Il consigliere agli Stati difende il voto di Popolo e Cantoni: “Non significa essere contro l’Europa, ma rispettare il nostro ordinamento istituzionale”

*Di Fabio Regazzi
Il Consiglio degli Stati ha deciso: il pacchetto di accordi tra la Svizzera e l’Unione europea dovrà essere sottoposto non soltanto al Popolo, ma anche ai Cantoni. Ho sostenuto con convinzione questa scelta. Non per calcolo politico e nemmeno perché ritenga che la questione possa essere ridotta a una disputa fra favorevoli e contrari agli accordi. La ragione è prima di tutto istituzionale.
Sul piano giuridico le opinioni divergono. Il Consiglio federale ritiene sufficiente il referendum facoltativo, mentre altri considerano giustificato, vista la portata degli accordi, un referendum obbligatorio «sui generis». Non è del resto una figura sconosciuta alla nostra storia costituzionale: vi si è già fatto ricorso, in particolare nel 1992 per l’adesione allo Spazio economico europeo.
Ma concentrarsi unicamente sugli aspetti giuridici rischia di far perdere di vista la questione essenziale. Il nuovo pacchetto con l’UE non è un normale accordo internazionale. È destinato a disciplinare per decenni i nostri rapporti con l’Unione europea e contiene elementi istituzionali importanti, a cominciare dal recepimento dinamico del diritto europeo. Avrà quindi conseguenze durature sulla Confederazione, sui Cantoni, sui cittadini e sulle imprese.
Di fronte a una decisione di tale portata, ritengo giusto che la legittimazione democratica sia la più ampia possibile. La Svizzera non è soltanto una democrazia diretta. È anche - e inscindibilmente - uno Stato federale. Il nostro ordinamento poggia su un equilibrio molto preciso: da una parte il Popolo, dall’altra i Cantoni. Il voto dei Cantoni non è un residuo del passato e neppure un privilegio concesso ai Cantoni più piccoli: è uno dei pilastri sui quali è stata costruita la Confederazione.
Non sorprende quindi che anche il Ticino, nella consultazione, si sia espresso a favore della doppia maggioranza, pur appartenendo a una minoranza di Cantoni. Una posizione che condivido e che considero coerente con la particolare sensibilità del nostro Cantone verso la difesa del federalismo.
Questo aspetto assume un significato particolare proprio nel Consiglio degli Stati. Noi non siamo semplicemente la seconda Camera del Parlamento: siamo la Camera dei Cantoni. Se di fronte a una scelta destinata a incidere così profondamente e durevolmente sul nostro ordinamento istituzionale rinunciassimo a dare voce anche ai Cantoni, verrebbe spontaneo chiedersi in quale occasione dovremmo farlo.
Qualcuno sostiene che la doppia maggioranza rende più difficile l’approvazione degli accordi. Può darsi, ma non è questo il criterio decisivo. Le regole istituzionali non possono essere scelte in funzione del risultato che si spera di ottenere. La domanda deve essere un’altra: quale grado di legittimazione richiede una decisione di questa importanza?
Per me la risposta è chiara: Popolo e Cantoni. Non significa essere contro l’Europa, né anticipare il giudizio sul merito degli accordi. Significa essere coerenti con il nostro ordinamento istituzionale. Perché il federalismo non può essere difeso soltanto quando ci conviene: o lo consideriamo un principio fondamentale del nostro Paese, oppure rischiamo di ridurlo a una formula buona solo per i discorsi ufficiali.
E proprio nelle grandi decisioni si misura quanto siamo davvero disposti a rispettarlo.
*Consigliere agli Stati e presidente USAM, opinione apparsa sul Corriere del Ticino del 5 ottobre