SECONDO ME
Giorgio Fonio: “L’Europa e noi: quale sovranità per la Svizzera?”
Democrazia diretta e federalismo non sono formalità: quando entra in gioco la ripresa del diritto UE, decide l’intero Paese, con la doppia maggioranza
TiPress / Elia Bianchi

di Giorgio Fonio*

pubblicato su “Popolo e Libertà” di settembre-ottobre

Sono settimane dense per la politica federale, chiamata a prendere posizione sul nuovo pacchetto di accordi tra Svizzera e Unione Europea. Un dossier tanto delicato quanto decisivo, che influenzerà la nostra economia, le istituzioni e, non da ultimo, la coesione sociale del Paese.

A rendere la discussione ancora più sensibile è stata la decisione del Consiglio federale di proporre che questi accordi siano sottoposti a referendum facoltativo, e non obbligatorio: in altre parole, basterebbe la maggioranza del popolo e non anche quella dei Cantoni. Una scelta sostenuta anche dalla Commissione della politica estera del Consiglio nazionale, dopo aver ascoltato il direttore dell’Ufficio federale di giustizia, Michael Schöll.

L’analisi giuridica interna è chiara: “I criteri costituzionali per il referendum obbligatorio non sono adempiuti, poiché gli accordi non implicano un’adesione della Svizzera a una comunità sopranazionale”. Sul piano del diritto, l’argomentazione regge. Ma sul piano politico la questione merita una riflessione più profonda. Perché questo pacchetto tocca temi vitali per la sovranità e il tessuto sociale del Paese: protezione dei salari, immigrazione, trasporti, energia e, soprattutto, la ripresa del diritto europeo. La cosiddetta clausola di non regressione, che dovrebbe evitare un indebolimento della protezione salariale, è un passo avanti, ma non una garanzia assoluta. Nulla impedisce che in futuro, l’evoluzione del diritto europeo possa esercitare nuove pressioni sulla nostra legislazione.

Anche nel settore dell’energia elettrica, l’obiettivo del Consiglio federale è chiaro: assicurare l’accesso al mercato europeo mantenendo un approvvigionamento stabile per famiglie e PMI. Tuttavia, l’armonizzazione normativa potrebbe mettere in discussione alcune specificità del nostro sistema di produzione e sostegno.

Il Ticino conosce bene le conseguenze delle dinamiche transfrontaliere: la pressione migratoria e la concorrenza sul mercato del lavoro hanno già inciso in passato su salari e condizioni occupazionali, come ricordano Travail.Suisse e altre organizzazioni sindacali.

In questo scenario, la domanda di fondo resta attuale: quanto spazio vogliamo mantenere per decidere da soli? Democrazia diretta e federalismo non sono solo principi scritti nella Costituzione: sono il modo in cui la Svizzera si riconosce, si rappresenta e si protegge. Anche se formalmente questi accordi non equivalgono a un’adesione all’Unione Europea, le loro implicazioni, in particolare la ripresa automatica del diritto europeo e il ruolo della Corte di giustizia UE nell’interpretazione, si avvicinano a una condivisione sostanziale della sovranità. E questa, più che una questione tecnica, è una scelta che riguarda l’anima stessa del nostro Paese.

 
 * Consigliere nazionale e vicepresidente cantonale del Centro

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