CRONACA
La tragedia di Bergamo è partita dalla partita dell'Atalanta?
Lo sostiene l'infettivologo Le Foche. Ma non solo: "Parliamo antropologicamente di gente da sempre molto operosa, spartana, con una grande cultura del lavoro e una tendenza a sottovalutare e dunque trascurare malesseri che sembrano di stagione"

BERGAMO – Un funerale ogni mezz’ora, le bare portate dai mezzi militari fuori dalla Città per essere bruciate altrove. Bergamo è la città che più di tutte sta vivendo sulla propria pelle il dramma del Coronavirus. E uno dei focolai, ironia della sorte, potrebbe essere stato uno dei momenti di maggior gioia cittadina, la grande vittoria dell’Atalanta sul Valencia a San Siro. 

Interpellato dal Corriere dello Sport, Francesco Le Foche, medico immunologo, responsabile del day hospital di immuno-infettivologia del policlinico Umberto I di Roma, lo reputa possibile. “È passato un mese da quella partita. I tempi sono pertinenti. L’aggregazione di migliaia di persone, due centimetri l’una dall’altra, ancor più associate nelle comprensibili manifestazioni di euforia, urla, abbracci, possono aver favorito la replicazione virale. Devo immaginare che a quella partita siano andati quasi tutti, inclusi probabilmente asintomatici e febbricitanti”.

Una follia giocare a porte aperte? Col senno di poi, è semplice... “All’epoca troppe cose non erano ancora chiare, a cominciare dall’enorme diffusibilità di questo virus. Oggi sarebbe impensabile. Infatti, hanno bloccato tutto”.

Anche il 35% della rosa del Valencia, avversaria dell’Atalanta quella sera a San Siro, è risultato positivo al Coronavirus, sebbene asintomatici. Sarebbero in quarantena presso il loro domiclio.

Non solo calcio, però, per Le Foche. “Quella bergamasca è un’area molto attiva nel mondo degli scambi economici e sociali. Un terreno ideale per il virus. Parliamo antropologicamente di gente da sempre molto operosa, spartana, con una grande cultura del lavoro e una tendenza a sottovalutare e dunque trascurare malesseri che sembrano di stagione”.

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