In seguito il fotografo ha lanciato un appello sul web per scoprire dove siano finite quelle persone e molte di loro compaiono con le loro testimonianze nel documentario, aggiunge Grasso.

 

“Il documentario firmato da National Geographic – scrive il critico - è emozionante e straziante quanto l’immagine catturata dall’immenso fotoreporter Massimo Sestini. Ma anche, personalmente, disturbante. Colpisce che nessun migrante, una volta salvato vestito e rifocillato, spenda una sola parola per ringraziare non solo il paese che li ha portati in salvo (l’Italia) ma nemmeno gli altri paesi (Francia, Svizzera e Germania) che li accolgono e danno loro un lavoro, una casa, un welfare. Niente, manco un “grazie”. Anzi, è tutto un lamentarsi che il velo impedisca di fare la parrucchiera, che la gente li osservi curiosa, perfino il clima del nord Europa dà loro fastidio.

 

Altro punto: in questa immane tragedia dell’immigrazione non spunta mai un esponente della comunità musulmana italiana o svizzera che intervenga per dar loro aiuto e sollievo nel processo di integrazione in un nuovo paese. Nemmeno sul molo di Lampedusa c’è qualcuno che si prodighi nei loro confronti. Magari, e noi non lo sappiamo, il Corano non permette compassione per chi è scampato per un miracolo alla morte”.

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