TiPress/Elia Bianchi
Cronaca
17.08.2019 - 14:500

Festival, il bilancio dell'Ippopotamo. Con una stilettata polemica. E il suo pronostico per il Pardo

Spezzeremo una lancia in favore di Pedro Costa per il Pardo d’oro di questa 72esima edizione. Menu corposo, seguite l’ippopotamo

di Claudio Mésoniat
 
Dobbiamo rendere conto delle ultime battute di questo festival 2019, cioè dell’ultimo paio di film visti, scelti come sempre a campione e/o su soffiate di cinefili più scafati di noi. Azzardare bilanci su questa edizione? O flottare silenti a pelo d’acqua, da bravi ippopotami? Buona la prima, ma solo due parole, senza pretese. E da ultimo spezzeremo una lancia in favore di Pedro Costa per il Pardo d’oro di questa 72esima edizione. Menu corposo, seguite l’ippopotamo.

L’esordio di Lili Hinstin ci è parso felice (con un’esordiente del resto, giovane per giunta, è d’obbligo la manica larga, a motivo dell’inesperienza). La ragazza ha stoffa, e se si porta appresso un po’ di snobismo francese lo compensa lautamente con tratti di semplicità umana che traspare subito dai suoi interventi. Ma non è su questo che si giudica la riuscita del festival, naturalmente.
La prima sfida che la Hinstin si trovava di fronte era la sempre spinosa quadratura della Piazza, il gioiello che tutti i festival del modo ci invidiano. Dunque film accessibili al grande pubblico ma non dozzinali, aggiornati nel linguaggio artistico ma divertenti o, forse meglio, coinvolgenti, giacché la noia al cinema è sempre un campanello d’allarme; film poggiati su contenuti consistenti, poiché se il cinema è sempre specchio della contemporaneità il buon cinema deve riuscire a romperne la superficie e aprire la riflessione critica, personale e pubblica. E non è finita, perché la Piazza è pur sempre parte di un festival internazionale che ha lo scopo di far conoscere le novità della settima arte: quindi film freschi, che costano, tanto più se si vogliono portare sul palco registi e attori conosciuti.


Sì, a nostro avviso la Hinstin se l’è cavata bene, meglio che nel passato recente (e meno recente), pur senza avere a disposizione le somme da capogiro della 70esima edizione, e ci ha servito in Piazza Grande un impasto equilibrato di tutti i fattori elencati. Oltre tutto senza ricorrere agli scandaletti di non lontana memoria per “far parlare di Locarno”, ciò che vale sia per la Piazza che per le altre sezioni del Festival.

Quanto alla principale, il Concorso internazionale, il vostro ippopotamo, non attrezzato per scalate troppo impervie, si è limitato a gettare un paio di sbirciate, di cui vi ha riferito (o riferirà tra poco) puntualmente. Del resto, è assai probabile che la direttrice appena atterrata a Locarno abbia dapprima giocato le sue carte sulla Piazza riservandosi di mettere mano al Concorso con nuove idee (tipo serie televisive) nelle prossime edizioni.


Ecco tutto… ma siamo andati lunghi. Passando ai film ci toccherà sgroppare. Seguite il vostro ippopotamo, c’è roba interessante, e anche un po’ polemica purtroppo.

Eh sì, perché sull’ultimo film della Piazza, “Adoration” (alla francese, il film è belga-vallone) dobbiamo mettere un punto interrogativo, non tanto sull’opera come tale, che non ci è piaciuta (pace), e neppure sull’opportunità di portarla in Piazza (poteva starci), bensì sul modo truffaldino di presentarla nella documentazione ufficiale del Festival, sia scritta che online. Ecco il commento trascritto dal programma del Locarno Film Festival/72:

“Adoration è l’epopea di due bambini che realizzano un sogno di libertà e amore che potrebbe essere stato anche il nostro. L’attore, Thomas Gioria, è sconvolgente nelle vesti del santo, una sorta di idiota di Dostoevskij. Pervaso di compassione e dolcezza, trae forza dalla sua grande fragilità. Fantine Harduin, scoperta nell’ultimo film di Haneke, Happy End, riesce nella difficile impresa di alternare stati emotivi di incredibile forza”.

(firmato: Mathilde Henrot).

Ci accomodiamo in sala per l’anteprima-stampa in attesa di un’immersione poetica nei boschi delle Ardenne (dove il film è stato girato, in pellicola). Nella prima sequenza infatti c’è un ragazzino dodicenne che si arrampica sugli alberi per assistere gli uccellini feriti e conversare francescanamente con loro. Poi arriva il primo cazzotto nello stomaco: l’amichetta del nostro ornitologo terapeuta, una coetanea ricoverata in un ospedale psichiatrico, si sbarazza di un’infermiera spingendola nella tromba delle scale e lasciandola stecchita. Vi risparmiamo il resto, in un crescendo di crisi schizofreniche e di crimini spaventosi, alternati a istanti di tenerezza tra i due dodicenni. “Ma questo non è un film dell’orrore?” ci chiediamo spaesati. Tornati a casa, su internet troviamo la seguente presentazione:

 

ADORATION
Horror & thriller


“Ruota attorno all’insana e distruttiva storia d’amore tra due adolescenti che si incontrano in un ospedale psichiatrico e si imbarcano in un pericoloso viaggio insieme”.

In un altro sito ci informano che il regista, Fabrice du Welz, completa con questo film una trilogia destinata a “esplorare i confini di un amore esasperante, distruttivo, questa volta tra due bambini di 12 anni”. Insomma: a che pro tutta questa melassa (“un sogno di libertà e amore che potrebbe essere stato anche il nostro”) su di un film-incubo di follia omicida? A che scopo nascondere la reale natura della pellicola, un thriller dell’orrore, che si porta in Piazza per una prima mondiale?

Le ultime righe le dedichiamo a un film del concorso, un’opera d’arte impegnativa, come lo sono tutti i film del portoghese Pedro Costa, che meriterebbe il Pardo d’oro. Impegnativa perché?

Il film d’autore contemporaneo segue due piste contrapposte: camera (a volte un semplice iPhone) che scorrazza e sobbalza come in groppa a un cammello, oppure camera immobile, inquadratura fissa e ferma anche per molti secondi. Quest’ultima è la “scuola” di cui è corifeo Pedro Costa, specie nell’opera presentata a Locarno (dopo essere stata rifiutata a Venezia: brava Lili), che si intitola “Vitalina Varela”.

Ritmi lenti, bisogna abituarsi (in Piazza non funzionerebbe), purché l’autore abbia qualcosa da dire e si sappia esprimere. Costa ha entrambi i requisiti. Nella vita è anche scultore e nei suoi film diventa pittore. L’esperienza dello spettatore un po’ paziente è quella di trovarsi di fronte a veri e propri quadri, quadri molto belli, che si possono scrutare e ammirare a lungo, uno dopo l’altro come in una mostra, una mostra con un filo conduttore narrativo coinvolgente. Dialoghi densi e ridotti all’essenziale, gesti e volti di grande espressività, scenografie e soprattutto luci (tra El Greco e Caravaggio) studiate accuratissimamente. Tema della narrazione è il dramma di un popolo di migranti, centrato sulla storia di una donna trasferitasi da Capo Verde a Lisbona per raggiungere il marito dopo aver impiegato 25 anni per potersi pagare il biglietto d’aereo. Quando giunge nei tuguri abitati dai capoverdiani, scopre che il marito era morto da tre giorni.

 

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